A ottobre un arresto cardiaco l’aveva gettata nel buio dell’incoscienza Oggi scrive, muove il corpo. E sorride
di Diego Andreatta
Tratto da Avvenire dell’8 febbraio 2011

«Con mio marito Narci­so abbiamo compre­so che lo stato vegeta­tivo non va mai considerato come un’anticamera della morte. C’è sem­pre un barlume da tener vivo e da ac­compagnare: quella speranza per noi si è illuminata». Barbara Bette­ga racconta sottovoce, rispettosa di ogni situazione e sorvolando legge­ra su ogni polemica. Tiene ad am­plificare la gioia dell’uscita dal co­ma profondo della sua dolcissima Jennifer, una vispa ragazzina di pri­ma media: vi era piombata tre mesi fa, colpita da un arresto cardiaco nell’atrio della sua scuola a Canal San Bovo, in una delle valli più iso­late del Trentino orientale.

In quel grigio lunedì d’ottobre – an­che l’elicottero aveva dovuto lotta­re contro la neve per trasportarla al­l’ospedale di Trento – la prima riso­nanza magnetica non lasciava mol­to spazio alla speranza. I medici a­vevano abbassato la temperatura corporea per limitare i danni cere­brali a causa di quei secondi senza ossigeno trascorsi dall’arresto al provvidenziale massaggio cardiaco praticato dalla generosa bidella Ma­ria, mandata a chiamare di corsa proprio da Jonathan, 9 anni, il fra­tellino più piccolo. Qualche giorno dopo, in coma far­macologico, un primo tentativo di stubare Jessica non era riuscito: oc­chi chiusi, cielo buio anche per i ge­nitori che facevano la spola – due­cento chilometri ogni giorno dal Pri­miero a Trento – per starle vicini qualche minuto, e intuire (invano, fino ad allora) qualche migliora­mento. Poi la decisione di trasferir­la a Padova, alla rianimazione pe­diatrica, dove in dicembre le veniva applicato un defibrillatore. Un lun­go Natale “appeso” alle strumenta­zioni del coma farmacologico, rac­contato così dai genitori alle par­rocchie e a tanti volontari della loro valle mobilitati anche nella pre­ghiera: «In questo periodo per noi tragico, in cui più volte abbiamo ri­schiato di perdere Jennifer, la nostra vita quotidiana si è fermata e ci ha catapultati in un immenso, inde­scrivibile dolore nel vedere nostra figlia soffrire; impotenti ad alleviare quella sofferenza e inerti davanti ai medici che non possono darti ga­ranzie sul futuro che aspetta lei e noi».

Ma due mesi e mezzo dopo, ai pri­mi di gennaio, la fiducia degli splen­didi zii, dei nonni e di tanti volonta­ri alle loro spalle, sembra dare forza alla battaglia di Jennifer: comincia piano a rispondere alle sollecitazio­ni, riapre gli occhi, riconoscere il fra­tellino, mamma Barbara e papà Nar­ciso: «In quei primi momenti – rac­contano gli infaticabili Bettega – per noi è stato come se la nostra bam­bina fosse nata una seconda volta. Per noi – aggiungono senza paura di abusare il termine, che sale alla boc­ca da una robusta fede montanara – questo rimarrà sempre un mira­colo. Abbiamo sperimentato la for­za della preghiera e della comunità». Da tre settimane la ragazza di undi­ci anni si trova all’attenzione degli specialisti del centro di riabilitazio­ne ‘La nostra Famiglia’, a Cone­gliano Veneto, dove si sottopone a esami di valutazione in vista di un programma personalizzato di recu­pero. Poi, il fine settimana, può tor­nare a casa da Jonathan, che l’a­spetta col sorriso. Non parla ancora, ha difficoltà mo­torie, si esprime con dadi letterati e muovendo su e giù le sue fragili di­ta. Quando davanti al fotografo del settimanale diocesano mostra la ‘v’ di vittoria si riferisce ai «ben quattro etti di peso» messi su in pochi gior­ni. È una vittoria parziale, certo, per­ché il cammino resta in salita ma ai genitori trovano energia nel suo sor­riso. Con la pedagogista Jennifer se la cava bene a fare i conteggi (la ma­tematica è sempre stata il suo forte), con un’amica l’altro giorno ha ri­chiamato alla memoria il “pin” del suo cellulare modificato la sera pri­ma di quel 25 ottobre, sogna di tor­nare ai campeggi estivi col parroco don Costantino, anche se talvolta qualche lacrima di malinconia riga il suo dolcissimo viso: «Aiuto», ha anche scritto l’altro giorno per dire la sua consapevolezza.

Cosa dire agli altri genitori? «Anche noi abbiamo preso forza da un’altra mamma che ha visto la figlia ven­tenne risvegliarsi prima di Jennifer. È importante continuare a sperare. Crederci, anche contro le previsio­ni incerte che i medici, per dovero­sa prudenza, ti comunicano. Abbia­mo visto quanto è importante re­stare uniti come coppia. Abbiamo sentito quanto sia decisivo non chiudersi nella propria condizione, anche se disperata. Va accettato il conforto degli altri». Anche quello delle amichette di Jennifer: in no­vembre si preparavano con lei alla cresima. Tre di loro hanno deciso di aspettare ad accostarsi al sacra­mento per poterlo fare più avanti, «quando Jennifer sarà tornata fra noi». E Jennifer lo ha fatto davvero:è tornata.