Ha 11 anni, ma per il Tribunale dei minori può essere perfettamente in grado di decidere autonomamente se è abortire o no.

La storia arriva da Reggio Emilia. Una bambina di appena 11 anni, un contesto famigliare di degrado e solitudine, che l’aveva spinta a cercare aiuto presso i servizi sociali di zona. Poi, all’inizio dell’estate, la piccola resta incinta del fidanzato appena maggiorenne. Che fare? Si rivolge al consultorio per ricevere informazioni. E qui incomincia un iter drammatico. Intervengono i servizi sociali, che ottengono l’allontanamento della bambina dalla casa d’origine. Destinazione: una casa famiglia.

La bambina viene presa così in custodia dal Tribunale dei minori che nomina come tutore legale i servizi sociali. A quel punto, dieci giorni dopo, il Tribunale minorile di Bologna comunica agli assistenti sociali il consenso ad interrompere la gravidanza. Un via libera su cui i servizi mettono il loro placet. La decisione viene presa “al fine di assecondare la volontà già dimostrata dalla stessa ragazzina ad interrompere la gravidanza”. Dunque è la piccola ad avere l’ultima parola, lo prescrive la legge, sulla prosecuzione della gravidanza.

Diverso il caso invece in cui la bambina fosse rimasta in casa con i genitori: in quella circostanza solo il padre e la madre avrebbero potuto esercitare un ruolo più incisivo nel dare o no l’assenso, in quanto detentori della potestà sulla piccola.

Ottenuta l’autorizzazione ad abortire, la bimba qualche giorno dopo si reca in ospedale a Reggio per l’intervento.

Questa la dura cronaca. La notizia però lascia aperto il campo a molti interrogativi sui quali è bene entrare in punta di piedi. La piccola è anch’essa una vittima e in questi casi di gravidanze così precoci è facile imbattersi anche in controindicazioni legate alla salute stessa della donna, che potrebbe essere messa a rischio.

Ciononostante resta il dubbio: davvero una ragazzina di 11 anni può scegliere liberamente e coscientemente sulla vita di un altro? In un momento così delicato, confuso e dubbioso come può essere quello in cui si scopre una gravidanza in così tenera età?

E quante opportunità le sono state offerte per avvicinarla a soluzioni diverse, come ad esempio la sua presa in custodia da parte dei Centri Aiuto alla Vita? Realtà da sempre impegnate nella tutela della vita nascente, che avrebbero potuto informarla, se non altro delle alternative all’aborto, tra cui ad esempio l’adozione o l’ingresso in una struttura protetta nella quale portare a termine la gravidanza.

Il rischio, in questi casi, è che la decisione non sia nient’altro che una fredda pratica burocratica da sbrigare e che non sia completamente libera, ma condizionata da circostanze esterne, non ultimo il fattore “tempo” dei canonici 90 giorni, che ostacolano di fatto una serenità di giudizio anche a fronte della giovane età dell’interessata.

Dubbi su cui anche il legislatore e il giudice dovrebbero riflettere.

di Andrea Zambrano
Tratto da La Bussola Quotidiana