di Donata Barbieri Carmo da la bussola quotidiana

Mentre nel Regno Unito si propone una “tassa sul divorzio” per contenere i costi sociali della rottura dei matrimoni, in Italia si va nella direzione esattamente opposta. La normativa vigente, infatti, sembra dare una mano a chi rompe l’unione matrimoniale, rispetto a chi mantiene unita la famiglia.

Tanto per dare un’idea, un genitore separato può detrarre le spese per gli alimenti e per le scuole dei figli dall’ammontare delle imposte, cosa che è invece negata a una famiglia regolare. Non solo: anche il trasferimento degli immobili prevede un’agevolazione per i coniugi legalmente separati:
secondo una norma del codice civile (art. 19, L. 74 del 1987) e una sentenza della Corte costituzionale (10 maggio del 1999, n. 254), seguita da una circolare del ministero delle Finanze (16 marzo 2000, n.49/E), i separati sono infatti esentati dal pagare le tasse nel caso del trasferimento di un immobile all’ex coniuge, tassazione che invece è prevista nel caso di coniugi regolarmente conviventi. Si tratta di una norma che alcuni giuristi considerano discriminatoria, e – vista la scarsa propensione degli italiani a pagare le tasse – ha dato origine in alcuni non rarissimi casi a delle separazioni fittizie.

Per legge in caso di separazione dovrebbe avvenire davanti al giudice il tentativo di riconciliazione tra i contendenti per evitare la rottura. Una pratica che però oggi è trascurata, sostituta da un’arida e spiccia formula di passaggio: ”Essendo fallito il tentativo di riconciliazione”. Si passa poi a parlare di più concreti accordi economici tra i coniugi.
Eppure, anche se non si è arrivati alle cifre del Regno Unito, anche in Italia l’aumento di separazioni e divorzi è rilevante. Secondo i dati ISTAT del 2008 sono in aumento del 23% rispetto a 5 anni prima.