di Domenico Bonvenga

Israele protagonista di episodi discutibili, qualche settimana fa commentavo il rifiuto del governo israeliano di far parlare Noam Chomsky, professore americano,  intellettuale, amico dei terroristi, ora il tragico caso della “Freedom Flotilla” che ha visto i militari israeliani scontrarsi con dei militanti “pacifisti” della  Ihh (Insani yardin yakfi) sulla nave Mavi Marmaris, battente bandiera turca, risultato 10 morti nelle fila dei pacifisti e alcuni feriti tra i militari. Quasi tutta la stampa si è schierata contro Israele, definendo il gesto, strage di Stato, assassinio. In Italia, solo Il Giornale di Feltri si è schierato esplicitamente a favore di Israele: ha fatto bene a sparare, il titolo di prima pagina; su Libero invece, Panella e Morigi parlano di trappola e di provocazione per Israele.

Quanto è successo è il risultato di due decisioni: innanzitutto quella dei “pacifisti che non sono pacifisti” di arrivare allo scontro armato, violento con i soldati di Israele, poi, e insieme, dell’imperdonabile errore di chi ha inviato i soldati israeliani nella trappola preparata da giorni. Per Panella, Israele ha sbagliato. Israele è caduto in una provocazione in cui non doveva cadere, in cui poteva benissimo non cadere. Non si è trattato di un “eccesso di reazione”, perché da quel che è dato ad ora capire, i militari israeliani saliti a bordo della Mavi Marmara hanno realmente rischiato il linciaggio. In pratica è stato un errore politico che ha gettato i soldati di Israele in un agguato. Adesso non bisogna coprire gli errori, del resto se qualcuno ha sbagliato pagherà, sostiene Lorenzo Loquenzi, direttore de L’Occidentale.

Detto questo, cerco di contribuire, tento di fare chiarezza, tenendo conto che stiamo parlando di una situazione esplosiva, di guerra aperta, nel senso come la intendeva Von Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Inoltre Israele è uno Stato sotto assedio, accerchiato da governi agguerriti che vogliono farlo sparire. L’argomento non può essere liquidato in poche battute, per questo invito i lettori ad avere pazienza, tra i tanti articoli, faccio riferimento ad alcuni che ritengo validi per avere un quadro più o meno esaustivo.

Chi c’ è dietro i cosiddetti pacifisti? “Dietro le attività umanitarie dell’Ihh si cela, secondo l’intelligence israeliana, l’intenzione di provocare gravi incidenti, allargare il fossato tra la Turchia e Israele e contribuire all’isolamento d’Israele. Un programma politico confermato dalla stessa Ihh con il profetico monito a Israele pubblicato sul proprio sito il 23 maggio. «Gestite bene questa crisi perché se ci fermerete rimarrete isolati e vi farete del male da soli». Quell’«avvertimento» alla luce dei fatti della scorsa notte acquisisce, dal punto di vista d’Israele, il sapore di una provocazione attentamente studiata”. (Gian Micalessin, Si definiscono pacifisti ma sono predicatori di odio, 1.6.2010 Il Giornale).

Infatti le autorità israeliane avevano avvertito che non avrebbero permesso la forzatura del blocco navale intorno alla striscia di Gaza e per gli aiuti c’era il via libera per usare i valichi di confine aperti fra la striscia e lo Stato ebraico. “La proposta era chiara ma gli aiuti erano soltanto la scusa per la ricerca dello scontro. L’obiettivo delle organizzazioni “pacifiste” e “non governative”, era far salire la tensione e mettere Israele davanti ad una situazione così difficile che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe risultata sbagliata”. (Michael Sfaradi, Tragedia annunciata al largo di Gaza, 1.6.2010 L’Occidentale).

La Marina militare israeliana é intervenuta all’interno delle proprie acque territoriali. La reazione da parte dei “pacifisti”, che sapevano perfettamente che la loro missione era destinata a fallire, è stata decisamente violenta. “I militari israeliani, saliti a bordo delle navi bloccate, sono stati accolti a sprangate, coltellate, colpi di pistola e fucile mitragliatore. Cinque militari israeliani sono stati ricoverati in gravissime condizioni per ferite di arma da taglio e da fuoco. A quel punto il comando ha cambiato le regole di ingaggio e sono intervenute le forze speciali che si sono calate sui ponti delle navi dagli elicotteri. Il triste bilancio, ancora non definitivo, di questa notte di furore, conta 19 morti e decine di feriti (…)Che non ci fosse la buona fede, pacifica e pacifista, da parte degli organizzatori di questa “crociera umanitaria” è stato il rifiuto di far pervenire a Gilad Shalit, detenuto contro ogni regola internazionale, dei pacchi con generi di prima necessità e della corrispondenza, diritti secondo le convenzioni di Ginevra a lui negati”. (Ibidem).

E qui entra in ballo il protagonista della striscia di Gaza, Hamas che “ha definito la strage “un trionfo”. Un trionfo? Oltre dieci persone che si recavano teoricamente a portar loro aiuti sono morte. Altre decine sono rimaste ferrite. Un trionfo? Certo, sveglia Signori! Un trionfo come gli attentati suicidi. Come i massacri sugli autobus, o nelle scuole. Un trionfo per l’ideologia di morte e distruzione di cui Hamas è paladino, e di cui gli sciagurati “pacifisti” della flottiglia si sono fatti strumento e complici. Questo è il rispetto della vita umana di Hamas e dei suoi pacifisti”. (Mario Rimini, “Freedom Flotilla”, l’Europa non deve darla vinta alla Turchia, 1.6.2010 L’Occidentale).

La guerra sostituisce ai discorsi le azioni fisiche e punta soprattutto a indebolire il nemico, a metterlo in difficoltà, per acquisire così un vantaggio. Nel caso di Gaza l’obiettivo politico immediato è stabilire la legittimità di Hamas e della sua “lotta”; quello più a lungo termine, naturalmente, la distruzione di quell’entità “estranea” (Sergio Romano) che è Israele. La guerra non sono più i carri armati e non ancora i missili balistici e le atomiche; oggi sono i razzi Kassam, gli attentati e le azioni che indeboliscono la capacità israeliana di autodifesa.

La spedizione delle navi turche e degli attivisti di sinistra verso la Striscia è stato un atto di questa guerra, freddamente calcolato e organizzato in maniera militare. L’obiettivo dei “pacifisti” armati che le popolavano non era affatto assistere la popolazione: in quel caso avrebbero accettate le forme di trasporto indiretto dei materiali proposte da Israele. Quello era solo un pretesto. Il punto era “rompere il blocco”, cioè aprire la strada a un futuro comodo rifornimento di armi pesanti per Hamas e alla sua possibilità di proiettarsi all’esterno; oppure obbligare Israele a intervenire, come ha fatto, danneggiando ancora la sua immagine internazionale, isolandolo, indebolendolo. Come si è espresso nei giorni scorsi un capo di Hamas, “noi abbiamo vinto comunque, o riapriamo il porto di Gaza, oppure smascheriamo Israele”. (Ugo Volli, Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva, 1.6.2010 Informazione Corretta)
E’ la strategia dei palestinesi, lo scopo è sempre lo stesso: delegittimare Israele, renderlo incerto sul suo stesso territorio, trasformarlo in una stato paria. Purtroppo in buona parte questo è già successo. In questa guerra asimmetrica hanno una parte importantissima le organizzazioni internazionali (pensate al consiglio dei diritti umani dell’Onu e al giudice Goldstone), le organizzazioni “umanitarie” che agiscono in maniera unilaterale, gli intellettuali e i giornalisti che invece di spiegare quel che accade producono pregiudizi e demonizzazioni.
Ma in questa brutta faccenda subentra un altro interlocutore, la Turchia di Erdogan, “sponsor e organizzatrice della farsa in alto mare. E qui entra in gioco l’Europa. Non è Israele a dover pagare il prezzo di questo disastro. E’ Ankara. La Turchia ha definitivamente abbandonato il percorso modernizzatore e laico inaugurato da Ataturk, che ha permesso l’avvicinamento all’Europa, il progresso, la stabilità e la cooperazione con il mondo democratico. Erdogan ha traghettato la Turchia una volta per tutte al di là del Bosforo. La Turchia è piombata nel Medio Oriente, a fianco dell’Iran di Ahmadinejad. I turchi ritornano Ottomani, e aspirano a una fetta di potere in quello che si preannuncia come un trionfo islamista guidato, appunto, da Teheran e da Ankara. Se l’Europa avesse occhi e anima, farebbe pagare un caro prezzo alla Turchia e al suo sporco doppiogioco: la definitiva archiviazione del processo di integrazione nell’Unione”. ( Ibidem)

E’ giunto il momento per l’Europa di smettere di corteggiare paesi che non meritano fiducia e amicizia come la Turchia di Erdogan. Mai come adesso la civiltà e la democrazia aspettano dall’Europa una conferma. Purtroppo, anche stavolta non l’avranno. Ancora una volta, purtroppo, l’atteggiamento europeo – adesso nei confronti del nuovo nazismo islamista – merita le profetiche parole di Churchill: “Potevano scegliere tra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore. E avranno la guerra”.