Sono attivisti per i diritti umani, avvocati e blogger senza paura, manifestanti dell’Onda verde antiregime arrestati nei mesi scorsi
di Fausto Biloslavo
Tratto da Il Giornale dell’8 settembre 2010

Altri 14 iraniani sono in attesa di lapidazione nella Repubblica degli ayatollah. Le condanne a morte per motivi politici o ideologici, in attesa di venir eseguite o confermate dai vari gradi di giudizio, sono 13. Cinque di queste riguardano persone arrestate durante le manifestazioni dell’ultimo anno contro il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Il numero di Moharebeh, i nemici di Allah, che rischiano la pena capitale, perché oppositori, sarebbero fra i 50 e 60. L’ultima è la blogger Shiva Nazar Ahari, attivista dei diritti delle donne, arrestata diverse volte. Da sabato è sotto processo come nemica di Dio.

Non c’è solo Sakineh Mohammadi Ashtiani in attesa della lapidazione in Iran. Ieri il capo dello stato, Giorgio Napolitano, ha detto che la sua condanna a morte è «un atto altamente lesivo dei principi di libertà e difesa della vita». A Strasburgo il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso ha definito la minacciata esecuzione «una barbarie, che le parole non sono in grado di esprimere». Dall’Iran cominciano ad arrivare assicurazioni che il caso verrà rivisto, ma pure repliche piccate. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast, accusa l’Europa di «voler difendere una persona accusata di omicidio e adulterio».

Sakineh non è l’unica per cui vale la pena accendere i riflettori internazionali. Secondo Ahmed Rafat, giornalista e scrittore di origini iraniane, fra i più esperti in Italia sul regime degli ayatollah, sono 14 le condanne per lapidazione già esecutive. E riguardano non solo donne, ma pure uomini rei di tradimento. Agli inizi di settembre sarebbero stati condannati a morte a colpi di pietra una coppia di adulteri: Vali Janfeshani, l’uomo, e Sariyeh Ebadi, l’amante. Dal 2008 si trovano nella prigione di Orumiyeh.

Lo scorso dicembre, secondo Drewery Dyke, esperto dell’Iran per Amnesty international, «due uomini sono stati lapidati e in altri tre casi la stessa condanna è stata eseguita, però, tramite impiccagione».

«Il caso Sakineh ha commosso l’opinione pubblica internazionale, ma non bisogna dimenticare che ci sono altri condannati a morte per ragioni politiche o semplicemente per aver partecipato alle manifestazioni di protesta. Tredici sono in attesa del boia, ma decine di altri rischiano la sentenza capitale» spiega Rafat.

Una delle più recenti pende sul capo di Zahra Bahrami, che ha pure la cittadinanza olandese. Arrestata dopo le manifestazioni contro Ahmadinejad nel dicembre 2009, è stata condannata a morte il 16 agosto. Il regime la accusa di far parte dell’ex gruppo terroristico dei Mujaheddin del popolo, di avere addirittura contrabbandato cocaina e di essere «una minaccia per la sicurezza nazionale». Come «nemica di Allah» merita la morte. Amsterdam conferma che oltre a Zahra ci sono altri quattro cittadini olandesi di origini iraniane nelle galere degli ayatollah.

A Jaafar Kazemi, che partecipò alle proteste contro il regime, dopo la discussa  rielezione di Ahmadinejad, è stato respinto in agosto l’appello contro la condanna a morte. Come Javid Lari e altri sei, in attesa del boia, viene accusato di far parte dei Mujaheddin del popolo, un gruppo clandestino che da qualche anno ha rinunciato al terrorismo e alla lotta armata.

Secondo Amnesty nel 2009 sono state messe a morte in Iran 388 persone. Gli attivisti politici arrestati lo scorso anno sarebbero stati cinquemila. Oggi fra i 50 e 60 oppositori rischiano una condanna a morte. Sabato scorso è iniziato il processo contro Shiva Nazar Harai, 26 anni, famosa attivista dei diritti umani. Finita in carcere più volte ha sempre sfidato a viso aperto il regime, che avrebbe fabbricato accuse «false», secondo il suo avvocato. Sarà un caso, ma il processo della blogger femminista, che rischia il patibolo, è iniziato il giorno in cui hanno sbattuto in galera Nasrin Sotoudeh. Un avvocato donna di numerosi attivisti politici, che ha rappresentato pure il premio Nobel Shirin Ebadi in esilio a Londra. L’avvocato e la femminista avevano aderito entrambi alla campagna «Un milione di firme» per abolire le leggi discriminanti nei confronti delle donne iraniane.