SVILUPPO A DUE VOLTI

Cominciano ad emergere i primi dati dal grande censimento dell’India – il 15° dal 1872 – che si concluderà tra un paio di mesi. Poche le sorprese dai dati finora diffusi, molte invece le conferme soprattutto in senso negativo. Fra tutte, il permanere delle discriminazioni di casta, aggravate dalla corsa allo sviluppo, dagli interessi politici ed economici, e il crescente divario tra maschi e femmine, che fa segnare all’immenso Paese asiatico un record negativo per queste ultime. 

La popolazione, anzitutto, è salita a 1,21 miliardi, il 17,5 per cento del totale mondiale, con un aumento di 181 milioni nell’ultimo decennio. Un dato equivalente alla popolazione dell’intero Pakistan, con una tendenza che conferma la rincorsa alla Cina e la possibilità che l’India ne superi numericamente la popolazione, oggi a oltre 1,3 miliardi, entro il 2030. Mentre però in Cina la politica del figlio unico sta mostrando effetti catastrofici, sia in termini di squilibrio demografico, sia di invecchiamento della popolazione, in India è la tendenza alla crescita della popolazione maschile a preoccupare. Anche il governo, le cui direttive mirano invece all’aumento della popolazione giovane.

Oggi le donne sono “solo” 586 milioni (il 48%). Tuttavia, gli ultimi dati disponibili mostrano che lo squilibrio sta peggiorando. Tra 0 e 6 anni d’età, il rapporto ritenuto normale a livello mondiale è di almeno 950 femmine per 1.000 maschi. In India i primi risultati del censimento mostrano che il rapporto è sceso a 914 femmine ogni 1.000 maschi, riducendosi ulteriormente rispetto al dato del precedente censimento che mostrava un rapporto di 927 a 1.000. Ad aggravare la situazione, concorrono poi ampie differenze regionali. Lo Stato settentrionale di Haryana, alle porte della capitale Nuova Delhi mostra il rapporto più sfavorevole, con 819 femmine ogni 1000 maschi, mentre in Mizoram, Stato cristianizzato all’estremità nord-orientale, le femmine sono 971 su 1.000 maschi. Nella capitale, nonostante il piano di azione predisposto dalla municipalità che incentiva la nascita di bambine attraverso prestiti alle famiglie, si è passati dalle 868 femmine nel 2001 alle 866 attuali.

All’origine del fenomeno c’è la preferenza accordata per ragioni culturali ed economiche ai maschi, ma a rendere possibile un vero e proprio genocidio ai danni delle bambine, è la disponibilità di strumenti ecografici portatili e la possibilità di abortire senza troppa difficoltà in migliaia di cliniche “clandestine”, che agiscono magari sotto coperture rispettabili. La legge del 1994 che proibisce e sanziona duramente l’aborto selettivo, infatti, è facilmente aggirabile e finisce per rappresentare di fatto una barriera assai fragile. La tendenza, presente soprattutto nelle classi medie, a scegliere una prole meno numerosa, unita al desiderio di maggiore emancipazione delle donne e a un allentarsi dei tradizionali obblighi familiari, contribuisce a peggiorare la situazione dello squilibrio sessuale. Se due sposi decidono di avere pochi figli, la preferenza va ai maschi, come conferma Ravi Verma, direttore della sezione asiatica del Centro internazionale per la ricerca sulla donna: «La questione della discriminazione è fortemente radicata nella società indiana. E con un declino della fertilità, la preferenza per il figlio maschio è diventata più forte».

Le vecchie consuetudini culturali e i nuovi portati della modernità, così, finiscono entrambe per colpire le donne. Una tendenza che, ha affermato anche il responsabile dell’immensa macchina del censimento C. Chandramouli «preoccupa grandemente». Anche perché si riscontra in un Paese che, sul piano normativo, ha bandito da tempo l’individuazione del sesso attraverso l’ecografia, come pure l’aborto selettivo. «I dati del censimento erano in qualche modo previsti, ma rappresentano comunque un segnale d’allarme per la nazione», è stata la reazione di Ranjana Kumari, direttrice del Centro per la ricerca sociale dell’India, un segnale evidente che la legge contro l’aborto «non è applicata severamente. Occorre prendere precauzioni perché stiamo avviandoci a una situazione di crisi». Colpito anche lo stesso ministro degli Interni, G.K. Pillai, presente alla diffusione dei primi dati del censimento 2011. «Chiaramente – ha detto Pillai – tutte le misure messe in atto negli ultimi 40 anni non hanno avuto una impatto sulla selezione del sesso».

«Questi dati confermano le nostre peggiori paure», è stata la reazione di Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia. «La diminuzione del numero di bambine ha avuto un picco significativo nel 1980, in seguito all’introduzione dell’ecografia che permetteva alle donne di trovare prima una “soluzione” alla costante pressione di avere un figlio maschio, attraverso la terribile prassi degli aborti selettivi. Ma da allora la situazione pare sia addirittura peggiorata drammaticamente». «La povertà non è l’unica ragione degli aborti selettivi», conclude De Ponte. «I dati dimostrano infatti che il numero più alto di “<+corsivo>missing girls<+tondo>” si registra nelle aree urbane e tra le famiglie appartenenti alle caste più alte o che vivono nelle zone più ricche del Paese. Tutto ciò in un subcontinente in cui le donne sono vittime di continue discriminazioni, violenze e spesso non vedono garantito l’accesso alla terra e alle risorse di cui necessitano per vivere».

Tra gli altri dati socio-demografici di rilievo, infine, si segnala in positivo l’aumento dell’alfabetizzazione, che ora riguarda il 74 per cento della popolazione oltre i 7 anni d’età (era del 65 per cento dieci anni fa) e la densità demografica, salita del 17,5 per cento a 382 abitanti per chilometro quadrato (contro 325 precedenti).

Stefano vecchia da Avvenire