di Vincenzo Faccioli Pintozzi
Tratto da cronache di Liberal del 3 giugno 2010

Alcuni la chiamano realpolitik, altri diplomazia. Ma sembra semplicemente ipocrisia, questa volta su scala mondiale.

Mentre vengono liberati tutti gli attivisti a bordo della Freedom Flotilla, compresi i sei italiani, e il mondo arabo invita alla terza Intifada, stupisce più che altro la reazione delle diplomazie internazionali. E la mancanza di verità – o di semplice obiettività – che ha trasformato il palco dei rapporti fra Stati in curve da stadio, dove non esiste moderazione. Eccezion fatta, ovviamente, per le bilance commerciali che regolano i rapporti fra le capitali: quando si parla di denaro, come dimostrano gli investimenti occidentali nel mondo della finanza islamica, le polemiche urlate sembrano essere temporaneamente messe da parte. Ma l’attacco del 31 maggio, la morte di nove persone per mano di soldati di uno Stato mediorientale, i motivi alla base del loro viaggio e il reale contenuto delle loro stive hanno segnato una nuova pagina nel grande libro dei rapporti umani. La vittoria dell’ipocrisia. Il caso più eclatante di questa nuova teoria, scritta nelle pagine delle cronache internazionali, è senza alcun dubbio rappresentato da Washington e dalla sua nuova Amministrazione. Ricevendo un infuriato ministro turco degli Esteri, la Clinton ha in qualche modo calmato la sete di sangue di Ankara: uscendo dall’incontro, ha detto che la situazione a Gaza è «inaccettabile. Così com’è non può durare» e ha aggiunto che il suo Paese si aspetta la massima chiarezza da parte di Israele sull’accaduto. Poche ore dopo, in conferenza stampa, il portavoce di Obama Robert Gibbs ha invece preferito dire: «Il blitz israeliano dimostra che la pace in quella regione è più necessaria che mai». Mettendo in chiaro che l’inchiesta internazionale sull’accaduto, richiesta e votata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dovrà essere guidata da Israele.

Ma anche la Turchia è animata dalla stessa ipocrisia: al mondo mostra una faccia dura, chiede punizioni esemplari e ulula alla luna, ma al proprio interno – e attraverso i canali che non passano per i media – i toni sono diversi. E si capisce come sia ancora forte nel Paese quella componente kemalista, laica e filo-europea, che i legami con Israele e l’Occidente li vuole mantenere a tutti i costi. Ed ecco che, magicamente, si arriva a comprendere che i denti scoperti verso Tel Aviv sono soltanto un modo (ipocrita) per riguadagnare la fiducia del mondo arabo dopo il “peccato originale” di essere stato il primo ad avere riconosciuto diplomaticamente Israele. Ecco perché Erdogan gioca a fare Ahmadinejad: perché teme di vedersi sfilare da sotto il naso l’ingresso nell’Unione europea e di rimanere quindi solo, senza neanche più l’appoggio di quei Paesi della propria regione. L’ultimo ipocrita di questa tornata di giro è proprio Israele, che non è riuscito – non questa volta – a indossare con convinzione il manto della vittima illibata. L’attacco alle navi, scrivono i media israeliani di ieri, «è un’operazione talmente sbagliata che potrebbe essere giustificata soltanto se si cercasse una guerra totale con l’Iran». E la pretesa secondo cui quelle sette navi erano composte da pericolosi terroristi, e non attivisti, non convince neanche il quotidiano Haaretz. Che, dopo aver definito i ministri del Gabinetto Netanyahu “degli idioti”, scrive: «Quelle navi non erano piene di pacifisti, ma neanche piene di terroristi. E aver cercato lo scontro arrivando a sparare fa dubitare delle buone intenzioni del nostro esercito».

Ed ecco l’ipocrisia di un Paese che si dibatte per affermare armi in mano la propria identità (e che sicuramente ci è stato costretto), ma che ormai non riesce più a farne a meno. L’ipocrisia di chi sale su una nave, spara e poi tira in ballo un antisemitismo mondiale per giustificarsi. Israele, o almeno una parte di coloro che siedono al comando della nazione, fa finta di non capire che non esistono sempre delle giustificazioni che siano inattaccabili, e non pensa sia più necessario arrivare a scusarsi per qualcosa. Con la conseguenza – poi definita “ipocrita” – di venire censurati dal mondo intero. Se questo uso della diplomazia dovesse mantenersi intatto – se le feluche di tutto il mondo dovessero continuare a pensare che il loro ruolo è quello di salvare sempre e solo capra e cavoli – non ci possiamo aspettare altro che una radicale modifica dei rapporti mondiali. Un “tutti contro tutti” che, specialmente in aree calde come il Medioriente, rischia di essere estremamente pericoloso per tutti noi.