Una cittadina in età adulta, resa disabile 17 anni fa da un incidente, è stata eliminata in esecuzione di una sentenza. Contro l’ideologia mortifera la battaglia di credenti e “atei imprudenti” non poteva che essere persa

La mano di Abramo sul collo di Isacco, che testimoniava la fede, qualcuno l’ha fermata. La mano dei volenterosi guerrieri culturali che hanno costituito l’associazione “per Eluana”, e le hanno tolto clinicamente la vita per celebrare l’ideologia della libertà di coscienza, anche presunta, non l’ha fermata nessuno. Una cittadina italiana in età adulta, resa disabile diciassette anni fa da un incidente stradale che le aveva tolto la capacità percettiva, senza staccare la spina della sua attività cerebrale e lasciandola per tutto questo tempo in uno stato abulico di sonno e di veglia, è stata fisicamente eliminata in esecuzione di una sentenza giudiziaria. Niente moratoria per la signora Englaro.

Dopo il caso di Terri Schiavo, per la seconda volta in occidente una disabilità grave è curata con la morte su richiesta di una autorità tutoria (ieri un marito, oggi un padre). La Schiavo era reclamata dai suoi genitori, ma il marito la pensava diversamente, e nonostante la rivolta dell’esecutivo e del Congresso, anche lì l’ultima parola spettò a una corte giudiziaria. Anche lì la cerimonia dell’addio fu celebrata in pubblico, per affermare un modello morale moderno, che ha le sue radici nel disprezzo verso la vita umana mostrato dalle socialdemocrazie e dai totalitarismi convergenti, nella prima metà del Novecento, intorno alla maledizione dell’eugenetica. In Italia c’è stato un clamoroso e benedetto sussulto della classe dirigente, contraddetto e reso vano con disprezzo da una casta di funzionari dell’ideologia secolarista che odiano ogni possibile lezione di umanità laica e di carità cristiana. Qui a reclamare Eluana, che è morta presto fuori di quel suo ambiente, sottoposta a una forma molto asettica e moderna di tortura, c’erano le suorine misericordine della clinica Beato Talamoni di Lecco. A loro vanno le nostre condoglianze.
Questo è un mondo in cui, da oriente a occidente, la vita è trattata in relazione all’onnipotenza dei desideri personali.

Non voglio un figlio, lo abortisco perché me lo consente la mia libera coscienza. Lo stato non lo vuole femmina, e impone di abortirlo per ragioni utilitaristiche. Non lo voglio potenzialmente malato, ed è la deriva eugenetica in atto con il contributo ideologico della tecnoscienza. Anche piccoli difetti possono determinare una condanna a morte. I vecchi sono in cura, ancora per qualche tempo, ma la cura delle loro disabilità, e domani l’assunziuone responsabile della loro dipendenza totale dalla attenzione e dall’amore degli altri, viene messa in discussione da campagne pubbliche oblique, fondate su casi solo apparentemente privati, il cui scopo è l’introduzione anche in Italia di protocolli eutanasici. L’azione di carità che pervade la santità moderna, dalle suorine di Lecco tutrici di Eluana Englaro a Madre Teresa, è svillaneggiata e disprezzata sempre più apertamente come versione oscurantista e premoderna di una fede cristiana che logora la potenza semidivina dell’uomo tecnologico.

Perfino grandi preti operosi, che fondano ospedali e scuole di filosofia, pensano che la cura non abbia senso senza la possibilità ravvicinata di guarigione, e che il conforto, la consolazione, l’attesa e la carezza siano paccottiglia residua di un passato che anche la chiesa deve imparare a dimenticare in nome degli idoli della scienza e della ricerca. La battaglia dei credenti e degli “atei imprudenti” contro la barbarica esecuzione di una disabile non poteva che essere perduta. E non poteva che essere data. Grazie a tutti coloro che questa battaglia hanno accostato e guardato con lo stesso sentimento di laica e razionale pietà di chi l’ha animata.

Giuliano Ferrara

da Il Foglio