KÖNIGSTEIN, martedì, 30 giugno 2009 (ZENIT.org).- In Iraq è scoppiata un’accesa controversia sul progetto di nuova Costituzione per il Kurdistan iracheno che potrebbe garantire ai cristiani una patria nel nord del Paese.

La proposta è stata condannata da 50 deputati del Parlamento iracheno in vista di un referendum previsto al riguardo nella regione autonoma curda il 25 luglio.

Il deputato Ossama al-Nujaifi, ricorda un comunicato inviato dall’associazione caritativa cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) a ZENIT, ha attaccato violentemente l’idea affermando che la Costituzione del Kurdistan è incompatibile con quella federale e che darebbe al Parlamento del Kurdistan iracheno più poteri che al Parlamento nazionale di Baghdad.

Il documento riconosce formalmente il gruppo etnico “caldeo siriaco assiro”, al quale appartengono molti cristiani, così come il diritto di regolamento autonomo in zone in cui un gruppo etnico rappresenta la maggioranza.

Parlando ad ACS, fr. Bashar Warda ha affermato che la Costituzione proposta “assicurerebbe alle minoranze pieni diritti: culturali, religiosi…”

“Sarebbe garantita l’autonomia – ma solo se la si chiede, non verrebbe data automaticamente”, ha aggiunto.

Opinioni contrastanti

Non tutti i cristiani iracheni sostengono l’idea di una patria cristiana. Se gruppi come il Movimento Democratico Assiro hanno chiesto un territorio cristiano in Kurdistan – vedendolo come l’“ultima speranza” per i cristiani perseguitati del Paese –, altri temono che questo porti all’isolazionismo.

Parlando ad ACS nel 2008, l’Arcivescovo Jean Sleiman, leader dei 5.000 cattolici iracheni di rito latino, ha infatti affermato che qualsiasi piano che preveda un’enclave cristiana nel nord implicherebbe la creazione di “un ghetto”.

Secondo fr. Warda, le opinioni variano “da Vescovo a Vescovo, da luogo a luogo, da chiesa a chiesa. L’atteggiamento della Chiesa siriaca è diverso da quello della Chiesa caldea”.

“Non si può contare sul fatto che un’unica voce faccia capire qual è la decisione della Chiesa – non si può prendere un punto di vista in rappresentanza di tutti i cristiani”.

Per il religioso, il modo migliore per risolvere le divergenze d’opinione è il processo politico.

La nuova Costituzione è già stata approvata dal Parlamento curdo il 24 giugno, ma deve essere ratificata dal referendum pubblico.

Il ritiro delle truppe USA

Quella dei diritti dei cristiani è una delle questioni all’ordine del giorno nel momento particolarmente delicato che l’Iraq sta vivendo per il ritiro delle truppe statunitensi, a sei anni dal conflitto che ha portato alla fine del regime di Saddam Hussein e a una guerra civile che ha provocato moltissime vittime.

Il Vescovo ausiliare di Baghdad, monsignor Sleimon Warduni, ha confessato alla “Radio Vaticana” che “ciò che aspettiamo è la pace, è la sicurezza, perché abbiamo veramente sofferto tanto: tanti i morti, tantissimi i feriti, tanti orfani e tante vedove e specialmente tanta immigrazione”.

Questa situazione, ha spiegato, “diminuisce non solo il numero, ma anche la forza dei cristiani”, che “un tempo erano milioni e purtroppo adesso sono migliaia”.

“Questo ci fa male. Però, le nostre speranze sono nel futuro e cominciano da oggi, perché è una bella cosa che gli iracheni custodiscano l’Iraq – ha riconosciuto –. Certamente, le truppe degli alleati hanno fatto il possibile, ma adesso spetta agli iracheni”.

Attualmente, ha osservato, “è una festa grande nazionale, perché  comincia la libertà vera degli iracheni, perché possono guidarci e risolvere da soli i loro problemi”.

“Si sente un’aria di gioia in tutti quanti, anche se c’è qualcuno che non è d’accordo, perché teme che le violenze aumentino e così via. Noi, però, aspettiamo questa libertà vera, democratica, perché sia concessa a tutti, come pure i diritti a noi cristiani, perché a volte sentiamo che sono calpestati”.