Roma, 15. La Corte costituzionale ha rigettato in Italia i ricorsi sui “matrimoni omosessuali” presentati dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di appello di Trento per chiedere l’illegittimità di una serie di articoli del codice civile che impediscono le nozze tra persone dello stesso sesso.
L’iniziativa dei due tribunali era stata assunta in occasione della vicenda di tre coppie omosessuali alle quali l’ufficiale giudiziario aveva impedito di procedere alle pubblicazioni di matrimonio. Nei ricorsi alla Consulta si ipotizzava il contrasto tra gli articoli del codice civile sul matrimonio con diversi principi sanciti dalla Costituzione. In particolare, la compromissione degli articoli 2, 3, 29, 117, rispettivamente regolanti i diritti inviolabili dell’uomo, l’uguaglianza dei cittadini, i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e l’ordinamento comunitario e gli obblighi internazionali.
I ricorrenti, in sostanza, affermavano la non esistenza nell’ordinamento di un espresso divieto al matrimonio tra persone dello stesso sesso e lamentavano l’ingiustificata compromissione di un diritto fondamentale (quello di contrarre matrimonio) oltre che la lesione di una serie di diritti sanciti a livello comunitario. Nel corso dell’udienza pubblica dello scorso 23 marzo, i legali delle coppie omosessuali avevano sollecitato la Corte a dare una risposta che, anticipando l’intervento del legislatore, consentisse il via libera ai “matrimoni omosessuali”. L’avvocato  dello Stato Gabriella Palmieri, per conto della Presidenza del Consiglio, aveva invece ribadito che il matrimonio si basa sulla differenza tra sessi e aveva rivendicato il primato del legislatore a decidere su una materia tanto delicata.
La Corte, nel dichiarare inammissibili e infondati i ricorsi, fa già intendere ciò che metterà nero su bianco tra qualche settimana e cioè che non è  sua  competenza  stabilire  le  modalità più opportune per regolamentare le relazioni tra persone dello stesso sesso.

(©L’Osservatore Romano – 16 aprile 2010)