di Andrea Riccardi
Tratto da Il Corriere della Sera del 8 luglio 2009

Un’enciclica sociale è un atto importante per la Chiesa. Cominciò Leone XIII nel 1891, con la Rerum novarum, per rispondere alle sfide del capitalismo industriale e del socialismo.

Nel mondo appena decolonizzato, Paolo VI nel 1967 pubblicò la Populorum progressio : la questione sociale si allargava al rapporto tra Nord e Sud. Non è un caso che Benedetto XVI, con Caritas in veritate, riparta dalla Populorum progressio per trattare di sfide e crisi del mondo globalizzato.

Ma il tema è talmente complesso che un testo, pur denso, non rischia di essere una generica esortazione?

L’enciclica mostra un papa consapevole della complessità dei problemi, convinto però di un punto focale: una miriade di decisioni sono prese oggi senza chiarezza di intenti, trascurando l’interesse dei più, in un clima di sfiducia, senza una visione del bene comune. Quando parla di «verità» allude al quadro di menzogna, sfiducia in cui vengono spesso orientati gli interessi economici mondiali. Anche il mercato ha bisogno di «verità», uscendo dalle nebbie. E ha bisogno di «carità», liberandosi da troppa spietatezza. Solo così può cambiare.

Ormai gran parte dell’opinione pubblica, spentisi i furori utopisti, ha accettato la realtà com’è. Interi popoli sono condannati a una vita misera e subumana. La Chiesa non accetta questa realtà con fatalismo, come un destino. Vivendo in Africa e in tante regioni povere, è partecipe dell’anelito a una vita migliore. Il testo del papa appare anche come un manifesto di speranza: il mondo e l’economia possono cambiare. Gli uomini, i governi, le società possono farlo. L’enciclica del papa-teologo contiene molte indicazioni concrete, su cui non è il caso di soffermarsi ora. È tutt’altro però che una ricetta semplicistica. Facendo suo il grido di dolore di tanti, il papa lo sviluppa in un articolato ragionamento.

Per Benedetto XVI «il mondo soffre per mancanza di pensiero»: «serve un nuovo slancio del pensiero». L’enciclica vuole dare vigore alla riflessione sul futuro, che sembra oggi stentare, proponendo «un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria». Non basta affidare il futuro al «provvidenzialismo» del mercato. Il papa conduce una lucida critica della riduzione dell’uomo all’economia: è il nuovo materialismo, per cui ha valore solo quel che è commerciabile. Non si troverà nell’enciclica però una contestazione utopica al mercato (il papa prende sul serio l’economia, tanto da chiedere ai Paesi ricchi di aiutare quelli poveri a produrre ricchezza), ma la proposta di una visione capace di integrare l’economia all’umano. La vita ha valore in sé e non è un bene nelle mani dell’uomo: «la questione sociale —scrive il papa — è diventata radicalmente questione antropologica». L’uomo e la vita non sono commerciabili. Il senso del dono si intreccia con quello del limite posto a un uomo o a un mercato onnipotenti.

Per il papa la dimensione spirituale è parte saliente della realtà. Non è realista chi non ne tiene conto: «l’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano», dice. Sì, perché il papa mira a proporre, con questo testo, «una nuova sintesi umanistica», che includa lo sviluppo economico. È uno dei grandi obiettivi di Benedetto XVI di fronte alla cultura occidentale: aprirla a una nuova familiarità con Dio, lo spirituale. La cultura occidentale, mondializzandosi, ha perso i suoi confini e realizzato tanti innesti. E la globalizzazione è stata soprattutto economica. L’enciclica è il primo documento papale sulla globalizzazione. Questa non è una novità per la Chiesa cattolica, globale fin dalle origini. Come i popoli, fattisi oggi più vicini, possono diventare fratelli? È la battaglia del cattolicesimo per un mondo «famiglia delle nazioni»: «lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere un’unica famiglia». All’opposto dell’unilateralismo. Così l’enciclica intravede una nuova stagione di relazioni internazionali, appoggia l’Onu, la cooperazione, anzi chiede un’autorità mondiale (nel quadro della sussidiarietà che valorizza le comunità di ogni livello). Non ci sono illusioni: parole dure sono spese verso gli organismi internazionali, in cui buona parte delle risorse vanno per la propria burocrazia, non per i poveri. L’enciclica vuole risvegliare i tanti attori dell’economia e della società a una visione solidale. Solidarietà è parola chiave: radice dell’umanesimo, inclusione dell’economia nella politica, gratuità di fronte al mercantilismo.

Il pensiero sociale della Chiesa è sceso in campo, nel Novecento, contro la visione marxista e liberista. È stata una lotta titanica, che ha cambiato tutti gli attori. Ormai quel mondo è finito. Il mercato ha un volto invisibile, mentre i suoi attori spesso sfuggono nelle nebbie, come si vede nella crisi recente. Il nostro è un mondo, dove pratica mercantilista e tecnologia si affermano spesso senza cultura e fuori dal dibattito pubblico. Benedetto XVI invita invece a ragionare e dialogare sul futuro con la voglia di governarlo. Mira a suscitare un dibattito sul futuro dell’uomo a partire dall’economia, mostrando come umanesimo e sviluppo, vita spirituale e intrapresa si intreccino tra di loro. Un’opinione pubblica sensazionalista non farà cadere l’invito nel vuoto?

La coincidenza casuale dell’uscita dell’enciclica con il G8 sfida la povertà di visioni e di prospettive, nell’altalena tra allarmi e rassicurazioni. Il mondo e l’economia della globalizzazione, per crescere, essere governati, produrre sviluppo, hanno bisogno di cultura, di visioni e di spirito. L’enciclica avrà già successo se aiuterà a ravvivare una cultura politica ed economica per diventare pensosa sul futuro. Questo papa, oltre che a credere, vuole infatti aiutare a pensare.