Guglielmina Adele Diolaiuti da Il sussidiario.net

Secondo recenti stime la fusione di nevi e ghiaccio ha un’importanza non trascurabile per le portate estive dei grandi fiumi asiatici come il Gange; un quarto della popolazione cinese, inoltre, vive nelle regioni occidentali del paese dove la fusione di ghiacci e neve è fondamentale nel produrre acqua dolce durante la stagione secca. In Nepal e Pakistan l’importanza dei ghiacciai e delle nevi perenni non è minore.

Tutto ciò giustifica, quindi, la particolare attenzione che la comunità scientifica internazionale sta rivolgendo al settore asiatico della criosfera (con il termine criosfera si indicano ghiaccio e neve presenti sul nostro Pianeta, ndr): le variazioni di massa ed estensione di neve e ghiaccio che qui avvengono o che potrebbero avvenire nel prossimo futuro, infatti, possono concretizzarsi in una diversa disponibilità complessiva e/o stagionale di acqua dolce per le popolazioni che vivono nelle valli e nelle pianure sottostanti e conseguentemente in impatti non trascurabili nelle diverse attività umane quali agricoltura, pastorizia e produzione di energia.

L’importanza del tema non giustifica però allarmismi ad oggi non supportati da dati scientifici. Secondo il noto scienziato L. G. Thompson dell’Ohio State University-Columbus le conoscenze ad oggi disponibili sui ghiacciai delle alte catene asiatiche sono molto ridotte se confrontate a quelle disponibili per altre regioni del Pianeta e solo una robusta campagna di osservazioni dirette a sostegno di analisi e modelli permetterà di affermare con certezza se questi ghiacciai (il cosiddetto Terzo Polo, vista la loro importanza dopo Antartide e Groenlandia) persisteranno e resisteranno al cambiamento climatico.

Quanto si sa sulle variazioni recenti ed in atto di nevi e ghiacci delle grandi catene asiatiche e sugli effetti attuali ed attesi di queste? Molte sono le ricerche e gli studi in corso ma le informazioni sono ancora poche ed insufficienti per delineare un quadro completo. Non bisogna dimenticare, infatti, che la criosfera in queste zone è distribuita generalmente tra i 5000 e gli 8000 metri di quota rendendo più complessa la raccolta di dati scientifici circa la distribuzione e persistenza delle nevi o le misure di spessore e volume glaciale, o la quantificazione delle portate dei torrenti di alta quota. Le analisi ottenute attraverso l’elaborazione di immagini satellitari, seppure importanti, non sono qui esaustive, sia per limiti legati alla presenza di elevate pareti montuose spesso molto acclivi, sia per la necessità di calibrazione e verifica con dati acquisiti sul terreno non sempre disponibili.

A complicare il tutto vi è poi, in alcuni casi, la non semplice situazione geopolitica che rende più delicata la programmazione di campagne di rilevamento in alcuni settori glacializzati. Anche i dati meteo-climatici (temperature, precipitazioni nevose, piogge), necessari per delineare i trend attuali e per calcolare relazioni con le tendenze nivo-glaciali, sono assai scarsamente rilevati ad alta ed altissima quota e solo negli ultimi anni sono state allestite o irrobustite reti di monitoraggio climatico ed atmosferico per tentare di colmare questa grave lacuna (come la rete italiana SHARE, Stations at High Altitude for Research on the Environment, che vede tra le altre la stazione più alta del mondo, a 8000 m al Colle Sud dell’Everest).

Le ricerche sinora svolte ed i dati raccolti sembrano comunque confermare una situazione complessa che vede coesistere tendenze molto diverse nei differenti settori delle alte montagne dell’Asia. In Himalaya, in particolare, sembra prevalere il trend al regresso glaciale. Per il Parco Nazionale del Sagarmatha, nome locale del Parco nazionale dell’Everest(Himalaya Nepalese) alcuni ricercatori italiani hanno quantificato, tramite analisi di cartografia storica e di immagini satellitari, una riduzione areale del 5 per cento tra il 1950 e il 1990. Recenti ricerche di studiosi cinesi hanno evidenziato riduzioni areali dei ghiacciai dell’Himalaya cinese, del Qilian e del Tianshan comprese tra il 5 ed il 10 per cento durante gli ultimi 30 anni mentre gli stessi ricercatori riportano variazioni molto meno accentuate per il settore glacializzato del Tibet; diversamente, altri studiosi per questo settore segnalano invece un’accelerazione della riduzione glaciale in atto. Globalmente le variazioni del glacialismo cinese sono state valutate nel periodo compreso tra il 1960 e l’attuale pari ad una perdità areale del 5,5 per cento. Le variazioni di spessore, estensione e persistenza della copertura nevosa sono invece più complesse di quelle glaciali e i dati sinora a disposizione non permettono per la zona himalayana di delineare un trend chiaro ed univoco.

In India la situazione è ancor più complessa. Recentemente il glaciologo V. K. Raina ha smentito, per il settore indiano della catena himalayana, tendenze al regresso glaciale di eccezionale intensità, come invece riportato nel più recente report dell’IPCC del 2007, l’Intergovernamental Panel on Climate Change, dove per i ghiacciai himalayani si ipotizzava la quasi completa scomparsa entro il 2035. Raina, sostenuto anche da molti colleghi occidentali come ad esempio il noto glaciologo americano M. Bishop, ha evidenziato come in Himalaya la situazione sia complessa e senza dati di terreno sia molto rischioso applicare modelli che possono portare a proiezioni apocalittiche. Raina  ha richiesto al contempo alla comunità scientifica di intensificare le ricerche per delineare un quadro realistico ed aggiornato delle risorse glaciali ed idriche della regione.

In Karakorum i dati sono invece di difficile lettura. Se infatti alcuni ghiacciai sono risultati in regresso, altri presentano condizioni di stazionarietà o mostrano addirittura evidenze di avanzata. È quella che i ricercatori chiamano la Karakorum anomaly, un’anomalia non connessa direttamente al clima ma piuttosto collegata a modificazioni temporanee nella circolazione dell’acqua all’interno ed al fondo dei ghiacciai. Variazioni nel drenaggio endo e subglaciale causano infatti repentini aumenti nella velocità dei ghiacciai (fasi di accelerazione definite surge) e altrettanto rapide avanzate frontali che avvengono con diversa periodicità e che sono ancora in parte oggetto di studio da parte dei ricercatori. Ciò che finora è certo è che questi fenomeni sono particolarmente diffusi in Karakorum e che il loro verificarsi rende ancor più difficile delineare le tendenze glaciali di quella regione.

A complicare ulteriormente la situazione vi è poi l’azione esercitata da polveri e particolato atmosferico (atmospheric soot), di origine naturale (dust,frazione fine dei sedimenti trasportata dal vento, ceneri vulcaniche) o antropica (black carbon conseguente ai processi di combustione, agli incendi, alle attività industriali). La loro presenza, che sembra negli ultimi anni sempre maggiore, alla superficie dei ghiacciai delle alte montagne dell’Asia riduce la riflettività di neve e ghiaccio ed aumenta l’assorbimento di energia solare e la conseguente fusione, accelerando, soprattutto nel periodo tardo primaverile, la scomparsa delle neve stagionale ed amplificando le perdite glaciali. Secondo alcuni ricercatori dust e black carbon sarebbero responsabili di variazioni di riflettività (e quindi di aumento di assorbimento di energia) di nevi e ghiacci del Tibet variabili tra l’1 ed il 5 per cento e pertanto non trascurabili. Questi risultati suggerirebbero quindi non solo di limitare le emissioni di gas serra per contenere il global warming ed i suoi effetti ambientali ma anche di controllare le emissioni di particolato e polveri. È interessante sottolineare che alcuni studi in questo campo sono iniziati anche sulle Alpi e risultati preliminari ottenuti per il Ghiacciaio del Morteratsch in Svizzera sembrano confermare quanto emerso per il Tibet. Le ricerche in questo settore sono però solo agli inizi ed è necessario approfondire le misure sperimentali per verificare quantità ed effetti dell’atmospheric soot sui ghiacciai delle Alte catene dell’Asia.

Per approfondire questa tematica e per contribuire a colmare le attuali lacune conoscitive, nel 2008, nell’ambito del 7° Programma Quadro dell’Unione europea, è stato finanziato un progetto internazionale per lo studio degli effetti della variabilità nivo-glaciale sui deflussi idrici nell’area dell’Himalaya indiano e nell’autunno 2009 è partito un progetto (denominato Paprika, ndr), finanziato dal ministero della Ricerca francese, finalizzato alla valutazione dell’impatto della fusione nivo-glaciale sul regime idrico di alcune valli campione dell’Himalaya Nepalese.

Questi progetti produrranno risultati quantitativi entro la fine del 2011. Solo allora la comunità scientifica disporrà di dati aggiornati e basati anche su indagini di terreno per identificare chiaramente le tendenze in atto e tentare di modellare l’evoluzione futura dei ghiacciai delle Alte catene dell’Asia e delle risorse idriche derivanti. Sarà in questo modo possibile proporre strategie di adattamento a possibili diverse (in termini di quantità e/o distribuzione temporale) disponibilità di acqua, includendo ovviamente anche strategie di pianificazione agricola e colturale. Senza la necessaria base conoscitiva le azioni potrebbero rivelarsi inutili o poco efficaci.

Per ora quindi non vi sono certezze se non quella che i ghiacci delle alte cime dell’Asia d’ora in poi saranno nel mirino dei ricercatori per comprendere cosa stia accadendo e suggerire strategie di azione mirate ed efficaci.