di Anto Akkara
Tratto da La Bussola Quotidiana

Bangalore. Il 23 agosto le chiese e le strutture cristiane dell’inquieto distretto di Kandhamal, nello Stato dell’Orissa, nell’India orientale, hanno tirato un respiro di sollievo dopo che il gigantesco raduno organizzato dai fondamentalisti indù in occasione del terzo anniversario dell’uccisione del loro leader si è svolto senza incidenti.

«La situazione era tesa, ma nulla di spiacevole è accaduto», ha detto a La Bussola Quotidiana don Matthew Puthyadam. Parroco a Phulbani, capoluogo del Kandhamal, al termine di quella manifestazione, durata cinque ore, a cui hanno partecipato 4mila dimostranti indù.

Alla vigilia dell’anniversario del massacro seguito all’assassinio, nel 2008, di Swami Lakshmanananda Saraswati la polizia si è infatti schierata a difesa dei vari centri cristiani. Perché, nonostante il fatto che a rivendicare quell’attentato siano a suo tempo stati i ribelli maoisti, i gruppi fondamentalisti indù parlarono subito di un “complotto dei cristiani”, iniziando impunemente a vessarli. In una spirale di violenza inaudita durata settimane, furono così uccisi più di 90 cristiani, con più di 300 chiese e di 6mila abitazioni saccheggiate o date alle fiamme con il risultato di lasciare 56mila persone senza tetto in una regione sprofondata nella giungla.

Con tutto ciò, però, né la Chiesa né alcun gruppo cristiano o laico hanno organizzato alcuna celebrazione per ricordare il terzo anniversario di quello che è stato il peggior atto di persecuzione di tutta la storia della Chiesa indiana, e questo fra i cristiani ha generato sconforto e paura.

Nel frattempo, i funzionari del governo, spesso visti come piuttosto indulgenti nei confronti dei fondamentalisti indù, hanno celebrato la ricorrenza a modo proprio. Alcuni impiegati dell’agenzia delle entrate hanno fatto visita al cantiere di Majumaha dove si sta ricostruendo una chiesa battista, distrutta dopo 40 anni di attività, per presentare un decreto che ha imposto la sospensione dei lavori in quanto non consentiti in quella ricorrenza.

Peraltro, quando la ricostruzione della chiesa fu avviata, all’inizio del 2010, i fondamentalisti indù pensarono bene di mettere subito in funzione delle scavatrici lungo la striscia di terra che sta fra la chiesa e il cimitero in modo da aprire un “contenzioso” fondiario con i cristiani a fronte del quale il governo si è affrettato a definire “controverso” quel terreno. Dopo di che, ogni qual volta i cristiani hanno cercato d’iniziare i lavori, un fondamentalista indù era lì pronto a denunciare la cosa alla polizia e agli altri uffici governativi, i quali sono sempre intervenuti al volo intimando di non procedere oltre.

Del resto, prima di consegnare la notifica di sospensione dei lavori alla chiesa battista di Majumha, i funzionari del governo hanno analogamente comunicato la fine ufficiale dei lavori di riparazione alla danneggiata chiesa cattolica di Padunbadi dipendente dalla parrocchia di Mondasore, ovvero una struttura antica di 60 anni.

Don Maximilian Pradhan, parroco di Mondasore, si è allora precipitato subito dal responsabile dell’agenzia delle entrate di Raikia per protestare contro quell’ordinanza “illegale”. Al funzionario il sacerdote ha fatto notare che il terreno su cui la chiesa sorge viene da decenni definito “edificio ecclesiastico” in tutti i documenti ufficiali del luogo e che per questo la chiesa è lì da più di mezzo secolo, ma per tutta risposta si è sentito dire che la sospensiva altro non è se non una delle regole stabilite dal governo.

«Il governo permette tranquillamente che qualcuno stenda una bandiera color zafferano, il simbolo degli indù, sopra una roccia al bordo di una strada o su un qualunque terreno demaniale dando poi a quel luogo un nome mediante l’invocazione di un dio o di una dea. E però a noi non concede il diritto di ricostruire le nostre chiese», ha sbottato Manas Ranjan Singh, un avvocato cristiano che difende i cristiani perseguitati. Sono stati peraltro gli stessi fondamentalisti indù a fermare la ricostruzione di un’altra chiesa cattolica attiva a Bakingia da quattro decenni.

Per i cattolici ridislocati a Nandagiri la sorpresa è stato peraltro enorme quando il 17 agosto il loro rappresentante, Chrisanto Mallick, è stato convocato d’urgenza da un funzionario anziano del governo per vedersi subito dopo consegnare dall’impiegato dell’agenzia locale delle entrate la notifica «di demolizione entro 30 giorni» della chiesa che la comunità aveva costruito con il proprio sudore e i propri miseri risparmi in quella landa desolata. L’inamovibile funzionario ha infatti ribadito che i cristiani non hanno alcun permesso di costruire chiese sul terreno demaniale di Nandagiri dove si sono insediate le 54 famiglie cattoliche cacciate nell’agosto 2008 dal villaggio di Beticola dopo essersi essersi rifiutate di apostatare la fede. Al che Mallick ha ricordato al proprio interlocutore che l’Esattore distrettuale, ovvero il funzionario governativo di più alto rango del distretto di Kandhamal, aveva concesso loro un permesso informale per erigere l’edificio di culto su quella scarpata nella giungla su cui i cattolici erano stati trapiantati dal governo. Una volta in più, però, il funzionario ha detto che la chiesa da loro costruita configura una “violazione” dal momento che di permessi scritti da parte delle autorità non ve ne sono.

«Stanno cercando modi nuovi per tormentare i cristiani», si è lamentato don Bijay Kumar Pradhan, vicario generale per il Kandhamal dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar. «Se hanno intenzione di applicare alla lettera ogni parola che sta scritta nel codice a proposito delle proprietà fondiarie nei terreni ricoperti da foreste, allora dovrebbero fare lo stesso nei confronti dei templi indù. Che demoliscano tutti quelli illegali. Solo allora ci conformeremo alla loro interpretazione rigorista della legge», ha detto don Pradhan. «Queste vessazioni non solo altro che la continuazione delle persecuzionie che già abbiamo subito», ha rimarcato il massimo rappresentante della Chiesa cattolica del Kandhamal.

«Il grande risultato delle violenze perpetrate nei nostri confronti è la ghettizzazione della vigorosa comunità cristiana della regione», sostiene oggi Paul Pradhan, un cattolico già direttore di una organizzazione non governativa, “Riqualificazione rurale e Comitato di servizio del popolo”, attivo da anni in quel distretto immerso nella giungla. In diversi villaggi, aggiunge, il coordinamento «per isolare e marginalizzare i cristiani» è perfetto.

Benché la maggior parte dei collaboratori di Pradhan sia indù, i suoi uffici e la sua abitazione a Paburia non sono del resto stati risparmiati dalla distruzione che si abbatté in quel momento di violenza organizzata che lo ha costretto a rifugiarsi nella foresta prima di riuscire a lasciare il Kandhamal. «Tristemente, le violenze hanno smembrato la nostra comunità. Molti dei giovani e le persone più ricche non sono hanno fatto ritorno nel Kandhamal. In parecchie famiglie oggi restano solo gli anziani», sottolinea Pradhan che oggi vive in una casa presa in affitto nei pressi dello slum Saliasahi del capoluogo Bhubaneswar dello Stato dell’Orissa.

I 117mila coraggiosi cristiani del Kandhamal, un quinto della popolazione, sono stati una comunità davvero vivace fino ai disordini scatenati nell’agosto 2008. Durante i saccheggi che hanno accompagnato le violenze la maggior parte di loro è stata poi depredata di ogni avere.

Preghiere speciali, però, e centri per la donazione di sangue sono stati organizzati dalle chiese e dalle organizzazioni cristiane in tutto lo Stato del Madhhya Pradesh, nell’India centrale, allo scopo di celebrare il Giorno dei Martiri, il 28 agosto. «È un’occasione per ricordare il sacrificio di coloro che hanno versato il proprio sangue a causa della fede», ha detto don Anand Muttungal, portavoce della Chiesa cattolica del Madhhya Pradesh. In quello Stato, infatti, spiega don Muttungal, la domenica successiva al 23 agosto si osserva il Giorno dei Martiri proprio come fu fatto nei giorni seguiti al 23 agosto 2008. Nello stesso Madhhya Pradesh, peraltro, che negli ultimi dieci anni è stato governato dal partito fondamentalista indù Bharatiya Janata Party, si registrarono decine di atrocità commesse ai danni di una popolazione cristiana che costituisce solamente l’1% dei 72 milioni di abitanti totali.