Tre bambini, un marito disoccupato e le pressioni da parte dei datori di lavoro. Quando Séder si fa convincere a prendere la Ru486 non sa che sarà un calvario. Da cui uscirà solo grazie a uno “strano” perdono
di Benedetta Frigerio
Tratto da Tempi

Lugo di Romagna. Séder è una ventiseienne marocchina, la sua storia e il silenzio che le fa da cornice sono gli stessi delle donne che passano da quasi tutti i consultori e ospedali italiani. La curiosità in più, quella che sulla stampa locale ne ha fatto un piccolo (e subito archiviato) “caso” giornalistico, è che Séder è stata tra le prime donne in Italia ad abortire con la Ru486, la pillola dell’Ivg fatta in (quasi) perfetta solitudine. Tre anni fa Séder rimase incinta del terzo figlio. Allora aveva appena trovato un posto fisso da badante. «La mia anziana signora e datrice di lavoro mi pregò di non abbandonarla. E suo figlio, dopo che io avevo tentato di spiegare a entrambi che sarei riuscita a portare a termine anche quella gravidanza senza venire meno al mio impegno professionale, non volle sentire ragioni: “O abortisci – mi disse – o ne prendo un’altra”. Andai dal medico di base. Niente da fare. Ero già oltre il tempo prescritto dalla legge. La risposta del figlio della signora che accudivo è stata una serie indirizzi di siti internet che spiegano come procurarsi l’aborto in casa. Cose terribili. Avrei dovuto infilare gomme nell’utero, schiacciare la pancia e prendere strani intrugli. Mi sono licenziata». Per fortuna. «Perché questa è Nâjiyahl – dice guardando con i suoi occhi neri e lucidi la bambina che le sta accanto – la mia terzogenita».

Il viso di Séder è perfettamente incorniciato in un velo rosa, che copre la sua bellezza «perché la bellezza non va consumata, ma preservata per Dio e per il proprio uomo». Presto si capisce perché tanta dolcezza sia rotta da singulti e sguardi pieni di angoscia. «Subito dopo la nascita di Nâjiyahl, mio marito ha perso il lavoro ed è andato in cassa integrazione. Avevo partorito da quattro mesi. Mi sono subito messa a cercare qualcosa perché eravamo senza soldi. Il giorno in cui ho trovato un posto come lavapiatti ho saputo di essere di nuovo incinta. E di nuovo i miei datori di lavoro non volevano neanche sentir parlare di gravidanza. Così ho detto alla mia dottoressa che questa volta dovevo assolutamente abortire. Lei mi ha dato il certificato. Sapevo di andare contro il volere di Allah, ma ero disperata e sono andata all’ospedale di Lugo. Lì mi hanno dato una pillola che, dicevano, mi avrebbe fatto abortire senza accorgermi di nulla».

I crampi e la solitudine
Séder prende la prima pillola (Ru486) e va al lavoro. «Mi girava la testa, stavo male e dovevo nasconderlo perché sapevo che mi avrebbero licenziata. Allora sono tornata in ospedale per prendere la seconda (Cytotec). Lì mi hanno detto che avrei avuto un flusso mestruale solo un po’ più abbondante del solito. Non mi hanno detto di tornare nemmeno per un controllo». Quello stesso giorno Séder si accascia e sviene davanti alla cassiera di un supermercato. «Avevo freddo, sudavo e il cuore mi batteva forte. Mi sono svegliata in una stanza con quelli del 118 che mi dicevano di andare in ospedale. Ma io non ci potevo andare perché dovevo lavorare. Ho firmato per tornare a casa. In macchina ho rischiato un incidente». La sera Séder è al suo posto di lavoro. Lava i piatti fingendo di avere dolori mestruali. «In bagno, dopo contrazioni e dolori lancinanti, mio figlio mi è caduto fra le mani». Adesso Séder passa certe sere in lacrime. Fa fatica ad addormentarsi, crede di vedere il volto di quel suo bambino (anzi è certa che fosse «una bimba»), si fa dilaniare dai sensi di colpa e giura che non si perdonerà mai né lo rifarà mai più. «Piuttosto me ne starò con dieci figli sulla strada». Séder crede che finirà all’inferno per quello che ha fatto. O meglio, così credeva fino a due settimane fa. Perché, spiega, «Marta dice che Allah non è come io penso che sia». Marta è una mamma come tante altre che Séder ha incontrato all’asilo e con cui una mattina si è confidata. Marta le ha detto che pensare alla dannazione dopo tanta sofferenza e dolore «è affermare un assurdo, come se il tuo male fosse più forte della sua misericordia, come se Dio fosse andato in croce inutilmente senza riuscire a salvarci». Le ha detto proprio così, «in croce». Evidentemente non stavano parlando dello stesso Dio. O forse sì, ma Séder non ci ha badato tanto. «Si vedeva in faccia la sua fede». Così, adesso, Séder passa certe sere in lacrime e a cercare la sua amica Marta.