di Giovanni Carrù
Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra

Con l’approssimarsi delle festività natalizie molti pellegrini giungono a Roma per vivere in prima persona il Natale, così come emerge dalle solenni celebrazioni pontificie, ma anche per respirare l’atmosfera di una città che, da sempre, ovvero dalla prima diffusione del cristianesimo, ha tradotto in figura i primi momenti dell’infanzia del Salvatore. Questa particolarità si apprezza specialmente visitando le basiliche paleocristiane decorate con splendidi mosaici che, assai spesso, ritraggono l’immagine della Madonna con il Bambino, secondo un’iconografia che doveva interessare anche l’abside dell’antica basilica di Santa Maria Maggiore, prima dei lavori medievali, che trasformarono tutto il presbiterio, che accolse, proprio nella nuova abside, il suggestivo mosaico di Jacopo Torriti con l’incoronazione della Vergine e la sua “Dormizione”.

Ebbene, della basilica paleocristiana, fatta erigere da Sisto III sulla sommità dell’Esquilino, dopo il concilio di Efeso del 431, che sancì il dogma del parto verginale di Maria, restano i mosaici delle navate, ma anche il grande arco trionfale, che evoca i momenti salienti relativi alla nascita del Salvatore:  dall’annunciazione alla presentazione al tempio, dall’adorazione dei magi al soggiorno in Egitto, dalla strage degli innocenti alla reggia del re Erode.
Questi episodi figurativi non nascono dal nulla, ma trovano il loro naturale antefatto nell’arte delle catacombe che, com’è noto, rappresenta la testimonianza figurativa più antica per quanto riguarda un’iconografia propriamente cristiana. È noto che i primi quadri ispirati alla natività sono da rintracciare nella catacomba di Priscilla, sulla via Salaria, una delle cinque catacombe romane che la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha aperto al pubblico e che rappresenta una meta privilegiata per il pellegrinaggio, o anche per la semplice visita di chi, da tutto il mondo, arriva alla Città eterna in questi giorni.
Nelle gallerie delle catacombe di Priscilla, già nel III secolo, vengono riprodotti ad affresco le celebri scene dell’Annunciazione, della Natività e dell’adorazione dei Magi. Ma anche le altre catacombe aperte al pubblico conservano le tracce eloquenti del racconto evangelico del Natale, come in un arcosolio del cimitero di San Sebastiano sulla via Appia antica, che presenta un dipinto estremamente deteriorato ma, per fortuna, fatto disegnare da Giovanni Battista de Rossi nel 1877. Nel sottarco del monumento era dipinto il Bambino fasciato e nimbato, disteso su un umile giaciglio tra il bue e l’asino, mentre un busto giovanile nimbato sovrasta la scena, per impersonare il Cristo adulto e protrarre nel tempo l’evento incipitario del Natale.
Questo semplice affresco, da riferire al pieno IV secolo, nasconde significati simbolici sottesi, che attribuiscono alla scena un cumulo di significati, che solo la letteratura patristica e gli scritti apocrifi possono sciogliere. Le fasce del Bambino, a esempio, alludono alla sistemazione del corpo del Cristo al momento della deposizione, ma anche alle bende da cui si libera Lazzaro durante l’evento miracoloso della resurrezione, suggerendo una paradossale analogia tra la mangiatoia e il sepolcro. La mangiatoia – d’altra parte – è qui rappresentata come un tavolo, ovvero come un altare coperto da un drappo, secondo un significato simbolico che giustappone i luoghi della Natività e dell’eucarestia.
La presenza del bue e dell’asino rimanda a un referente apocrifo sorto in funzione della mangiatoia. Come simboli della Natività essi traggono la loro origine dalle Sacre Scritture e, in particolare:  “Il bue ha conosciuto il suo possessore e l’asino la greppia del suo padrone” (Isaia, 1,3) e “Tu ti manifesterai in mezzo a due animali” (Abacuc, 3,2). Ma è il vangelo dello Pseudo-Matteo a riferire, più in dettaglio, la dinamica dell’adorazione degli animali:  “Ora, il tredicesimo giorno successivo alla nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta, entrò in una stalla e depose il bambino nella mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono” (capitolo xiv).
Il nostro viaggio attraverso le catacombe romane aperte al pubblico ci accompagna verso altre decorazioni relative alla infanzia del Salvatore e, in particolare – come abbiamo detto – già nella prima metà del III secolo, nelle catacombe romane di Priscilla, dove appare la prima adorazione dei Magi, anche se il tema appare pure nei cimiteri chiusi al pubblico e, in particolare, nelle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, dei Santi Marco e Marcelliano, dei Giordani, di San Callisto, della via Latina e del Maius sulla via Nomentana. Il numero dei Magi varia da rappresentazione a rappresentazione e nella catacomba di Domitilla essi sono addirittura quattro e si dispongono simmetricamente ai lati della Madonna con il Bambino. I re, vestiti all’orientale, in quanto appartenenti alla classe sacerdotale persiana, hanno avvistato la stella della Natività e sono stati fatti, dunque, partecipi della profezia messianica. Un risvolto simbolico assumono i doni recati; se, infatti, Matteo ricorda che i Magi presentarono al Bambino, in dono, oro, incenso e mirra (Matteo, 2, 1-12) non si precisa il numero degli offerenti, per cui è proprio la variazione degli oggetti preziosi a indirizzare verso il gruppo ternario dei personaggi. Per questo, nelle più antiche pitture delle catacombe, il loro numero oscilla da due a cinque e solo nella cultura figurativa di età bizantina diventa fisso il gruppo dei tre.
Il pellegrinaggio attraverso le catacombe di Roma propone ai devoti un gruppo cospicuo di scene ispirate al Natale e all’Epifania, dimostrando come, tra il III e il IV secolo, la comunità cristiana dell’Urbe fosse particolarmente sensibile alla narratio evangelica e/o apocrifa relativa ai primi momenti della vita di Gesù.
Questa attenzione sottolinea un approccio cristocentrico del pensiero cristiano occidentale dei primi secoli, ma dichiara una speciale intenzione soterica dell’arte concepita dai primi  cristiani, che vedono il Natale come momento saliente del piano salvifico divino e come incontro tra profezia e attuazione evangelica, dando luogo ad un naturale processo di concordia tra le due economie testamentarie.

(©L’Osservatore Romano – 23 dicembre 2009)