di Riccardo Cascioli
Tratto dal sito Svipop il 17 agosto 2009

Le nascite in Italia tornano a diminuire e questo dato – tra le altre cose – cancella l’ottimismo sulla possibilità di una reale ripresa economica.

I dati sul bilancio demografico dei primi due mesi del 2009, resi pubblici dall’Istat il 17 agosto, sono spietati: sommando gennaio e febbraio, i nati vivi in Italia sono stati 89. 854, 4. 472 in meno rispetto allo stesso bimestre del 2008, che tradotto in percentuale vuol dire una flessione di quasi il 5%, per l’esattezza il 4, 97.

Fortemente negativo il saldo naturale, ovvero la differenza tra morti e nascite: -20. 713 nei primi due mesi del 2009, contro un – 16. 936 dell’anno precedente. Il saldo peraltro risulta negativo in tutte le regioni, anche se in maniera diversa.

La popolazione comunque continua ad aumentare leggermente, per effetto dell’immigrazione, e alla fine di febbraio i residenti nel nostro paese risultavano 60. 088. 880. Comunque anche la spinta migratoria risulta in calo visto che il saldo per i primi mesi del 2009 è di 62. 385 unità contro le 81. 258 dell’anno precedente (-23, 2%).

Se questa tendenza verrà confermata, il 2009 potrebbe dunque registrare un nuovo calo del tasso di fertilità che negli ultimi anni era risalito leggermente da 1, 2 figli per donna a 1, 3, soprattutto per merito delle donne immigrate.

E’ questa l’ipoteca più seria alla ripresa economica di cui tanto si va parlando in questi tempi. Senza dimenticare tutti gli altri fattori contingenti – economici e finanziari – che sono alla radice della crisi, dobbiamo però essere chiari sul fatto che la crisi ha una causa strutturale proprio nel calo demografico che ormai dura da quattro decenni.

Come scrivevamo già tre anni fa “tale fenomeno non incide soltanto sul sistema pensionistico, ma colpisce tutti i settori sociali ed economici: aumentano i costi sanitari e sociali, diminuisce il gettito fiscale e perciò l’erogazione di servizi, diminuisce la propensione al risparmio e diminuisce anche l’attività imprenditoriale (strettamente legata ai figli). Si perde infine in competitività, perché la forza lavoro non solo diminuisce ma anche invecchia e questo è un grave handicap in un mondo dove l’evoluzione delle modalità di lavoro è diventata velocissima grazie alle nuove tecnologie”.

La questione è ancora più grave se si considera che la contrazione delle nascite non è uniforme nel paese: il calo più vistoso si nota proprio nell’area più produttiva dell’Italia, il Nord Ovest che, ospitando il 26, 5% dell’intera popolazione italiana, sul calo delle nascite conta però per il 33, 3%. Ciò promette dunque di amplificare ulteriormente gli effetti economici negativi della crisi demografica.

Ancora peggio di questi numeri è però l’ostinazione con cui politici ed economisti continuano ad ignorare questa realtà, concentrandosi su misure tutto sommato accessorie. Né ci si può affidare all’ottimismo della volontà, al pensiero positivo: seppure la fiducia è un fattore economico importante, essa non può non basarsi che su fatti reali altrimenti diventa una pericolosa illusione. E del resto, che fiducia può avere un popolo che non vede un futuro per sé al punto di non generare più figli? Che fiducia può avere nello sviluppo economico quando come popolo ha deciso di suicidarsi?

In ogni caso – e lo tengano presente anche i vescovi italiani – il tasso di fertilità non cresce per decreto legge né basta il sostegno economico. Lo dimostra l’esperienza dei paesi nord-europei che pur avendo generose e radicate politiche nataliste hanno tassi di fertilità che restano nettamente al di sotto del tasso di sostituzione. La verità è che per mettere al mondo i figli è necessaria una cultura aperta alla vita. Ed è su questo che primariamente ci si deve impegnare.