Il repertorio dei gesti assunti dai personaggi, che animano le scene della più antica arte cristiana, assume un significato di estrema importanza per l’interpretazione degli episodi e delle figure simboliche, che si affacciano sullo scenario iconografico tardoantico. È vero che il linguaggio dei gesti e degli atteggiamenti aveva sempre rivestito un ruolo di rilievo nelle manifestazioni figurative antiche, ma è anche vero che in tali espressioni artistiche, complicate dalla convergenza di molti altri elementi, sia per quanto attiene il vero e proprio apparato figurativo, sia per quel che riguarda l’ambientazione, intesa come assieme di attributi più o meno complementari, i gesti assurgono a un livello di secondaria importanza, per l’interpretazione globale della scena.

Nelle prime manifestazioni iconografiche cristiane, invece, quando le scene mostrano un accelerato  impoverimento delle presenze figurative, si acuisce il significato delle pose, degli atteggiamenti e dei gesti, talché alcuni di essi denunciano immediatamente un’evidente ventaglio di significati. In questo contesto può essere collocata una gamma di gesti-base, come quelli che ruotano attorno all’orbita filosofica che vedono i saggi e i santi levare le braccia nel gesto dell’adlocutio o sorreggere la virga, per potenziare la forza taumaturgica di questi personaggi eccezionali.
Altri gesti denunciano un’ascendenza diretta dal patrimonio iconografico classico, come quello che comporta una mano sollevata all’altezza del mento, in atteggiamento altamente riflessivo, per indicare l’humor melanconicus, che la letteratura attribuisce agli eroi della tragedia e della mitologia come Medea ed Eracle.
Ebbene, nell’arte paleocristiana, tale gesto pare significare una presa di coscienza nei confronti di un destino infausto. Per questo assumono l’atteggiamento melanconico alcune figure che si concentrano verso un futuro tormentato, come quello di Pietro nell’episodio della negazione, dei protoparenti dopo il peccato, di Giuseppe e Maria nella scena di natività, di Isacco nel momento del sacrificio, di Pilato in occasione del giudizio. Un significato polivalente assume, infine, il gesto dell’impositio manuum che serve a indicare l’accusa, la benedizione, la guarigione e la grazia del battesimo.
Ma il gesto più diffuso nell’arte cristiana delle origini è quello comunemente conosciuto come l’atteggiamento di orante, nel quale si intravede una continuità tra la posizione assunta dalla personificazione pagana della pietas e la condizione cristiana della preghiera. Nei coni monetali di epoca romana, infatti, appare spesso una figura femminile in atteggiamento di orante, commentata dalle legende:  vota publica, pietas, pietas publica, pietas Augustae, pietas Augustorum. La figura appare con le mani levate all’altezza del petto, in un atto di virtuale proposizione verso un interlocutore, collegandosi al concetto più intimo della pietas, che pone l’uomo nella condizione di adempiere ai propri doveri nei confronti dei genitori, dei figli, della famiglia, della gens, della razza.
Questa virtù si dirige verso due diverse vie interpretative, ossia verso i componenti della famiglia in vita, ma anche verso i defunti, verso i parentes, nei confronti dei quali si praticavano veri e propri atti cultuali. E poiché gli dei romani erano considerati un po’ i parentes della patria, la devozione nei loro confronti veniva intesa proprio come l’espressione della pietas. Ne consegue un reciproco rapporto tra imperatore e popolo:  mentre il primo, come pater patriae, riceveva una forma di rispetto e devozione, il secondo riconosceva al sovrano l’appellativo di pius, che si estendeva anche agli altri componenti della famiglia imperiale.
Insomma, il termine pietas riunisce due vie significative difficilmente conciliabili:  da una parte emerge la pietas adversus deos, secondo la formula ciceroniana, dall’altra, possiamo intravedere la pietas erga homines, nel senso più ampio del termine, che include i concetti di rispetto, devozione e pietà. Mentre, in epoca molto antica, la componente umana prevale su quella cultuale, in età imperiale le due componenti sembrano combinarsi, come dimostra la monetazione, dove la pietas assume l’atteggiamento solenne del voto, dell’impegno, del giuramento, della promessa.
Nella cultura figurativa paleocristiana, il gesto dell’orante appare come la posizione più naturale che l’uomo assume nel momento della preghiera, quasi a instaurare un intenso rapporto con il Signore.
Questa urgente interpretazione proviene direttamente da alcuni luoghi veterotestamentari:  “Quando Mosè alzava le mani Israele era più forte, ma quando le lasciava cadere era più forte Amalek ” (Esodo, 17, 11); “Innalziamo i nostri cuori al di sopra delle mani verso Dio nei cieli” (Lamentazioni, 3, 41); “Alzerò le mani verso i tuoi precetti che amo, mediterò le tue leggi (Salmi, 118, 48); “Come incenso salga la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Salmi, 140, 2):  “Tutto il giorno ti ho chiamato, o Signore, verso di te protendo le mie mani” (Salmi, 138, 10); “Ho teso le mani ogni giorno a un popolo ribelle” (Isaia, 65, 2).
Anche nella letteratura romana si desume che il gesto fosse utilizzato nella preghiera, a cominciare da Catullo, il quale riferisce che a Calvo, accusato di broglio elettorale, non rimane che rivolgersi agli dei, levando loro le mani (Carmina, 53, 4-5); Virgilio, nell’ambito del racconto della tragica fine di Troia narrata da Enea a Didone, ricorda che Anchise, accingendosi a pregare Giove, levò gli occhi pieni di speranza verso le stelle e tese le mani al cielo (Eneide, ii, 687) e ancora nell’Eneide (vi, 314), le anime, che attendevano di essere traghettate da Caronte, levano le mani in segno di preghiera; Cicerone, infine, attesta di elevare le mani anche in occasione di preghiera rivolta ad altri uomini (Epistulae ad familiares, vii, 5).
Il gesto delle mani levate compare, nel corso del iii secolo, nei cosiddetti sarcofagi criptocristiani e nelle pitture delle catacombe, interessando alcune immagini maschili e femminili, assieme a figure di filosofi, pescatori e pastori.
Da quel momento, il gesto interessò i personaggi più diversi:  quelli veterotestamentari (fanciulli nella fornace, Daniele tra i leoni, Noè nell’arca, Susanna tra i vecchioni) per indicare la salvezza già avvenuta; quelli neotestamentari (il cieco, il lebbroso); quelli dei defunti, dei martiri e dei santi, per rendere il concetto della condizione beatifica, di ricongiunzione alla grazia divina, dopo il peccato.
Pian piano, il gesto assume un significato simbolico, allontanandosi dal concetto stretto di preghiera per approdare alla manifestazione della felicità nella pace divina e nella beatitudine celeste.
Non possiamo, comunque, allontanarci completamente dall’idea della preghiera, che nutre il significato fondamentale dell’atto in riferimento speciale a quella preghiera continua che, per il cristiano, non finisce in terra, ma perdura anche nell’aldilà e che si era iniziata con il battesimo:  da quel momento l’uomo, coerente alle sue promesse e fedele al consiglio di Paolo (1 Tessalonicesi, 5, 17), canta incessantemente, senza mai interrompersi, la gloria di Dio.
Tale interpretazione è sostenuta dalle fonti patristiche, anticipate da un altro eloquente luogo paolino:  “Voglio, dunque, che gli uomini preghino dovunque si trovino, alzando le mani pure, senza ire e senza contese (1 Timoteo, 2, 8), mentre Clemente di Roma nella sua lettera ai Corinzi puntualizza:  “Avviciniamoci a Lui nella santità dell’anima, alzando le mani pure e senza macchia” (29, 1). Ancora più precisa appare la testimonianza di Minucio Felice, che, tra l’altro, farebbe intuire la perfetta identità di atteggiamento tra pagani e cristiani (Octavius, 19), mentre Tertulliano tiene a precisare:  Nos, vero, non attollimus tantum, sed etiam expandimus manus (De oratione, 16, 1). Oltre a Origene e a Tertulliano – che dedicarono opere specifiche alla preghiera – si riferiscono al gesto Ambrogio, Ireneo, Ippolito di Roma, Clemente Alessandrino e Cipriano.
Dall’esame di questi testi risulta sostanzialmente che il gesto ha, innanzi tutto, un significato antropologico, nel senso che l’elevazione delle mani esprime la tensione di tutto l’essere umano verso Dio, collegando il singolo fedele all’opera redentrice del Cristo, dal momento che riproduce la posizione assunta dal Salvatore sulla croce.

di Fabrizio Bisconti (©L’Osservatore Romano – 9 agosto 2009)