di Vincenzo Andraous

Privazione della libertà personale nel rispetto della dignità di ogni cittadino detenuto.

In questo inciso, lo scopo e l’utilità per ogni forma di prevenzione e risocializzazione possibili. Eppure qualcosa sfugge alla razionalità degli sforzi profusi per rendere il carcere un luogo di pena ma anche un tragitto di vita e di speranza.

“Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o pene inumani o degradanti”, parole, una dietro l’altra, messe in fila per meglio fare chiarezza di una dimensione sottaciuta, mai del tutto svelata, parole che hanno il carico dell’obbligo assoluto e inderogabile.

Sul carcere, sulle persone detenute, sulla colpa, il martello della bugia non conosce stanchezze, si alimenta sulla conflittualità quotidiana, che fa della comunicazione un’arma contundente, perché quasi certamente verrebbe alla luce una ordinaria follia di sopravvivenza.

C’è un tentativo di ridurre ogni cosa a una sorta macabro gioco infantile, vittimismo, pietismo, solidarietà stiracchiata qua e là, non fanno del bene all’Istituzione carceraria, tanto meno alla popolazione detenuta, bensì, rischiano di annientare le ultime resistenze umanitarie, di cancellare maturità e speranze, di stroncare quel che rimane del senso di Giustizia, quel principio autorevole che consegna e difende il rispetto della dignità di ciascuno, anche in un penitenziario, persino all’interno di una cella incredibilmente sovraffollata.

Quando parliamo di galera, di isolamento, di ingiustizia, non siamo autorizzati a guardare da un’altra parte, perché in quel perimetro di terra di nessuno a nome carcere, può rischiare di finirci chiunque, innocente e colpevole, uomo e donna, padre e figlio, e quando questo accade, e s’aggiunge una morte inspiegabile, il suicidio della carne, della mente, del cuore, non c’è attenuante prevalente alle aggravanti, nè assoluzione che tenga nel nascondersi dietro la pratica consolidata della critica degli altri, di quelli che non siamo noi, ma neppure gli altri.

Il buon senso non sta nell’insistere a voce alta, nell’urlare concentrico, nel fare più baccano possibile per riuscire a separare la realtà che sta intorno dalla rappresentazione di comodo.

Giorgio La Pira parlava di democrazia fraterna, di dimensione spirituale, di comunicazione politica pubblica, ciò è chiaramente un concetto alto, di non facile assunzione, se non si è ben preparati e disposti. Qualcun altro di non meno carisma e amore per la giustizia, andava ripetendo che in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti, non per essere scavati all’osso a volte fino a morirne, sino a diventare “cose” al punto da non potere più accostare alcun progetto di ri-umanizzazione perché quell’umanità è stata relegata al sottoscala della compassione.

Il carcere e la folla ristretta, non è una esagerazione definirli irraccontabili, e quando affiora questo nodo violento che sa travestirsi da opera di bene, c’è il dirottamento alla direzione opposta, quella che porta a ripetere gli stessi errori.

Quando la società dei simulacri fa dapprima apparire e poi scomparire le verità, allora occorre ri-partire dal rispetto e la vicinanza con chi non ha ancora alcuna consolazione, per giungere anche a chi in una prigione sconta la propria pena con l’intenzione di una giusta fatica e impegno per ritornare a essere nient’altro che un uomo.