L’estate 2009 è trascorsa per gli uomini a suon di bastonate: non importa la provenienza dei colpi, basta che i maschi li ricevano in silenzio. E proprio per rompere questo silenzio abbiamo deciso di dire pubblicamente cosa ne pensiamo, anche perché spesso chi parla degli uomini non li conosce affatto e parla per sé (o di sé), in genere con l’imboccata di strabismi ideologici che hanno fatto il loro tempo.

Il primo colpo è arrivato dalla campagna contro lo stalking, promossa dal Ministero delle Pari Opportunità: si tratta, beninteso, di una campagna giusta e sacrosanta che però dimentica una variabile: e se fosse il maschio la vittima? Basta vedere lo spot televisivo o le immagini di questa campagna diffuse dai quotidiani per capire subito una cosa: la vittima è senz’altro donna, il molestatore è senz’altro uomo. Certamente le statistiche sono subito lì a dimostrare che le richieste di aiuto sono in gran parte femminili, ma in questi casi la metodologia di ricerca può fare la differenza: siamo sicuri che gli strumenti utilizzati diano/abbiano dato voce anche agli uomini? E poi: un uomo disturbato da una donna, a casa o sul lavoro, chiamerebbe un numero verde? La possibilità che anche gli uomini siano vittime di violenza è però reale tanto da essere oggetto di studio in alcuni Paesi europei: all’Università di Bristol ad esempio è in svolgimento un progetto di ricerca per raccogliere testimonianze di uomini che subiscono/hanno subito violenze da parte di donne (e non è detto che la violenza fisica sia la più devastante): secondo le statistiche disponibili un uomo su cinque è vittima di violenza domestica e ogni tre settimane due uomini vengono uccisi dalla partner. Sarebbe quindi interessante, ed equilibrato dal punto di vista della ricerca scientifica, raccogliere testimonianze maschili anche in Italia affinché si diano interventi capaci di tutelare la dignità e la salute psicofisica di tutti i cittadini.

Il secondo colpo è arrivato da Umberto Veronesi che in un articolo su Repubblica (La conquista della Ru486 e la forza delle donne, 10 agosto 2009) dapprima denigra il maschio, un mostro omicida o suicida che “non sa e non può liberare la propria aggressività” tanto da rivolgerla inesorabilmente contro gli altri o sé stesso, e poi ne sottolinea l’inferiorità biologica (poiché “l’attività procreativa è femminile”) e di pensiero (tanto da dichiararsi “estimatore profondo” del pensiero femminile, ma in modo poco credibile dato che in questo articolo è solo lui che parla e spazio per la voce vera delle donne non ce n’è). Non solo: Veronesi ipotizza e celebra qui un “futuro prevalentemente al femminile” in cui si potrà fare a meno dapprima del maschio (grazie alla banca del seme che a quanto pare potrà sostituire la bellezza della relazione tra un uomo e una donna) e poi della figura paterna (grazie alla clonazione cui la donna potrà ricorrere per clonare se stessa). Strane considerazioni in un’epoca in cui invece si moltiplicano ricerche, conferenze e pubblicazioni che sottolineano l’importanza del padre, accanto alla madre, nello sviluppo affettivo, emotivo e cognitivo dei figli. E si noti che mentre in Italia si dichiara l’inutilità della figura paterna, in Inghilterra il Governo ha chiesto ai suoi Dipartimenti di stilare una approfondita ricerca sui benefici della paternità e i costi umani e sociali della sua assenza, intuendone la valenza politica… anche a fini elettorali (si veda Costs and Benefits of Active Fatherhood ).

Un ultimo colpo è arrivato ai maschi da Marina Corradi che su Avvenire risponde subito all’articolo di Veronesi (Il radioso mondo nuovo del prof. Veronesi. Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo, 11 agosto 2009). Se da un lato condividiamo con stima quanto la giornalista afferma circa l’esperienza della maternità e della femminilità (bellissime le parole: “Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva?”), sentiamo la necessità di chiedere maggiore precisione rispetto ad alcuni punti: secondo Marina Corradi la proposta di Veronesi sarebbe “esempio di delirio di onnipotenza maschile”: il mondo auspicato dal noto oncologo sarebbe un “pianeta di amazzoni con il cervello da uomo”, comandato da “donne con un cervello assolutamente maschile”, donne “produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini”. Il primo punto su cui polemizziamo riguarda il citato “delirio di onnipotenza” che, se c’è, non è delirio maschile tout court ma delirio del sédicente “medico delle donne” che propone nei suoi articoli un mondo dominato dall’aborto in pillola, dalla clonazione, dalla scomparsa della paternità e in definitiva della stessa maternità (che Veronesi riduce a “necessità biologica di procreare e accudire” i figli). Che questo delirio non sia maschile lo dimostra il fatto che chi scrive qui, rappresentando il movimento degli uomini e dei padri in Italia, si dichiara assolutamente estraneo e in netto disaccordo con quanto proposto da Veronesi stesso: in questi anni il nostro impegno, che ha saputo produrre reali cambiamenti culturali e di sensibilità in Italia, è stato sempre in favore della vita (sostenendo il Documento per il Padre che sottolinea la necessità culturale di un maggior riconoscimento del padre o, in gran parte, la Lista per la Moratoria sull’aborto) e in favore di una presenza sempre più attenta e responsabile della figura paterna accanto a quella materna per il bene dei figli (tra le iniziative: il Rito della benedizione dei figli chiesta dai padri che si sta diffondendo in tutta la Penisola). Il secondo punto su cui polemizziamo con Marina Corradi riguarda la sua affermazione secondo cui le donne sono chiamate ad essere “produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini”. Come dire che produttività, efficienza, competitività, concretezza e assenza di rimpianti sono caratteristiche di norma maschili. Siamo sicuri che sia davvero così o questo modo di vedere la realtà maschile è uno stereotipo che si trascina stancamente da decenni sulle pagine dei giornali? È infatti molto più probabile che queste caratteristiche non siano “maschili” ma siano richieste imposte dal modello socioeconomico imperante (il cui stile, basato sulla soddisfazione dei bisogni, è per la verità più materno che paterno), modello al quale del resto molti uomini stanno dicendo no, magari per ritagliare più tempo da vivere con la propria famiglia. Affermare poi che gli uomini non hanno rimpianti è davvero la dimostrazione di quanto poco conosca gli uomini chi ne scrive, a danno dei lettori dei giornali privati della realtà nella sua autenticità fenomenologica…

Continuano così, mentre finisce l’estate, le bastonate ai maschi. Senza che, a dir la verità, nessuno di chi ne parla a gran voce sui media si sia premurato di chiedere: “maschio, ma tu chi sei davvero, cosa ne pensi della vita, cosa desideri per il futuro e per gli altri?”.

I Maschi Selvatici