Il rispetto per Sarah e quello per gli indagati
Tratto da Il Riformista del 25 ottobre 2010

Un salutare moto di indignazione sta percorrendo le coscienze più serie della professione giornalistica dopo la divulgazione dell’audio degli interrogatori dell’imputato di Avetrana, che raccontano – come si suol dire – dalla viva voce dell’assassino gli attimi in cui ha ucciso la povera sventurata che gli era finita tra le mani.

Eppure, anche nelle riflessioni più sincere e appassionate (quella di Mario Calabresi sulla Stampa di ieri, per esempio, lo era) l’indignazione trova la sua origine nella compassione per la vittima, sui cui ultimi momenti sarebbe giusto stendere un velo bianco fatto di rispetto e di silenzio; mentre invece la stessa indignazione dovrebbe trarre origine anche dal rispetto per gli imputati e le loro garanzie, perfino quando confessano.

Non solo le vittime, infatti, ma anche gli imputati meritano rispetto, perché la “verità” che li riguarda sarà comunque definita soltanto nel processo, come prescrive il rito accusatorio, e non si può pre-costruirla davanti al tribunale dell’opinione pubblica, quasi in tempo reale, con i contenuti di interrogatori resi a magistrati. C’è una profonda differenza tra la fase delle indagini e il processo, e se si abbatte il diaframma che li separa si violano a cascata numerosi princìpi essenziali della civiltà giuridica in uno Stato di diritto.

C’è poi, grande come una casa, il problema del che cosa è il giornalismo se si limita a trasmettere il materiale accusatorio fornitogli dagli inquirenti, senza alcuna mediazione, per l’appunto giornalistica: «Credo che esista una sostanziale differenza tra il riportare un fatto, il raccontarlo mettendolo nel suo contesto esatto – scrive Calabresi – o invece gettarlo in faccia a chi ascolta senza alcuna mediazione. È in quella differenza che è nato il giornalismo, che ha trovato un senso e una ragione d’essere».

Parole sante. Ma c’è poi un altro passo da fare, dopo aver riconosciuto questa verità. Ed è che oltre a rispettare la morte di Sarah, e a rispettare anche le verità di mostri e figli di mostri, bisogna imparare a rispettare i diritti degli imputati anche quando sono famosi o potenti, persino se sono avversari politici. Perché la pubblicazione “senza mediazione giornalistica” delle intercettazioni telefoniche, la loro recitazione con voci di attori nelle trasmissioni tv, e i resoconti dettagliati degli interrogatori appena fatti sono uno scandalo anche quando riguardano uomini politici, funzionari pubblici, o veline.

Il caso di Sarah Scazzi ha fatto precipitare al di sotto di ogni livello di decenza la civiltà giuridica del nostro sistema informativo; ma il fenomeno era cominciato prima, per ben altri processi, nei quali né la notorietà degli imputati né il nobile e sbandierato intento politico di dire la verità al popolo giustificavano le gravi violazioni avvenute. A meno di sostenere che gli imputati dei processi “politici” siano di per sé meno meritevoli di garanzie dei “mostri” da cronaca nera.