E così Peter Jackson ha deciso di tornare nella Terra di Mezzo. È stata un’avventura anche per lui, che di avventure se ne intende. Solo che in questo caso non si è trattato di affrontare draghi, stregoni e malefici, come nei romanzi di Tolkien, quanto piuttosto di vedersela con una più prosaica congiura di contenziosi sindacali, acciacchi di salute e imprevisti hollywoodiani assortiti. A ben vedere, tuttavia, un tocco squisitamente tolkieniano c’è, ed è quello dell’eroe in lotta con le proprie paure. Sì, perché dopo lo straordinario successo dei tre film tratti dal Signore degli Anelli, arrivati nelle sale fra il 2001 e 2003, il regista neozelandese proprio non se la sentiva di tornare a misurarsi con l’epica visionaria di Tolkien. Certo, c’era la possibilità di portare sullo schermo Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli costituisce l’antefatto, ma Jackson avrebbe preferito riservarsi il ruolo del padre nobile, sovrintendendo alla produzione e lasciando al messicano Guillermo del Toro il compito di dirigere film.

Ma del Toro ha rinunciato e a quel punto Jackson ha deciso di rimettersi dietro la macchina da presa, nonostante un intervento chirurgico per ulcera perforata e a dispetto dei grattacapi causati dalle rivendicazioni delle maestranze neozelandesi. Come già Il Signore degli Anelli, infatti, anche Lo Hobbit sarà girato nel Paese natale di Jackson. E anche in questo caso le riprese avverranno in un’unica soluzione, portando però alla realizzazione di due film che arriveranno nei cinema a un anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2012 e nel 2013.

Attenzione, però, perché Lo Hobbit non è affatto il prequel del Signore degli Anelli, come si sente ripetere da quando, lo scorso 21 marzo, è scattato il primo ciak. Un prequel ci racconta che cosa è successo prima di una storia che già conosciamo. È un’operazione che si svolge, paradossalmente, a posteriori e che ha ben poco di originario (il che non le impedisce di essere originale). Lo Hobbit, invece, è un inizio. Un vero inizio. Al punto che Il Signore degli Anelli fu considerato per un certo periodo dagli editori, e dall’autore stesso, come «il nuovo Hobbit». La storia comincia nel 1937, quando John Ronald Reuel Tolkien, stimato filologo di Oxford, dà alle stampe un libro in cui le sue ricerche sulle antiche mitologie nordiche si intrecciano con i racconti destinati alla cerchia domestica.

Il protagonista è, appunto, uno Hobbit, un “mezzuomo”, creatura caratteristica dell’immaginaria Contea che l’autore sceglie come sfondo della sua creazione. Il piccolo eroe si chiama Bilbo Baggins e, se fosse per lui, non avrebbe alcuna intenzione di girare il mondo. Ma un bel giorno si mette al seguito del mago Gandalf ed ecco che arrivano i draghi, gli incantesimi e, più che altro, l’Unico Anello, di cui il buon Bilbo entra in possesso in modo che sembrerebbe casuale e che invece, secondo alcuni critici, chiama in causa direttamente la Provvidenza, la protagonista innominata dell’intera opera di Tolkien.

È la convinzione espressa, per esempio, da Giovanni Cucci e Andrea Monda nell’interessante L’arazzo rovesciato (Cittadella, pagine 182, euro 12,80), un saggio sull’«enigma del male» che dedica molta attenzione al mondo immaginario del Signore degli Anelli. A differenza degli altri “custodi” che si susseguono nel possesso del monile magico, infatti, Bilbo è l’unico che accetta di disfarsene volontariamente, affidandolo al nipote Frodo e rendendo così possibile il percorso di redenzione che dalla Compagnia dell’Anello giunge fino al Ritorno del Re, passando per Le due torri.

Nei film già diretti da Jackson il ruolo di Bilbo anziano era stato affidato a Ian Holm, l’attore britannico che in precedenza aveva interpretato Frodo in una fortunata riduzione radiofonica dei romanzi di Tolkien. Ora, invece, la parte del giovane Bilbo sarà ricoperta da Martin Freeman, finora conosciuto per alcune serie televisive targate Bbc, come The Office e la recente rivisitazione ipertecnologica dei classici di Conan Doyle, Sherlock, dove Freeman impersona il proverbiale dottor Watson.

Anche nel nuovo Hobbit cinematografico (esiste già un cartone animato degli anni Settanta e anche in Italia circola da tempo una bella versione a fumetti, edita da Bompiani) la tecnologia avrà una funzione fondamentale, che culminerà nell’utilizzo del 3D. Eppure la vera meraviglia che la storia riserva è un’altra e sta tutta nella frase che Tolkien scrisse, un po’ per gioco, nella pagina lasciata in bianco da un suo studente: «In un buco nel terreno viveva uno Hobbit…».

Alessandro Zaccuri da Avvenire