di Maurizio De Santis
Tratto da Giustizia Giusta il 25 febbraio 2010

Ai più ingenui sembrava plausibile che lo stupro di Neelam Paswan, una giovane donna di 28 anni, abitante del povero villaggio di Elha nel Nord-est dell’India, potesse essere uno degli ultimi capolavori della cristianofobia indù. Lo sfregio che gli estremisti indù riservavano alla moglie di un pastore protestante.

Il bollettino, invero, era fermo agli orrori perpetrati nel 2008, contro i cristiani dello Stato di Orissa. In quella occasione, gli estremisti indù giustificarono i numerosi massacri come “doveroso” gesto di vendetta per onorare la memoria di uno dei loro responsabili, malamente accoppato da qualche cristiano stanco delle continue vessazioni.

Un atto che provocò la morte di 110 cristiani e la distruzione presso che completa di almeno 170 chiese e 4. 500 case. Per tacere degli oltre 54. 000 indiani di fede cristiana, letteralmente deportati per meri motivi di sicurezza.

Ma, purtroppo, ogni inguaribile ottimista ha avuto l’onore di essere prontamente smentito dall’impietoso incedere dei fatti reali.

E così ecco servita, quasi a bacchetta, l’ennesimo affronto alla comunità cristiana (che, ricordiamo, è molto più antica della stessa minoranza musulmana, visto che sussistono prove concrete della sua presenza al terzo secolo).

Succede così che, tra i libri destinati ai bambini della Scuola elementare di San Giuseppe (di età tra i 6 ed i 10 anni), compaia un abbecedario edito dalla Skyline Publications, notoriamente finanziata da un gruppo induista (decisamente non candidato al nobel per la pace…). Nel detto abbecedario, accanto ad ogni lettera viene associata un’immagine, per facilitare la costruzione mentale della parola. Ora, sopra la lettera I (associata alla parola “Idolo”), compare l’immagine di un Gesù benedicente, con in mano una birra (si spera fresca) e sigaretta.

Esultanza tra gli indù, lazzi e cacchini dai musulmani, mentre i vescovi indiani, che iniziano l’assemblea della Conferenza Episcopale a Guwahati (India del Nordest), implorano il “dialogo” (parola che dice tutto e niente).

Nel bailamme generale, al solito, l’Unione Europea tace. Manco fosse il Vaticano della Massoneria Unificata.

Moderata soddisfazione tra gli atei nostrani (che, solitamente, atei non sono, semmai semplici anticristiani di stampo vetero-risorgimentale).

Smarrito senso di inadeguatezza tra i pochi attivisti cristiani rimasti.

Illusione (di tutti), che il problema abbia radici squisitamente circoscrivibili al continente indiano.

Ed invece, non è così. La “globalizzazione” non segue solo principi economici.

Già lo scorso 26 gennaio, il presidente B. S. Yeddyurappa, esponente dal BJP, il partito nazionalista indù al governo nello Stato del Karnataka, aveva affermato che queste manifestazioni di comunitarismo offendevano il governo locale.

Prologo niente male da parte di quest’uomo, dal nome impronunciabile. Che, di fatto, ha tirato la volata ai fanatici del Sri Ram Sena (Esercito del Signore Rama’), dedito alla difesa dei valori tradizionali indiani.

Quelli che Mark Twain non mancò di evidenziare in modo graffiante: “L’India ha due milioni di dei, e li adora tutti. Nella religione le altre nazioni sono delle miserabili; l’India è l’unica milionaria”.

E, siccome i cristiani in India sono carne da macello e non certo un pericolo, il munifico SRS ha trovato un buon pretesto fuori dai confini.

Precisamente in Australia. Dove, quasi da due anni, i cittadini indiani sono vittime di aggressioni sempre più frequenti, tanto da compromettere le relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Dunque, gli integralisti indù compirebbero legittime rappresaglie, per vendicare le recenti aggressioni, delle quali due mortali, contro la Comunità indiana (70. 000 persone), che lavora o studia in Australia.

Ma se suscita perplessità il razzismo religioso indiano, richiamerei volentieri l’attenzione sulla graduatoria stilata da Portes Ouvertes France, sui peggiori Stati in termini di libertà religiosa, : troveremmo la suddetta India al 26° posto. Preceduta dall’Algeria e seguita (di sette lunghezze) nientemeno che dalla Turchia (che sarebbe quella che dovrebbe entrare in UE).

Con l’inquietante nota di colore delle Maldive, paradiso in predicato di scomparire sotto  i flutti dell’acqua alta, dove molti europei migrano per palesar le chiappe chiare.

Bene. Le Maldive, che noi foraggiamo con il turismo spicciolo, sono quinte. Precedute, tra gli Stati boia, solo da insigni benefattori quali Nord-Corea, Iran, Arabia Saudita e Somalia.

Si accettano proposte per il prossimo Nobel.