Teresa è una gestante in grave disagio economico • Il 30 luglio si era rivolta all’assistenza sociale di zona. La risposta: «Non possiamo fare molto per lei, dovrà interrompere la sua gravidanza»
di Alessia Guerrieri
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2010

Teresa accarezza continua­mente il suo pancione, co­me se dovesse ancora pro­teggere quel figlio che cresce da tre mesi nel suo ventre. «Ora che è qui dentro è al sicuro, ma quan­do nascerà sarà molto dura per noi». Sorride comunque, final­mente. Non ha più paura di af­frontare la sua nuova vita da ra­gazza madre, «io non sono più so­la, c’è lui con me – dice mentre in­dica quel miracolo che l’ecografia ha già scritto che sarà un ‘lui’ –. Siamo in due, solo noi due». Un lui che chiamerà Francesco e na­scerà a marzo: «Questo bambino è stato concepito in Umbria, la pa­tria di Francesco d’Assisi, vorrei che portasse il suo nome». La lu­ce della vita, Teresa l’ha riscoper­ta dopo settimane di vuoto e di confusione, attraversate di tanto in tanto anche dalla voglia di far­la finita. «Come potevo pensare – ribatte – di far crescere un figlio da sola, senza lavoro, senza casa, senza un compagno e senza un soldo?».

Quasi trent’anni, due sorelle all’e­stero e una mamma che non sen­te da anni, un diploma da odon­toiatra, per ora inutilizzato. Poi quel compagno che «pur dicendo di desiderare come me un bam­bino, se ne è tornato in Tunisia» con il suo bagaglio di bugie. E non ha più nessuna intenzione di ve­nire in Italia. Teresa parla tenen­do lo sguardo fisso a quel figlio che le sta dando il coraggio e la forza di affrontare mille difficoltà. Lei, cardiopatica e con una gravi­danza a rischio, però, ha deciso di andare avanti. Eppure, sola e di­sperata, il 30 luglio stava per can­cellare quella vita che tanto ave­va sognato. «Io lo volevo, l’ho vo- luto fin dall’inizio – racconta – ma ero talmente confusa che avevo già avviato le pratiche per l’abor­to. Mi sentivo un mostro, comun­que, una donna indegna di vive­re. Per fortuna non ho avuto la for­za di presentarmi in ospedale quel giorno». Infine la decisione di ri­volgersi ad un assistente sociale nel suo municipio a Roma.

«Cercavo una parola di conforto, un posto dove stare, visto che do­vevo lasciare il mio appartamen­to perché non potevo più permet­termelo – confessa –, cercavo un aiuto ed invece…». I suoi occhio­ni neri si sono riempiti di lacrime quella mattina d’inizio agosto, quando le uniche parole di soste­gno che ha avuto sono state quel­le che mai nessuno si sarebbe im­maginato. «Non possiamo fare molto per lei, non abbiamo gran­di risorse. Ma non si rende conto che sarà difficile nella sua situa­zione crescere un bambino? For­se sarebbe il caso di pensare al­l’interruzione di gravidanza». L’as­sistente sociale non ha prospetta­to grandi alternative; in più le sue ferie sarebbero cominciate il gior­no successivo e, quindi, pochi i tentativi da fare. Una telefonata dai servizi sociali effettivamente il giorno dopo è arrivata con una probabile sistemazione per soli due mesi e l’invito a risentirsi al rientro dalla vacanze.

«Ho pregato molto il Signore quel­la notte, non sapevo cosa fare, pre­gavo per il mio bambino e per quelle mamme come me che nes­suno sente gridare in silenzio. Mi sono sentita come se tenere il fi­glio che già amavo immensamen­te fosse il reato più grande che po­tessi fare». Teresa fa una pausa. Poi spiega dell’incontro con un vec­chio amico vicentino e, grazie a lui, del contatto col Centro di aiu­to per la vita della Capitale. «Lì ho trovato innanzitutto il conforto e l’ascolto di cui avevo bisogno, ol­tre ad un aiuto materiale – ag­giunge –. Mi hanno sistemato in una casa-famiglia dove potrò sta­re anche dopo il parto. Sempre grazie a loro ho un ginecologo di un grande ospedale romano che mi segue gratuitamente e che co­nosce bene la mia patologia».

Al tavolino di un bar, giocherel­lando con la cannuccia della sua acqua e limone, Teresa non na­sconde la rabbia per quel «muro di insensibilità» che ha trovato, e continua a ricevere, proprio da chi invece dovrebbe aiutare. Per vivere ora, oltre ad un piccolo contributo del Cav, si arrangia co­me può, vendendo anche le sue originali lampade su internet. «Non voglio sentirmi una paras­sita dello Stato – dice lasciando per un attimo cadere gli occhi sulla lana che ha appena com­prato per la copertina del suo Francesco –. Come è possibile in un Paese moderno e credente che i servizi sociali mi dicano di abortire, di dormire in alloggi di fortuna o addirittura di andar via dall’Italia per farmi aiutare delle mie sorelle all’estero?». Alle sue tante domande per adesso non trova risposta, ma ha un’unica certezza: quando Francesco na­scerà vorrà impegnarsi perché nessun’altra donna viva ciò che ha passato lei. Tra qualche gior­no sarà il suo compleanno, ma la vita le ha già riservato il regalo più grande.