di Carlo Bellieni

L’aborto continua a far notizia. Giorgio Montefoschi scrive sul Corriere della Sera del 5 maggio che dietro la banalizzazione dell’aborto c’è qualcosa di inquietante. “Chi può negare – scrive – che la precocità, la disinvoltura, la mancanza di ogni consapevolezza, il travalicamento di ogni equilibrio nel rapporto fra la sessualità e il sentimento amoroso è il primo gradino che può condurre alla soppressione della vita?”.

C’è una banalizzazione del sesso alla base dell’aborto? Certo che c’è qualcosa, ma forse è anche più inquietante di quanto spiega Montefoschi, e lo chiamerei una paura assoluta dell’altro. Già: un’incapacità che diventa paura e fobia, come accade per le cose ignote; e l’altro (il fidanzato, il figlio) è l’ignoto per eccellenza, ma dato che ci hanno raccontato che l’ignoto non esiste e che la vita è tale solo nella misura in cui possiamo maneggiarla, gestirla, sezionarla, misurarla, allora l’altro non deve esistere se non entra nelle mie categorie; deve scomparire.

Si chiama pedofobia nel caso dei bambini, che sono diventati i grandi esclusi di questa società: sono invisibili, accettati solo a certe condizioni, sono di troppo perché la vita deve essere dedita solo a ciò che è misurabile e comprabile. L’avversione verso questo “tu” che è il “tu” per eccellenza, il bambino, ha il volto dell’infinità di precauzioni che troviamo sul mercato per evitare che venga concepito, cui non fa contrappeso un pari numero di agevolazioni ad aver figli.

E si finisce con lo stupirsi addirittura che dopo un aborto – è successo di recente – gli batta il cuore (gli batteva due minuti prima nell’utero, cosa pensate che sia cambiato dopo “l’espulsione”?), o ci si stupisce che non sia quella perfezione che abbiamo vagheggiato a tavolino (la gravidanza si immagina solo garantita e perfetta) e si chieda l’aborto per malattie curabili (succede anche questo).

Certo che dietro la banalizzazione dell’aborto c’è altro, ma non un fenomeno “attivo” come potrebbe essere la “voglia di divertirsi”, ma un fenomeno assolutamente passivo: la solitudine da un lato, e dall’altro la fuga dettata dalla paura di un “tu”, che nessuno insegna a chiamare per nome.

E questa fuga è alla base anche della banalizzazione del sesso: sesso libero, ma figli vietati, traguardo lontano e impossibile, dunque sesso svuotato come giocare una partita di pallone senza le porte, senza la prospettiva di un “tu-uomo” con la prospettiva della fusione totale e di un “tu-figlio” che cresce in sé.

E allora gli dicono che il figlio deve essere solo “una scelta” e questo ritornello lo imparano sui banchi di scuola; nessuno le obbliga (fortunatamente non più) a procreare contro voglia, e per questo ci piacerebbe che procreassero quando e quanto davvero vogliono, invece vengono incoraggiate a guardare con diffidenza e orrore questa loro capacità, ad averne paura, ad aver paura del loro figlio, della loro figlia futura, a tremare all’idea di diventare mamme.

Il sesso non è banalizzato, è svuotato. È un vero terrorismo che rende incapaci i giovani di leggere nel sesso questo “tu”, e li rapina del senso e del gusto.

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