Alexandre del Valle (Geopolitico) 3 su 3 (fine)

“La guerra di rappresentazioni”

La debolezza principale dell’Europa giudeo-cristiana viene dalla suo punto di forza: la capacità di introspezione, auto-critica, di riconoscere le sue colpe in nome dell’universalità della dignità umana. Quindi la sfida dell’Europa nel futuro sarà quella di non lasciare i nemici della società moderna strumentalizzare il senso di colpa e la capacità di auto-critica giudeo-cristiana per ferire o magari provare  a distruggere la stessa Europa. Di fronte a questa strumentalizzazione, gli Europei devono essere lucidi: fare in modo che questa “guerra di rappresentazioni” che ha rischia di derivare in una cultura suicida, non benefici all’impresa neo-totalitaria e sovversiva dei fondamentalisti islamisti e dei loro alleati europei, capaci solo di autolesionismo.

La rottura con l’ideologia di autolesionismo del politicamente e islamicamente correto analizzata prima, è ormai l’ultima terapia possibile. Per questo, l’Europa di domani, dovrà essere in grado di rinunciare definitivamente alla cultura di morte che ha provocato una depressione collettiva e ha creato una mentalità suicida, cosciente o incosciente, ma molto potente, al punto che l’Europa sta morendo demograficamente e non vuol più fare figli pur essendo una delle zone più ricche del pianeta. L’idea delle radici, dei valori di civiltà non è solo una questione di preferenze ideologiche. E una necessità della Natura e della Storia dell’Uomo. E una questione di Vita e di sopravivenza. Nessuna entità politica può sopravvivere senza avere un idea chiara di chi è, da dove viene, e dove va, dove comincia e dove finisce. Ogni entità geopolitica deve porsi dei limiti e degli obbiettivi politici basati su principi e valori di civiltà. Queste condizioni sono assolute per costruire un futuro, assumere il suo destino, ma anche semplicemente per sopravvivere. Quindi la riconciliazione degli Europei con la loro identità giudeo-cristiana, la riconciliazione dei cattolici con i loro padri ebrei, il nuovo radicamento dell’Europa cristiana nelle sue radici giudaico-cristiane costituiranno la miglior risposta di fronte al tentativo di delegittimare i valori fondamentali dell’Europa cristiana.

“L’Europa non è un continente di Nessuno”
Infatti, il relativismo culturale assoluto, come quello assunto dall’Ue dagli anni 80 (e consacrato coll’Atto Unico del 1986 ed il Trattato di Maastricht) è una trappola che atomizza la società e impedisce sia l’amor degli Europei per loro stessi che la speranza in un progetto futuro ambizioso. Nessuna società umana e a fortiori politica può sopravvivere e contare sullo scacchiere mondiale se non afferma e condivide non solamente un’identità radicata e precisa, ma anche dei valori fondamentali che devono essere non negoziabili e che non provengono dal nulla. Che lo si voglia o no, ogni entità geopolitica è segnata da una identità fondante e da valori specifici. L’Europa non è culturalmente (neppure religiosamente) neutrale. Non è una “terra nullius”, aperta alle conquiste o destinata ad essere popolata e definita da altre civiltà. Nessuna nazione, fosse anche la più multi-etnica (si vedano gli Stati Uniti o il Brasile) è culturalmente neutrale. “Considererei come europei tutti i popoli che hanno subito nel corso della Storia le tre influenze che vi dirò: (…) quella di Roma (…) del Cristianesimo (…) e della Grecia”, scrisse il grande scrittore europeista francese Paul Valéry. Padri fondatori dell’Europa come Robert Schuman, Don Sturzo, Alcide de Gasperi e perfino Konrad Adenauer o Valery Giscard d’Estaing, hanno sviluppato la stessa visione dell’Europa. Questi tre cristiani praticanti, artefici di un’Europa umanista giudeo-cristiana traendo lezione dai drammi della Seconda guerra mondiale, hanno sottolineato a sufficienza l’importanza centrale dell’identità giudaico-cristiana e occidentale dell’Europa, il che scarta naturalmente la Turchia e gli altri candidati musulmani potenziali (Marocco, Azerbaigian, Algeria, ecc.). Ancora più in la nel tempo, il primo ispiratore dell’Europa unita, Richard Coudenhove-Kalergi, non ha detto nulla di diverso quando scriveva nel 1922-1923, nell’opera fondante della costruzione europea, Pan-Europa, proprio nel momento in cui crollava l’Impero ottomano, che i limiti storici dell’Europa sono “il Mediterraneo, il Mar Egeo, il Mar di Marmara e il Mar Nero, il Bosforo e i Dardanelli (…), che la civiltà europea ha le sue radici nell’antichità e nel cristianesimo (…) e che quel poco che rimane della Turchia in Europa appartiene politicamente all’Asia”. L’Europa politica è infatti sempre stata collocata dal punto di vista della civiltà, vale a dire della cultura giudaico-cristiana, segnata dal siero greco-latino, forgiata dall’umanesimo e dal primato della persona sul gruppo (contrario all’olismo asiatico o al clanismo orientale).

L’Europa deve riscoprire la sua anima giudaico-cristiana
Se vuole essere un attore politico e strategico capace di contare fra i futuri grandi blocchi, e se vorrà essere in grado di sopravvivere di fronte alle nuove sfide demografiche e sociali (immigrazione incontrollata, integrazione degli immigrati extra-comunitari, crisi economica, e crisi dei valori, ecc), l’Europa dovrà stabilire e definire la sua identità a partire dai criteri di coerenza storica, culturale e di rispetto dei valori propri e di pluralismo democratico. Questi valori europei anche nella versione più liberale e laicizzata provengono senza dubbio dall’identità giudaico-cristiana e greco romana. Questa è all’origine della nascita della laicità, della democrazia, dei diritti dell’uomo e della Sacralità della Vita che fonda il personalismo e l’umanesimo moderni. In questo senzo, l’Europa relativista. L’Europa multiculturale che pretende di negare la sua identità concreta e storica per non dispiacere agli altri, è infatti un Europa che non si ama a se stessa e che diffonde una cultura di Morte, una cultura dell’autolesionismo che lungi dal suscitare il rispetto di altrui, incita il disprezzo e ispira la debolezza. Come lo spiega Magdi Cristiano Allam, è chiaro che se l’Unione europea non vorrà rimanere “un’entità debole”, un “No man’s Land civilizzazionale”, dovrà intraprendere una riflessione globale sulla sua identità culturale, le sue radici storiche e i suoi limiti territoriali, geografici e culturali. E chiaro che un’Europa cui valori sono solo basati sugli astratti diritti dell’Uomo e su idee relativiste e politicamente corrette che mirano a colpevolizzare e deprimere l’anima europea, non potrà ne credere in se stessa ne fare sognare gli altri. Quindi non sarà in grado di integrare gli Altri e sarà sommersa da culture più attive che credono di più in se stesse. E questo è anche una legge della natura, che, alla differenza dell’Uomo e di Dio, non perdona mai. Perché la Natura non ama il vuoto. Infatti, dal momento in cui l’Europa non viene dal Nulla ed è terra di grande cultura e antica civiltà, la negazione delle sue radici giudaico-cristiani e greco-latini e la sua auto-definizione relativista e astratta appare necessariamente come un rinnegamento e il frutto di una cultura del suicidio identitario collettivo. Di fronte ai nuovi totalitarismi, di fronte all’islamicamente corretto, di fronte al declino morale, e psicologico, e di fronte alla deriva neo-imperiale soft e relativista dell’Unione Europa che si allarga senza limiti ne direzione – fino al mondo turco-islamico – ma non si rafforza, il riconoscimento delle radici giudeo-cristiani costituiranno l’unica via di salvezza, di sopravivenza, di speranza, ma anche di limitazione. Come l’abbiamo già detto, l’unico modo di integrare milioni di immigrati extra europei e musulmani che oggi non possono integrarsi ad un’Europa anticlericale e apostata vuota di valori e che non li propone nessun sogno, nessuna colonna vertebrale e nessune regole, è di diffondere l’amore della propria patria e civiltà europea dai radici giudaico-cristiani. Il miglior modo di integrare l’Altro è di dimostrare all’Altro che si ama e si rispetta la propria identità ed il proprio passato.