di Gloria Piccioni
Tratto da cronache di Liberal del 25 settembre 2010

Una vera e propria impresa che è costata sei anni di «studi matti e disperatissimi». Il risultato non porta però i segni della fatica perché questo Leopardi di Pietro Citati (appena pubblicato da Mondadori, 22,00 euro) oltre a essere un libro scorrevolissimo nella sua densità, ha l’impareggiabile pregio di contagiare il lettore.

Nessuno come Citati sa travolgere con l’amore per il soggetto prescelto. Una sensazione già provata nelle sue molte, precedenti immersioni nelle profondità di Goethe o Tolstoj, Kafka, Proust o Ulisse, o in qualunque altro fondale si sia immerso. Ma commuove, alla fine di queste quattrocento e più pagine, distaccarsi da quella figuretta deforme che con le sue gambe robuste si aggirava «avvolto nel suo vecchio soprabito verde col bavero alto, che lo accompagnò nella tomba» per le vie di Napoli. E quando assistiamo alla morte di Leopardi avvenuta con «moltissima grazia», «in tono minore, come in tono minore aveva vissuto», si vorrebbe che quel respiro non si spengesse. Tutta l’immensità che ci ha lasciato riprende così vita, e tornare a frequentarla, magari con piccole, quotidiane letture che assumono quasi i tratti della preghiera, diventa una necessità. Un’immensità quella di Leopardi che Citati esplora senza arretramenti, in tutti gli aspetti della vita (anche quello della malattia – la tubercolosi ossea con i suoi devastanti effetti e la depressione psicotica) e dell’opera. Senza tuttavia riuscire a superare la sensazione di spavento che l’impresa comporta. «Leopardi mi ha fatto e continua a farmi spavento» spiega Citati. «Se ripenso a questi anni di lettura e di rilettura, il senso dominante è di spavento e insieme di sterminata grandezza. Forse dico una cosa banale, ma noi ancora non ci rendiamo ancora conto della grandezza di Leopardi. Malgrado un secolo di critica e di letture, la grandezza di Leopardi è ancora qualcosa al di sopra di noi. E non parliamo degli stranieri, che soltanto adesso cominciano a leggerlo – i francesi soprattutto che hanno tradotto lo Zibaldone -, ma nel mondo anglosassone è un perfetto sconosciuto. Per Nietzsche i grandi lirici della storia dell’umanità erano tre: Pindaro, Hölderlin e Leopardi; e non è poco, venendo da una persona come lui, che oltretutto conosceva l’italiano. Io credo che nei prossimi trent’anni assisteremo alla riscoperta di Leopardi in tutto il mondo, e finalmente potremo metterlo al suo posto che è infinito».

Ma perché spaventa?
Innanzitutto per la sommità spaventosa dell’intelligenza. Leopardi è un uomo che capisce tutto e anche tutto quello che succederà; non esce mai dall’Italia, conosce poche città, ma in realtà ha ca- pito anche il XX secolo. Quanto alla letteratura è inutile dire… Ma la cosa più spaventosa di Leopardi è l’ubiquità. Leopardi racconta sempre, contemporaneamente, negli stessi giorni; ha concezioni del mondo completamente diverse tra loro; è quattro, cinque, sei persone nello stesso momento, a distanza di tre, quattro giorni. Silvia è il contrario del Risorgimento, che è stato scritto pochi giorni prima; il Tasso è il contrario del Dialogo della Natura e di un Islandese, anche questo scritto pochi giorni prima, e così via. Leopardi è dappertutto. E poi, come lui stesso dice scrivendo a un giovane francese, la sua opera non è finita: «Io non ho mai scritto delle opere, ho scritto degli essais». Che poi non è vero, bastano, a smentirlo, Le Operette morali e i Canti. Ma c’è sempre nello sfondo questa immensa ipotesi: questo andare sempre al di là e oltre. Per questo fa spavento.

Compatezza, forma, sistema sono le «qualità sovrane» di Leopardi. Che posto occupano le passioni in questo procedere?
Occupano un grande posto perché le passioni diventano compattezza, forma e sistema. Ma al tempo stesso le passioni distruggono la compattezza, la forma, il sistema. Ecco perché Leopardi va sempre preso anche dall’altra parte.

Leopardi avanza per continui capovolgimenti, antinomie, contraddizioni, duplicità, sdoppiamenti: se la felicità è il fine dell’esistenza, lui collabora alla disperazione; vive nel centro e lontano dal centro; è tragico e comico; trova energia nella debolezza; elogia il piccolo ma ambisce alla grandezza; ama il silenzio ma anche la conversazione; abita l’infinito come i moderni ma come gli antichi coltiva il senso del limite; è minutamente, ferocemente analitico ma possiede sguardo sistematico, occhi microscopici e visione totale. Distrugge il principio di non contraddizione. È questa la strada maestra che conduce alla verità?
Sì, credo proprio di sì. Alla verità non si arriva mai attraverso una linea unica, una linea stretta; bisogna inseguire infinite linee. Tutte quelle che lei ha citato nella domanda, ma anche un’altra che vorrei sottolineare: il coraggio, l’inflessibilità. Noi sappiamo che Leopardi non aveva un soldo, era in miseria, viveva ora con i soldi che gli davano gli amici fiorentini, ora con quelli di un editore – ma erano pochi – o, più tardi, con quei pochissimi che gli passò il padre. Viesseux, che lo apprezzava infinitamente, anche se non lo capiva, lo invita a scrivere per L’Antologia, e gli propone di pagarlo più di tutti gli altri collaboratori. Per lui sarebbero stati soldi benvenuti, ma sebbene amasse molto Viesseux, Leopardi capisce che L’Antologia era tutto il contrario di lui, era il progresso, era la fede nell’utilità, e lui queste cose le detesta. Esecra l’utilità, ama soltanto la letteratura e sebbene abbia bisogno di soldi, rifiuta. Non scriverà mai sull’Antologia – l’unica cosa pubblicata erano degli estratti delle Operette morali – perché sapeva che quello non era il suo mondo. Una purezza, un coraggio simile in una persona malatissima e senza un denaro, sono una cosa rara. Ci sono pochissimi esempi in tutto l’Ottocento, forse soltanto Nietzsche.

Natura benigna e matrigna. Come si può sintetizzare il sistema-natura di Leopardi?
In Leopardi ci sono molte nature: c’è, nei primi anni, la natura divina; poi c’è la natura sistematica; poi c’è la natura casuale; poi c’è la natura come regno della possibilità; poi c’è – ed è la più tremenda – la natura come circuito di produzione e distruzione, che vuol dire circuito di dissoluzione. I critici di solito pensano che la natura di Leopardi sia tutta lì: parte dalla natura divina e arriva alla natura matrigna, ma è una lettura molto sommaria perché le oscillazioni sono continue in lui. Al tempo del Dialogo di Plotino e di Porfirio, torna a ricordare la benignità della natura, come la natura ci aiuti nascondendoci le cose e come ci protegga. Anche La ginestra è stata completamente fraintesa. Nella Ginestra ci sono due nature: non soltanto quella terribile del Vesuvio che distrugge Pompei, c’è anche quella della ginestra, la mite che china il capo, che non si difende, che si lascia distruggere, ma che al tempo stesso invia il suo profumo verso il cielo. Invia il suo profumo, potremmo dire, a consolare gli dei che hanno bisogno della nostra consolazione.

Quando terminò lo Zibaldone Leopardi pensava «che la sua poesia dovesse cancellare dietro di sé qualsiasi preparazione o sfondo o panorama riflessivo». Come si compenetrano in Leopardi – che a volte preferiva il nome di filosofo a quello di poeta – pensiero e poesia?
Sono la stessa cosa. Lo ha detto molto bene Antonio Prete: il filosofo e il poeta in Leopardi coincidono. È un grandissimo filosofo in quanto è un grandissimo poeta; è un grandissimo poeta in quanto è un grandissimo filosofo. Questa coincidenza del filosofo con il poeta comincia già nelle Canzoni, non con le primissime, ma con Bruto minore, l’Inno ai Patriarchi, Alla Primavera, dove lo scatenamento del pensiero filosofico implica lo scatenamento del pensiero poetico. È un caso unico nella poesia moderna, c’è soltanto Hölderlin che gli sta accanto in questa coincidenza di pensiero e di poesia e nel fatto che il pensiero, invece di sabotare o diminuire la poesia, la rafforza mentre la poesia rende più acuto il pensiero. C’è un momento molto bello in cui Leopardi, che detestava la filosofia moderna, invece la rivaluta perché pensa che se la filosofia antica costruiva dei sistemi, la filosofia moderna distrugge quei sistemi, ne fa tabula rasa. Quindi, coltivare la filosofia moderna permette alla mente di ritrovare l’innocenza infantile. Leopardi non arriva all’innocenza infantile direttamente, ma attraverso la coltivazione della più analitica delle filosofie. Questo è uno dei balzi più grandiosi della mente di Leopardi.

Tre sono le cose certe per Leopardi: «la potenza infinita della natura, i suoi effetti vari e molteplici, l’idea che le cose del mondo ignoto siano “maravigliose e strane a rispetto nostro”». Che posto occupa Dio in tutto questo?
Questa è una domanda alla quale è molto difficile rispondere. Di solito si dice che Dio non occupa nessun posto in Leopardi, e certo ci sono dei punti in cuiil disastro dell’uomo deriva da una specie di complotto tra ragione e religione. Dio è veramente il nemico, ma in questo non c’è tutto Leopardi. Dio, intanto, è il Signore del possibile, e Leopardi amava tantissimo il possibile. E poi c’è un piccolo episodio: quando Leopardi pubblicò i Canti a Firenze, nel ’31, scrisse a Paolina, la sorella, di mandargli una stampa che teneva conservata in un cassetto, dove c’era l’occhio di Dio che guardava dall’alto un lago. Era la possibilità che esistesse un Dio contemplante sopra tutte le cose. Io credo che questa possibilità di un Dio contemplante, che guarda il regno delle acque e soprattutto il regno della luna, non sia mai stata lontana dalla mente di Leopardi, anche se non lo ha espresso, anche se poi questa miniatura con l’occhio di Dio sul lago lui non l’ha più usata per la copertina dei Canti, forse perché sarebbe stata una dichiarazione troppo esplicita. Lo si avverte anche nell’Elogio degli uccelli, dove Leopardi suppone un mondo – il mondo degli uccelli, che sono in parte gli uomini – di letizia, di velocità, di volo, di slancio che non è possibile nel mondo della natura inteso come eterno circuito di produzione e distruzione. È una specie di eccezione. Eccezione di felicità, che per lui esisteva. E a questo mondo di felicità e di volo poteva sovrintendere, io credo, soltanto Dio.

Leopardi, lei nota, ha fatto nascere sotto i nostri cuori qualcosa che non conoscevamo: la luce della luna…
Nel libro dedico molte pagine alla luna, alla ricostruzione dell’idea lunare nel mondo classico. Leopardi rifiuta il mondo lunare classico, legato alle acque, alla fecondità e all’abbraccio molto caloroso tra sole e luna. In lui la luna non è feconda: la luna è sterile, è casta, è bianca, è verginale. La sua luna è il contrario della luna fecondatrice del mondo classico. Ma quello che ha inventato Leopardi è la qualità della luce lunare. In alcune delle sue poesie arriva, attraverso successive, meticolosissime, lentissime correzioni, che occupano quindici anni della sua vita, a dare questa impalpabilità, questa liquidità, questa chiarezza suprema della luce lunare. In questo, l’unico vero modello di Leopardi, il modello di tutta la sua vita, era stato la fine dell’ottavo libro dell’Iliade, dove il pastore contemplava il cielo chiaro, occupato dalla luna, e le stelle. Ma in Leopardi le stelle non ci sono, c’è soltanto la luna, e la qualità della luce lunare non ha paragoni in nessun poeta del mondo.

Le Operette morali sono un libro terribile perché, lei dice, «il sovrano sguardo dall’alto è il più pauroso che l’uomo possegga». È questo sguardo che rende Leopardi così prossimo a noi, così straordinariamente moderno, tanto da richiamarci alla memoria Nietzsche e Adorno, e la condizione di nichilismo che avvolge la modernità?
Leopardi possiede lo sguardo dall’alto che riduce le cose a nulla, che le parodizza, uno sguardo che dà a tutto un’ampiezza sterminata. Ma non è affatto nichilista perché in quella vastità di sguardo c’è anche una possibilità di speranza che non è del nichilismo.

Lei tende un filo che accompagna tutta la tessitura di questo suo Leopardi, che lo riconduce a Rousseau, sia nei tratti caratteriali sia nel pensiero. Che cosa lo determina?
Intanto c’è un piccolo fatto autobiografico. A casa Leopardi esisteva un’antologia di Rousseau in due volumetti, si chiamava La pensée di Rousseau. Era un livre de chevet sia suo che del fratello Carlo. Quando Leopardi è a Roma, Carlo gli parla del «paese delle chimere». «L’unica cosa bella – diceva Rousseau – sono le cose che non sono»: è una frase che ritorna in uno dei passi più importanti di Leopardi, dove dice appunto che le uniche cose belle sono le cose che non sono, tutto ciò che è chimerico, illusorio, fantastico, possibile. Leopardi lascia a Recanati questi due volumetti antologici, però ne ha bisogno e li ricompra non so dove, forse a Bologna, forse a Pisa, tantofeche nell’ultima parte dello Zibaldone ci sono molte citazioni di Rousseau, specialmente quelle sul «paese delle chimere», ma prese da un’edizione diversa da quella citata dal fratello. Evidentemente Leopardi lo aveva ricomprato e lo teneva con sé come un gioiello. Ci sono molte influenze di Rousseau in Leopardi, l’idea del riso per esempio e l’idea del pianto… Ma ci sono anche delle grandi differenze. L’infinito leopardiano è l’opposto dell’infinito di Rousseau. Quello di Rousseau era un’infinita dilatazione, un’espansione, un andare sempre più lontano, un non avere limiti, mentre nell’Infinito Leopardi fa l’opposto: per contemplare l’infinito, si chiude, perché quella siepe è una chiusura, come fosse un muro; quindi ha bisogno di essere chiuso, non espanso, non illimitato. E poi mentre l’infinito di Rousseau era l’infinito dell’universo quello di Leopardi era un infinito creato esclusivamente dalla mente, un infinito assolutamente mentale. Qui il contrasto con Rousseau è grandissimo.

A proposito dell’Infinito, come interpreta «mi fingo»?
Con «creo». Ogni creazione è anche una finzione, ma «mi fingo» ha un valore creativo. La creazione mentale dell’infinito dura pochissimo perché subito dopo arriva il rumore, lo stormio delle foglie e degli arbusti che cancella il puro infinito mentale. Ma quando Leopardi dice «mi fingo», parla con assoluta consapevolezza e vuol dire «io creo nella mente».

Leopardi scelse il destino del Passero solitario, eppure nel suo cuore che tante volte era morto e risorto, non rinuncia mai alla natura umanizzata, alla ricerca della felicità, spesso perseguita con la forza dell’illusione. Nella Ginestra si affida alle molli foreste, alla mitezza, alla tranquillità, alla dolcezza. Nel Tramonto della luna, la sua ultima poesia, lascia spazio al sole, uno spazio che prima non aveva mai immaginato. C’è dunque da credere che alla fine sia riuscito a dare una forma alla felicità, alla speranza?
Non so se ha dato una forma alla speranza e alla felicità. Certo, alla fine, succede qualcosa. Per Leopardi l’illusione era fondamentale: se amava la luna era appunto perché era il simbolo sovrano dell’illusione, del riflesso. Nel Tramonto della luna succede da un lato una cosa terribile: il mondo dell’illusione, del riflesso, che era per lui l’unica verità esistente, finisce, scompare: non ci sono più illusioni, non ci sono più riflessi. Ma, poche righe prima della fine, c’è qualcosa che lui non aveva mai rappresentato, cioè l’esplosione, la folgorazione, l’inondazione del sole. Per lui il sole era stato, fino a quel momento, piuttosto una qualità tenebrosa. Era il demone meridiano, come nella Vita solitaria, dove è una specie di vita-morte. Negli ultimi mesi della vita Leopardi riscopre il sole. Questo non vuol dire che creda nella felicità e nella speranza, ma certo con il sole scopre un altro orizzonte. È solo questo che posso dire.