La moda dei figli oltre gli “anta”

di Carlo Bellieni*

ROMA, mercoledì, 15 settembre 2010 (ZENIT.org).- L’epidemia di nascite premature  è un’emergenza sanitaria. In USA si spendono 26 miliardi di dollari ogni anno per quest’emergenza; in Italia tutti gli ospedali pediatrici reclamano un aumento di posti di rianimazione.

Se fossero aumentati i ricoveri per AIDS, mucca pazza, influenza, saremmo già alle interrogazioni parlamentari, mentre in questo caso abbiamo solo silenzio mediatico. E aumentare i prematuri significa costi sociali. E significa malattie croniche, ritardi mentali, cecità.

Il problema etico sorge quando si vede quali sono le cause: infezioni, ma soprattutto l’aumento dell’età in cui le donne fanno figli. E il ricorso alla fecondazione in vitro, che sembra una risorsa alla sterilità, spesso aggrava il problema, perché spesso provoca un surplus di prematurità.

Dunque ci si scontra tra una presunta libertà di temporeggiare col proprio corpo, spesso violentemente indotta dalla società che non lascia far famiglia all’età giusta, e le conseguenze disastrose. E non ci si può nemmeno lamentare: per questo nessuno ne parla.

Già: se fare un figlio quando ci pare e piace è un diritto, chi poi si può lamentare quando vede le conseguenze di questa che sembra una libera scelta, ma invece è un’altra – l’ennesima – violenza sulle donne? Già, perché spesso sappiamo che il marito-compagno, vista la brutta parata si dilegua, e la mamma deve affrontare da sola la fatica, la solitudine, il dolore, talvolta un non giustificato rimorso.

E, come se niente fosse, sui giornali spopolano le VIP che sentono come loro diritto di fare un figlio negli “-anta”, e invogliano la gente a fare lo stesso, in una banalizzazione della gravidanza allarmante e pericolosa. E, come se niente fosse, vediamo pubblicità che spiegano che è meglio comprarsi la macchina e giocherellare con la vita; “tutto il resto” – inclusi i figli – “può aspettare”. E, come se niente fosse, sui giornali continuano a spiegare che “oggi con la scienza moderna, si può! E se è troppo tardi, si ricorre alla medicina riproduttiva”, come se questo fosse un rimedio sicuro per la sterilità indotta dall’età, e non fosse chiaro che anche la fecondazione artificiale non solo va a buon fine in una bassa percentuale dei casi, ma quando si impiantano troppi embrioni determina essa stessa un ulteriore rischi odi farli nascere troppo presto[1].

Ma vediamo un po’ di dati. Le nascite premature in Italia ogni anno sono 40.000 e negli States 540.000: sono il 12,8% delle nascite, secondo il Center for Disease Control (marzo 2009) con un aumento del 20% dal 1990. In Francia l’aumento dal 1995 al 2005 è stato del 25% (fonte Santé Médecine, novembre 2009), mentre in Inghilterra l’aumento è stato del 30% in 25 anni. Di pari passo in Italia aumentano le nascite da donne ultraquarantenni: da 12.383 nati nel 1995 a 27.938 nati nel 2006 (fonte ISTAT 2008); in Canada è raddoppiato dal 1970 al 1990 il numero di donne che partoriscono oltre i 30 anni e consequenzialmente i parti prematuri sono aumentati del 3,5% sotto i 35 anni e del 14% oltre questa età (Suzanne Tough, Pediatrics 2002); sempre in Canada le donne che partoriscono oltre i 35 anni erano il 6% nel 1975, il 18% nel 1995 e il 25% nel 2005 (Arthur Leder, Sexuality, Reproduction and Menopause, 2006).

La maternità posticipata è insomma responsabile in buona parte delle nascite premature (accanto ad altri fattori come infezioni o stress da lavoro), e più si aspetta a concepire, più è difficile farlo, e allora spesso si ricorre ad un aiuto medico; ma, come riporta la rete ginecologica francese AUDIPOG (giugno 2003), questo stesso aiuto non è senza rischi anche per la prematurità: “il rischio di gravidanze multiple in donne sottoposte a trattamenti per la fertilità è del 15% contro il 2,1% del concepimento naturale”, e Dorte Hvidtjorn su Pediatrics dell’agosto 2006 riporta che il 18% dei nati da fecondazione in vitro sono prematuri, contro il 5% degli altri nati, mentre una rassegna del Lancet riporta che anche le fecondazioni in vitro con un feto singolo hanno un rischio doppio della norma di farlo nascere prematuro (luglio 2007).

Dati sconcertanti; ma sui giornali è vietato parlarne. Pudore? O paura di sollevare proteste contro uno stile di vita negativo – il figlio come optional con cui consolarci quando arriva la pensione-, nocivo, ma ormai obbligatorio, incancrenito nella mentalità che respiriamo?

Ed è anche vietato spiegare come prevenire la sterilità: se “fare un figlio oltre il novantesimo minuto” è un diritto, si suppone che parlare di vie alternative ed ecologiche sia una violenza, mentre è l’esatto contrario: la troppa pubblicità e faciloneria verso le gravidanze avanzate genera sterilità sociale.

————

* Il dottor Carlo Bellieni è Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

1) E in Italia siamo garantiti da una legge che almeno mette un limite a quanti impiantarne, e non obbliga nessuno – al contrario di quanto si legge talora – ad impiantarne troppi quando ne basta uno. Nascere prematuri non è la miglior maniera di nascere, perché significa andare incontro non solo a rischi per la salute futura, ma anche a esami ripetuti, isolamento dai genitori, rianimazione ecc. Guai a banalizzare.