di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 1 aprile 2009

I bambini fanno domande imbarazzanti. È naturale, sono bambini.  Chiedere è il loro mestiere, si può dire. E infatti chiedono su tutto: sulla nonna che chissà dove è finita, o su chi ha fatto le montagne.

Una volta, uno dei miei figli mi chiese a che punto della Creazione, dopo stelle, mari e uomini, Dio avesse fatto la Ferrari. I nostri piccoli hanno la ragione allo stato naturale: curiosa e spalancata come una finestra che si sta aprendo sul reale. È giusto, è naturale, è bello che facciano domande. Se gli adulti si imbarazzano e non sanno come rispondere o come stare di fronte a tali domande significa che loro, invece, non sono adulti. Soprattutto se uno fa di professione il maestro o la maestra elementare. Questo è il succo, direbbe Manzoni, della faccenda che da Novara è stata molto amplificata su alcuni media, a seguito delle proteste dei genitori di una classe di elementari che non hanno gradito le risposte di una insegnante circa alcune curiosità sul sesso da parte dei suoi bambini.

E ne hanno chiesto la rimozione. Fa quasi sorridere la strana euforia con cui alcuni commentatori hanno ripreso la faccenda, come il simpatico Gramellini sulla Stampa.

Come se la maestra che spiega senza né remore né veli certe ‘pratiche’ a dei bambinetti fosse quasi una postuma campionessa della liberazione sessuale («forse esagerando», ammette la prima pagina della Stampa,

che peraltro all’interno pubblica le foto scabrose e da pubblica gogna dell’ex potente piemontese Soria). O dall’altra parte, sconforta un po’ la constatazione su quelle pagine e altrove di chi se la cava dicendo: ‘ah ma tanto ormai il sesso variamente esibito e interpretato è onnipresente e i bambini vengono a contatto con tante cose e dunque tutto questo è inevitabile. ‘ Di inevitabile appare ormai solo l’impaccio, la mancanza assoluta di delicatezza nel trattare il tema. Di inevitabile purtroppo sembra solo che ci sia la perdita di delicatezza da parte degli adulti a trattare il tema del sesso. Una delicatezza che viene dalla forza. La forza dell’amore. Una delicatezza che dovrebbe guidare gli insegnanti per amore dei ragazzini loro affidati, che dovrebbe correggere la grossolanità di tanti pubblicitari – approvati peraltro da serissimi manager e da consigli di amministrazione –. Una delicatezza che dovrebbe far parte dell’amore che i genitori hanno verso i loro figli. Il sesso trattato senza la delicatezza che viene dal considerarlo una parte dell’amore si trasforma in una pratica, più o meno come una tecnica sportiva, una faccenda su cui si può parlare a vanvera, con la leggerezza acida che è il contrario della delicatezza. E questo capita anche tra genitori, ignari di essere ascoltati dai figli. Eppure, il sesso non è una pratica, ma un gesto d’amore. Un gesto in cui si mettono in moto gli strati profondi dell’offerta e della gioia. Dell’identità e della ricerca.

Sta a vedere che ormai siamo rimasti noi cattolici a prender sul serio, con gioia e delicatezza, il sesso.

Banalizzare queste cose di fronte a dei bambini illustrandone le ‘tecniche’ come se si trattasse delle istruzioni per costruire una bicicletta è una mancanza suprema di delicatezza. Oltre che un segno di adulti ridotti pericolosamente a babbei. Il che deve far pensare. Poiché, com’è noto, i babbei sono i maggiori alleati del pensiero totalitario. E solo un babbeo, appunto, non si accorge che dietro a questo gonfiare notiziole, a questo confondere le acque addirittura alla faccia dei bambini c’è un montare preciso di un totalitarismo di pensiero che fa a pezzi l’uomo, considerandolo di volta in volta macchina di congegni biologici, macchina di pulsioni sessuali, macchina di pezzi di ricambio, macchina fabbricabile a piacere.

Macchina, automa, a cui il totalitario non-pensiero, concede pure lo svago di qualche pratica sessuale. E se i bambini in fondo se lo ficcano in zucca fin da piccoli, per il non-pensiero totalitario, è meglio…