l’analisi di Pierluigi Magnaschi
Tratto da Italia Oggi il 3 settembre 2009

Speriamo che dicano di no le Fondazione bancarie piemontesi alle quali si è rivolto il Comune di Torino per farsi finanziare i corsi di tedesco, francese, rumeno, cinese e arabo per le maestre delle scuole materne.

L’iniziativa, cervellotica e pseudamente sociale, è stata ingigantita senz’alcun dissenso, su un’intera pagina, da la Stampa di Mario Calabresi che evidentemente la condivide. Non c’è bisogno di essere pedagogisti per sapere che i bambini (specie quelli sotto i cinque anni) apprendono le lingue con una straordinaria facilità. Basta che si sentano inseriti in un contesto in cui essi percepiscono che non hanno alternative utili rispetto a quella di apprendere una nuova lingua. La dimostrazione, minuscola ma significativa, viene da una mia bis-nipotina di quattro anni che, vivendo in Inghilterra, non sapeva nemmeno una parola di italiano. E quando sua mamma, a Londra, cercava di fargliene imparare una, fuggiva come se fosse davanti al fuoco. Quest’estate, la piccola ha passato due mesi di vacanza in Italia. E ha imparato, dai suoi amici, a parlare perfettamente l’italiano (in due mesi e da sola!). E lo ha imparato a tal punto che, quando l’ho chiamata ieri al telefono, a Londra, parlandole, come al solito in inglese, lei, questa volta, senza essere sollecitata, mi ha risposto in italiano. Le maestre delle materne torinese debbono essere addestrate (ma sono sicuro che lo sanno già fare) a educare i loro piccoli che non c’è differenza di colore o di lingua. Ma che, vivendo in Italia, tutti debbono, al più presto, imparare la lingua del paese se vogliono poter giocare con gli altri. Chi, in Italia, non sa l’italiano, è un emarginato. E un paese che non vuole emarginarli (cioè vuole integrarli) lo sforzo che va fatto, non consiste nel pasticciare con le innumerevoli lingue d’origine, ma nel far apprendere la lingua del paese, l’Italia, che desidera accoglierli, fin da piccoli, come cittadini a pieno titolo. Oltrettutto, come si deve sentire il piccolo turco (che non parla arabo) o il piccolo croato, quando sentono che le maestre d’asilo bofonchiano qualche parola nelle lingue degli altri e non nella loro? Sono dei discriminati certi. Per me, il più grande premio alla scuola italiana viene da una piccola marocchina di sette anni alla quale ho detto: «Le tue due maestre sono una più brava dell’altra». E lei mi ha risposto con una sofisticazione linguistica da mozzare il fiato: «No, una è’ più brava dell’altra». I corsi-arcobaleno di lingue straniere (come se una lingua, un adulto, l’ imparasse in poche lezioni, poi) sono controproducenti e servono a chi li organizza e a chi li tiene. Arrotondano solo gli stipendi. Perciò, no, grazie.