di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 4 luglio 2011
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Può svilupparsi una società senza padri, senza maestri, senza figure d’autorità, senza miti condivisi?

Viene da chiederselo dopo aver letto lo studio “I miti che non funzionano più”, firmata dal Censis, istituzione invece ottimamente funzionante nello studio della società italiana.

Il suo responsabile per le Politiche sociali, Francesco Maietta, è netto: “L’eccesso di individualismo e di libertà (…) ha infranto le figure simbolo dell’autorità: il padre, l’insegnante, il sacerdote”.

Potremmo aggiungercene, a dire il vero, tante altre: i politici, gli operatori della giustizia, i bigliettai, chiunque insomma si trovi a ricordare una norma, da cui consegue un comportamento. Tutti costoro faticano oggi a svolgere il proprio lavoro.

La negazione dell’autorità, non è però sorretta (come in passato) da una visione del futuro, da un “mito” che suggerisca di disobbedire all’autorità in nome di qualcosa di giusto e migliore, che si realizzerà più in là. Nulla del genere è in corso.

Come osserva il rapporto, anche i miti trainanti che hanno indebolito le figure simbolo dell’autorità, mobilitano sempre meno gli italiani: cala la spinta ai consumi, la nascita di imprese individuali, la fiducia in un benessere continuo. L’individuo che avversa l’autorità non sembra credere che ciò renderà la sua vita più prospera.

In questo quadro di disincanto, ha perso fascino anche il mito del “mai sotto padrone”. È diminuito il numero degli imprenditori, così come quello dei lavoratori autonomi. Sotto padrone dunque, ma anche senza illusioni e con poche aspettative.

L’indebolimento del “soggetto” che non intraprende e non spera, cresce assieme a quello del padre, non più ritenuto dal 39% degli italiani rappresentante delle regole e del senso del limite nelle famiglie e nel rapporto con i figli.

I disincantati dal padre salgono al 45% tra i laureati, anziani e residenti nelle grandi città. Il padre è però più presente nella vita con i figli, nella cura dei bambini.

I giovani padri dedicano ai figli almeno un’ora e 24 minuti al giorno, rispetto ai 15 minuti appena dedicati ai figli dal 42% dei padri di venti anni fa. Questo tempo è però riservato soprattutto al gioco. D’altra parte i bimbi apprendono molto dal gioco: anch’esso ha le sue regole, da imparare se si vuole anche vincere.

Gli insegnanti non sono messi meglio. Delusi e scoraggiati, sono convinti per più dell’82% che gli obiettivi della scuola non vengono realizzati, a cominciare dal primo di essi: l’educazione ai valori e alle regole della convivenza civile.

La maggioranza dei docenti considera gli alunni “maestri” nell’arte di arrangiarsi, con scarso senso civico, e pressappochisti. Inoltre il rapporto con le famiglie è sempre più conflittuale: l’autorità dei maestri non è affatto riconosciuta, e la rivolta dilaga, coinvolgendo Tribunali e stampa.

Indebolita è anche l’autorità dei sacerdoti e della dottrina morale della Chiesa. Ma proprio da loro, come anche dai “nuovi padri”, che oggi giocano coi loro bambini, nasce la nuova indicazione (che il Censis fa propria) dell’orizzontalità.

Se le gerarchie verticali non funzionano più, si propone di muoverci verso relazioni “orizzontali”, di servizio. I preti oggi contano non per le omelie, ma per la loro assistenza ai malati del quartiere, e in quanto presidio sociale nella comunità.

L’autorità (per ora il padre, il prete) scende insomma dal piedistallo e si fa servizio.

Provvedere ai bisogni (mettendo tra parentesi norme e sacrifici), basterà a reggere lo sviluppo di una società incalzata da una concorrenza globale? Speriamo, e vedremo.