di Antonio Airò
Tratto da Avvenire del 6 febbraio 2011

C’è la crudele tragedia delle foibe quando i comunisti di Tito occupano Trieste ai primi di maggio del 1945. «Quaranta giorni di orrori sotto una cappa di piombo».

Arresti, uccisioni, vendette politiche e odii personali riversati su molte, troppe, persone innocenti e che si ripetono a Fiume, nell’Istria, nella Dalmazia. «Migliaia di nomi, o di uomini morti, tornati vivi dall’inferno, ma annichiliti nell’animo… Storie fatte di patimenti, dolore, paura, morte». Uscendo da lunghi decenni di silenzio e anche di pudore, queste storie rivivono nei ricordi de I testimoni muti (Mursia, pp. 218, euro 15), come li definisce lo scrittore Diego Zandel in questo lungo racconto nel quale la sua storia personale si basa ampiamente su un’altra tragedia, quella dell’esodo di gran parte della popolazione italiana dopo la cessione dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia alla Jugoslavia. Se ne andarono a migliaia fino al 1954 per finire nei campi profughi, spesso con i soli vestiti che indossavano, senza mezzi, con l’unica colpa di essere italiani, anche se in tanti si erano opposti al fascismo oppressore e poi ai tedeschi e in tanti avevano militato nelle formazioni partigiane di Tito e anche creduto successivamente alla democrazia socialista che si sarebbe instaurata in quel Paese. Ma quasi tutti in Jugoslavia sarebbero stati considerati, anche se comunisti convinti, «nemici del popolo» e come tali arrestati, condannati, deportati (come capitò a Remigio, operaio dei cantieri di Monfalcone andato a lavorare da Tito per contribuire alla costruzione del socialismo) e costretti a diventare profughi. Soprattutto, quel territorio istriano che era stato per secoli un misto di tre etnie, dove la lingua italiana – con la sua rete di istituzioni scolastiche, culturali, giornalistiche – era ampiamente diffusa e conosciuta (ma in tanti, come la nonna di Zandel, parlavano esclusivamente un dialetto inframmezzato da parole di origini  veneto-giuliane), sarebbe stato svuotato in breve tempo ad opera di un regime caratterizzato da un mix di intollerante ideologia e di nazionalismo esasperato. Basti dire che a Fiume gli abitanti sarebbero passati dai 59. 332 del 1940 ai 14. 500 di dieci anni dopo… In questa drammatica stagione politica si colloca la memoria di Diego Zandel. I suoi genitori lasciano Fiume nel luglio del 1947 e finiscono a Servigliano nelle Marche in un ex campo di concentramento («Una serie di baracche di legno dai tetti spioventi»); nell’aprile del 1948 nasce Diego. Inizia così la sua vita da profugo.

Dopo Servigliano, c’è il villaggio giuliano­dalmata sulla Laurentina a Roma, che si gonfia con l’arrivo continuo di nuovi istriani mentre si inizia la costruzione di un gruppo di case popolari. Quella di Roma è una comunità di circa 2000 persone segnata da una forte identità nazionale: «Noi profughi, tutti, per la nostra fedeltà all’Italia e per il nostro sacrificio, ci consideravamo più patrioti degli altri italiani», osserva Zandel. Le vacanze che farà più tardi a Fiume gli fanno scoprire che «la città si andava riempiendo di stranieri provenienti dalle altre repubbliche della Jugoslavia e che con la storia della città, con la sua lingua, la sua tradizione non c’entravano per nulla». L’identità italiana di Zandel resta, ma gradatamente comincia a non sopportare più «quelle vene di razzismo e di nazionalismo che sentivo serpeggiare nel villaggio anche nei confronti dei rimasti in Istria, considerati tutti comunisti». Nello stesso tempo rifiuta le posizioni di quelli che «ritenevano la Slovenia e la Croazia quali uniche madrepatrie delle popolazioni istriane». E se è vero che oggi gli italiani autoctoni sono una minoranza sparuta, l’istrianità mantiene una sua identità: europea.