di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 22 agosto 2011

Mentre ancora si combatte a Tripoli, si può cominciare a disegnare una mappa di chi ha vinto e chi ha perso in Libia, e di come sarà il Paese nordafricano dopo Gheddafi.

Si sa chi ha perso: Gheddafi, i suoi familiari e la sia cerchia immediata. Un mese fa, quando le sorti della guerra sembravano ancora in dubbio e i Paesi della NATO, colpiti dalla crisi economica, davano segni di stanchezza, il colonnello avrebbe potuto ottenere una soluzione negoziata a lui favorevole. Non ha preso in considerazione questa alternativa, ritenendo – erroneamente – con il suo orgoglio beduino di potere resistere per sempre a bombardamenti quotidiani di alcune fra le maggiori aviazioni mondiali, che alla lunga non potevano che fiaccarne le difese.

È più difficile dire chi ha vinto. Non hanno vinto la NATO, gli Stati Uniti, l’Occidente in genere: la menzogna umanitaria della protezione dei civili si è svelata immediatamente come una foglia di fico – ne sono morti di più sotto le bombe occidentali di quanti ne abbia uccisi Gheddafi -, anche il proverbiale uomo della strada si è accorto dei due pesi e due misure usati in Libia rispetto alla Siria, e durante la peggiore crisi economica del dopoguerra sono stati spesi non milioni ma miliardi di euro per un’operazione impopolare e dall’esito incerto.

Sicuramente non ha vinto l’Italia, che dovrà molto faticare per ristabilire con la nuova Libia le buone relazioni che sul piano petrolifero e del controllo dell’emigrazione era riuscita a stringere con Gheddafi. Pensa di avere vinto la Francia, che sogna di sostituire l’Italia come principale beneficiario del petrolio libico. Ma forse sbaglia a fidarsi di interlocutori locali che rimangono imprevedibili, e certamente sottovaluta la tela che nel frattempo il ministro Frattini e la diplomazia italiana hanno continuato a tessere non senza abilità con i vari possibili protagonisti del dopo-Gheddafi.

Ma chi sono questi protagonisti? Se ne può tracciare una prima mappa, dividendoli in tre gruppi.

Il primo è il Consiglio Nazionale di Bengasi, riconosciuto da molti Paesi come governo legittimo della Libia. Questo Consiglio è il risultato dell’alleanza fra elementi del regime – compresi alcuni ministri – che, parallelamente a quanto loro omologhi stanno facendo in Tunisia e in Egitto, operano sperando che tutto cambi perché tutto rimanga come prima e s’instauri un gheddafismo senza Gheddafi, ed esponenti degli interessi regionali e tribali della Cirenaica, la regione orientale che durante la lunga era del colonnello si è sempre sentita discriminata a vantaggio della zona occidentale, la Tripolitania. Su questo gruppo di Bengasi ha puntato inizialmente le sue carte la Francia, ma nel corso della guerra si è reso evidente che è scosso da forte tensioni intestine e che è troppo legato alla Cirenaica per sperare di tenere unito il Paese.

Alla fine, Gheddafi è caduto perché al fronte dell’Est se ne è aggiungo uno dell’Ovest, perché contro di lui si sono sollevate anche le tribù berbere, di cui il regime – perso in un suo sogno panarabo – ha per decenni negato l’identità e represso persino la lingua. I berberi della Libia sono in maggioranza ibaditi – esponenti di una terza via fra sunniti e sciiti, più vicini però ai secondi -, e diffidano dei sunniti e dei non berberofoni in genere. Secondo fonti di intelligence internazionali a loro modo autorevoli, hanno stabilito durante la guerra buoni rapporti con i servizi segreti italiani. La loro coesistenza con i sunniti arabofoni della Cirenaica sarà però tutt’altro che facile.

Il terzo gruppo che si presenta sullo scenario della Libia del dopo Gheddafi a reclamare la sua parte di potere è l’islam politico. Infiltrazioni di al-Qa’ida non sono escluse, ma si tratta di qualche centinaio di militanti. Nei mesi della guerra si sono invece riorganizzati in forze i Fratelli Musulmani, che con l’appoggio dei loro omologhi egiziani in caso di elezioni emergerebbero come uno dei principali partiti, se non il maggiore. Il loro ispiratore, il dottor Ali al-Salabi, tornato dall’esilio negli Emirati Arabi, è uno degli intellettuali più rispettati del Paese. Agli odi tra tribù e regioni i Fratelli Musulmani possono rispondere con il loro slogan che chiede il Corano come costituzione e la legge islamica, la shari’a, come codice, e ricordare come i libici, divisi da tutto, sono però uniti dall’islam. Assai per tempo, i Fratelli Musulmani sunniti hanno anche avviato contatti con la principale organizzazione ibadita berbera, il Congresso Tmazight Libico, cercando di persuaderlo che le differenze fra sunniti e ibaditi sono meno importanti della comune opposizione a una Libia laica.

Quello delle elezioni, peraltro, non è l’unico scenario possibile. Una lotta intestina in armi fra tribù ed etnie, che potrebbe essere presentata alla stampa internazionale come un’ultima raffica dei fedeli di Gheddafi ma che sarebbe ben altro, potrebbe trasformarsi in un sanguinoso “secondo tempo” della guerra e richiedere la presenza in Libia di missioni di pace internazionali, a loro volta esposte ad agguati e a perdite. È uno scenario che già oggi è stato ipotizzato dall’amministrazione americana, la quale ha pure spiegato che difficilmente potrebbe impiegare truppe statunitensi e che l’onere della missione ricadrebbe sui Paesi europei più vicini alla Libia. Dunque anche, se non anzitutto, sull’Italia, con quali effetti sulla nostra situazione economica e sulla politica interna è già da ora facile immaginare. C’è da sperare che la nostra diplomazia, molto attiva nelle ultime settimane, trovi soluzioni che rendano superfluo l’intervento delle nostre forze armate.