Secondo un partito filo-islamico si tratterebbe di un simbolo “troppo identificabile” con la tradizione cristiana. Ma l’organizzazione indonesiana non cede: “Il logo non cambierà”

GIACOMO GALEAZZI da Vatican Insider

Battaglia sui simboli nel paese musulmano più popoloso del mondo. Per gli esponenti del Prosperous Justice Party (Pks) la croce rossa è un simbolo “troppo identificabile” con la tradizione cristiana. Ma la Croce rossa indonesiana non cede agli islamisti: la croce resta nel logo, il cambio del simbolo sarebbe una «resa» ai fondamentalisti. In passato anche l’ex vice-presidente dell’Indonesia, Kalla, un musulmano, aveva elogiato il lavoro dell’ente. La Croce rossa indonesiana, meglio nota con l’acronimo Pmi (Palang Merah Indonesia), annuncia che “non cambierà mai” il tradizionale logo che l’ha resa celebre e la caratterizza in tutto il mondo, riferisce AsiaNews.

La precisazione è una risposta diretta alle critiche rivolte nei giorni scorsi da politici del Pks (Prosperous Justice Party, movimento filo-islamico) secondo cui il simbolo composto da una “croce” rossa è “fin troppo facilmente identificabile” alla tradizione e alla cultura cristiana. Una critica rispedita al mittente dai volontari, dagli attivisti che considerano una modifica alla stregua di una “resa agli estremisti” e giudicata “priva di fondamento” anche dall’ex vice-capo di Stato Jusuf Kalla. Muhammad Muas, membro esecutivo della Croce rossa indonesiana, ricorda all’agenzia del Pime che il logo è frutto di un “accordo” sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1949, che Jakarta “ha ratificato in via ufficiale ed è tenuta a rispettare“. Il simbolo non ha legami con il cristianesimo, aggiunge, e “l’Indonesia è uno Stato laico, non confessionale basato sui dettami dell’islam”. “L’Indonesia – evidenzia l’esponente Pmi – è una nazione che rispetta il pluralismo”.

In passato, a difesa della Croce rossa indonesiana era sceso in campo anche l’ex vice-presidente Jusuf Kalla, numero due del Paese durante il primo mandato di Susilo Bambang Yudhoyono, musulmano devoto e originario delle Sulawesi del Sud. “Dobbiamo essere orgogliosi” aveva sottolineato l’ex leader del partito nazionalista Golkar, durante i festeggiamenti per i 66 anni della Pmi nel settembre 2011, sottolineando che essa opera in aree di guerra e in condizioni difficili guadagnando “stima e rispetto” di tutti. Alla base della proposta di modifica del logo della Pmi, spiegano alcuni esperti al Pontificio istituto missioni estere, vi sarebbe il proposito avanzato da alcuni leader del Pks di legare la Croce rossa indonesiana alla Mezzaluna rossa musulmana. Più volte l’Indonesia ha registrato casi di revoche improvvise e misteriose delle autorizzazioni a costruire edifici di culto cristiani. Fra questi si ricorda una chiesa protestante bloccata da Nurmahmudi Ismail, ex esponente proprio del Pks (il movimento radicale islamico) e sindaco di Depok, nella reggenza di Bogor.

Nel 2004 una chiesa pentecostale a Tanjun Senen, nella città di Bandar Lampung (capoluogo della provincia di Lampung) è stata chiusa per un movimento di protesta locale, che si era sollevato contro la costruzione dell’edificio. nel marzo 2006, l’Islamic Defender Front, movimento indonesiano composto da fondamentalisti islamici, chiuse con la forza una chiesa cattolica “domestica” a Sumedang di Garut, circa 350 chilometri dalla capitale Jakarta, ed intimò ai fedeli locali di “non cercare un altro luogo dove professare la fede”. La chiusura forzata è avvenuta il 5 marzo 2006, quando alcuni membri del Fronte (meglio conosciuto come Fpi ,Front Pembela Islam) intimarono al proprietario della casa dove si svolgevano le messe domenicali di “interrompere immediatamente ogni attività liturgica”.  Gli assalitori chiesero un milione di rupie indonesiane (circa 100 dollari) come tangente per non riportare alla stampa locale il caso di “cattolici locali che infrangono la legge”. Secondo il sacerdote che parlò ad AsiaNews (in forma anonima per motivi di sicurezza) “i membri del Fpi sono venuti da fuori, non sono abitanti del posto”.

In Indonesia, soprattutto nelle aree più remote del Paese, spesso la comunità cattolica decide di destinare una casa o un chiosco (di proprietà di uno di loro) all’attività liturgica. Dato che non vi è una vera e propria parrocchia, questa fase viene chiamata “stasi” e precede l’inizio della lunghissima trafila burocratica per chiedere il permesso di erigere una vera e propria chiesa. Subito dopo la chiusura della loro cappella, un gruppo di cattolici locali si recò dalla polizia per denunciare il caso ma “al fine di mantenere la pace nella zona” gli fu “suggerito” di non fare troppa confusione.

Due anni fa, poi, alla chiesa cattolica di Santa Maria, nel distretto di Purwakarta, provincia di West Java, le autorità hanno revocato il permesso di edificazione, rilasciato tempo addietro. Una delusione per i fedeli, che avevano curato la preparazione di tutti i documenti e avevano ottenuto tutte le autorizzazioni del caso. Secondo i funzionari locali, vi erano state delle “irregolarità” nei passaggi che avevano precedentemente portato al rilascio del nulla osta. Irregolarità che, a detta dei cristiani, sembravano più un pretesto per bloccare il progetto. «Il nostro è uno Stato senza potere», ha denunciato un anno fa il presidente della Conferenza dei vescovi indonesiani, monsignor Mathinus D. Situmorang, che, durante una riunione dell’Associazione degli studenti universitari cattolici indonesiani, ha fortemente criticato l’incapacità del governo di difendere i cristiani e le loro chiese dagli attacchi degli estremisti che «oggi dominano l’Indonesia, come in passato hanno fatto i colonizzatori stranieri».

Nonostante la ferma opposizione dell’attuale presidente Susilo Bambang Yudhono, dall’inizio del 2009 il fondamentalismo islamico indonesiano è cresciuto in maniera esponenziale riuscendo più volte ad intimidire e manipolare le autorità. La paura non è l’unica ragione che costringe il governo a piegarsi ai gruppi oltranzisti, a volte si tratta anche di calcolo politico, come documenta padre Franz Magnis-Suseno, gesuita tedesco in Indonesia dal 1955: «In alcune isole, come quella di Java Occidentale, gli estremisti hanno alimentato l’intolleranza. E in quelle regioni, per motivi opportunistici, lo Stato non adempie ai suoi doveri di difendere i cittadini».