Un tribunale ha autorizzato il malato cosciente a farsi staccare la spina dalla clinica «Hanno riconosciuto il mio diritto a morire»
di Gian Luigi Gigli
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2009

Un caso pervenuto di recente all’attenzione delle corti della Federazione Australiana può forse essere utile a mostrare quanto labile sia il confine tra il diritto di rifiutare trattamenti di sostegno vitale e la richiesta di un’assistenza al suicidio.

Il 14 agosto un giudice australiano ha decretato che Christian Rossiter, un paziente di 49 anni tetraplegico da cinque a seguito di un incidente, totalmente capace di intendere e di volere ma sottoposto a nutrizione e idratazione assistita, ha diritto a ordinare alla casa di riposo da cui è assistito di sospendere la nutrizione e di lasciarlo morire.

Il giudice Wayne Martin che presiede la Corte Suprema dello Stato dei Territori dell’Ovest ha sentenziato, infatti, che i proprietari e il personale della casa di riposo di Perth in cui Rossiter è ospitato non saranno legalmente perseguibili se, aderendo alla richiesta del paziente, sospenderanno la nutrizione e l’idratazione, fermo restando l’obbligo di informarlo delle conseguenze delle sue decisioni.

Rossiter si è detto lieto che la legge abbia riconosciuto il suo «diritto a morire», ha affermato che in caso di sentenza avversa si sarebbe recato in Svizzera, dove il suicidio assistito è legalmente riconosciuto, ma si è riservato di decidere dopo aver parlato con i medici. Dal canto loro i rappresentanti del Brightwater Care Group, ente proprietario della casa di cura, hanno affermato che avevano finora respinto le richieste del paziente solo per l’incertezza sulle conseguenze legali.

Il caso solleva ovvi quesiti anche leggendolo in chiave italiana. Se Rossiter confermerà le sue decisioni, medici ed infermieri dovranno intervenire per sospendere le cure, aiutandolo a lasciarsi morire. L’autodeterminazione del paziente deve essere dunque rispettata fino ad assisterlo nel suo intento suicidario? Il dubbio crescerebbe se la volontà del paziente, in questo caso capace di intendere e di volere, fosse espressa attraverso Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), venendo meno i requisiti di attualità e di piena e circostanziata informazione indispensabili per esprimere un valido consenso. Peggio ancora se la volontà del paziente dovesse essere accertata in modo induttivo, ricostruendo la sua personalità attraverso scritti e testimonianze selezionate, come per Eluana.

In modo ancor più chiaro che per lei, nel caso australiano sembra evidente che l’alimentazione assistita non ha nulla a che fare con qualsiasi malattia ma è solo un ausilio per mantenere in vita un paziente gravemente disabile. Ma se un paziente capace di intendere e volere può obbligare la società ad assisterlo quando decide di morire di fame e di sete, come si potrà negare lo stesso diritto a un paziente demente che, per mezzo delle Dat avesse rifiutato una nutrizione assistita per mezzo del cucchiaino?

Il cuore del problema è nella decisione di lasciarsi morire e nel rispetto che la società dovrebbe dare a tale manifestazione di volontà. La società deve interrogarsi: l’autodeterminazione è un valore assoluto, senza limite alcuno? La modalità di nutrizione è chiaramente ininfluente nella risposta da dare al quesito, mentre rischiano solo di essere fuorvianti le discussioni sulla natura medica o soltanto assistenziale della nutrizione assistita.

Nel dibattito nostrano attorno all’iter parlamentare del disegno di legge sulle Dat un punto forte di divergenza è costituito dalla pretesa (da alcuni) o negata (da altri) differenza tra adesione alla richiesta del paziente di sospendere le cure e suicidio assistito. Gli esempi dalla giurisprudenza di altri Paesi possono forse aiutarci a maturare decisioni condivise, senza preconcetti ideologici.