“Il senso della dottrina dell’inferno” è mantenere “la responsabilità dell’uomo nella determinazione del suo destino ultimo”. “Pur ammettendo la tragica possibilità dell’inferno, è lecito, anzi doveroso, sperare per tutti il raggiungimento della salvezza”. Questo, in sintesi, il pensiero di Giacomo Canobbio (Facoltà Teologica Italia Settentrionale), intervenuto stamani al convegno “Inferni”, promosso all’Università Cattolica di Milano dal Centro pastorale, dalla Fuci e dal Meic dell’Ateneo, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura e la collaborazione dell’associazione “L’Asina di Balaam”.

Oggi, ha osservato il teologo, “uno dei motivi della caduta di credenza nell’aldilà è la vulgata demitizzazione che ha ridotto le ultime realtà a semplici cifre della condizione esistenziale dell’uomo o a immagini”; in altre parole “quando all’uomo della strada si toglie la possibilità di credere che tra l’immagine e la realtà vi sia, se non identificazione, almeno rapporto positivo, lo si priva della possibilità di credere che un aldilà esista veramente” e che non sia “una semplice favola”. Secondo il teologo, “la caduta di credenza” nell’inferno “dipende in buona parte” anche “dal desiderio di prendere le distanze da una concezione minacciosa di Dio e di assumere l’idea del trionfo della misericordia sulla giustizia”. “La storia dell’uomo è una storia di libertà che si gioca al cospetto del proprio fondamento e del proprio compimento” ha affermato questa mattina il teologo Giacomo Canobbio, intervenendo al convegno “Inferni” in corso all’Università Cattolica di Milano. Una storia di libertà con “tre possibili esiti – dei quali uno solamente di passaggio (il purgatorio) – che sono lo sbocco di un itinerario voluto”. In ultima analisi, secondo Canobbio, “il senso della dottrina dell’inferno è mantenere la responsabilità dell’uomo nella determinazione del suo destino ultimo, il quale non può venire imposto all’uomo se egli non vuole. Si tratta cioè di prendere sul serio la libertà dell’uomo di autodeterminarsi, che resta anche di fronte all’amore di Dio”. In questo orizzonte “sorge però il problema se la grazia di Cristo non possa vincere anche le resistenze più forti; inoltre se ci possa essere beatitudine autentica quando alcuni membri dell’umanità fossero per sempre nella infelicità più profonda”. E ancora: si può affermare “il possibili fallimento dell’amore di Dio?”, e possono mettersi “in concorrenza” grazia e libertà?. “La prospettiva che si dischiude – secondo Canobbio – è pertanto questa: pur ammettendo la tragica possibilità dell’inferno, è lecito, anzi doveroso, sperare per tutti il raggiungimento della salvezza” perché “la fede cristiana è essenzialmente speranza”.

© SIR – 22 ottobre 2009