di Gianfranco Amato
Tratto da Avvenire

Monsignor Philip Boyce, vescovo di Raphoe, antica diocesi irlandese fondata da sant’Adamnano, è ufficialmente inquisito per alcune parole recentemente pronunciate durante un’omelia nel santuario di Nostra Signora di Knock.

L’accusa è di incitamento all’odio e conseguente violazione del Prohibition of Incitement to Hatred Act del 1989, la legge irlandese che regola la materia.

A denunciarlo è stato un attivista ateo, John Colgan, noto come dirigente del movimento Campaign to Separate Church and State, dopo che il sermone di Boyce, intitolato «Confidare in Dio», è stato rilanciato dalla stampa locale, tra cui l’Irish Times che alla vicenda ha dedicato un articolo.

Nella denuncia presentata alla Garda Síochána, la polizia irlandese, John Colgan ha rinfacciato al vescovo due frasi dell’omelia: quella in cui monsignor Boyce ha sostenuto che la «Chiesa cattolica irlandese è aggredita dalle frecce di una cultura laicista e senza Dio», e quella in cui ha affermato che «il segno distintivo dei credenti cristiani sta nel fatto che essi hanno una prospettiva futura, nel senso che, pur non sapendo in dettaglio cosa aspetta loro dopo la morte, essi sanno che la loro vita non finirà nel vuoto».

Nella denuncia Colgan ha specificato che le affermazioni del vescovo «rappresentano un incitamento all’odio nei confronti dei dissidenti, degli outsider, dei laici, che sono in realtà ottimi cittadini secondo la legge civile». «Quelle affermazioni – secondo Colgan – sono sintomatiche della cronica avversione nei confronti dei laici, degli atei, eccetera, che si è concretizzata nell’ostracismo di tutti gli altri bravi cittadini irlandesi che non condividono gli obiettivi della pastorale ecclesiastica irlandese diretta dal Vaticano».

A supporto della denuncia, lo stesso Colgan ha citato studi che mostrerebbero «l’esistenza di un vero e proprio pregiudizio dei cattolici e dei cristiani in generale nei confronti di agnostici e atei», pregiudizio che, sempre secondo Colgan, sarebbe «imputabile alla propaganda ostile diffusa nelle scuole e nei luoghi di culto dalle Chiese istituzionali».

Dal canto suo, Boyce si è limitato a precisare che nel pronunciare l’omelia incriminata non ha mai inteso disprezzare nessuno, tantomeno coloro che non sono illuminati dalla fede. «Nutro il più profondo rispetto per ogni singola persona – ha ribadito il vescovo – poiché credo che tutti siamo stati creati a immagine di Dio. Al santuario di Knock ho desiderato incoraggiare e confermare la speranza dei credenti, anche in questi tempi tribolati, visto che la fiducia nel Signore era il tema di cui stavo trattando».

Nel frattempo, il magistrato (Director of public prosecutions), cui la polizia ha trasmesso gli atti, sta ufficialmente indagando se il fatto di sostenere che la Chiesa cattolica è attaccata dalla cultura laicista possa configurare violazione del Prohibition of Incitement to Hatred Act.

Questo episodio, incredibile ma reale, accaduto in un Paese di antica e salda tradizione cattolica, dovrebbe allarmare tutti, credenti e non cerdenti. In gioco, infatti, non vi è soltanto la libertà religiosa – che di per sé rappresenta un diritto inalienabile e fondamentale dell’uomo – ma anche la semplice libertà di parola.

Vengono in mente le parole del presidente americano Roosevelt pronunciate nel suo celebre messaggio al Congresso del 6 gennaio 1941, noto come il discorso delle “quattro libertà”: «Nel futuro che noi cerchiamo di rendere sicuro, desideriamo ardentemente un mondo fondato su quattro libertà fondamentali dell’uomo.

La prima è la libertà di parola e di espressione, ovunque nel mondo. La seconda è la libertà religiosa per qualunque credo, ovunque nel mondo. La terza è la libertà dal bisogno, ovunque nel mondo. La quarta è la libertà dalla paura, ovunque nel mondo». In quel lontano 1941 Roosevelt pensava alla tragica situazione degli oppressi da nazismo e comunismo. Non avrebbe mai potuto immaginare che le sue parole sarebbero servite anche per l’Europa del 2012.