A colloquio con India di Afghanistan
di Elisabetta Galeffi
Tratto da L’Osservatore Romano del 16 aprile 2009

Difendeva le donne afgane Sitara Achakzai, consigliere provinciale a Kandahar con delega per i diritti delle donne, uccisa da sicari taleban il 13 aprile con due colpi alla nuca, di fronte alla porta di casa sua.

La sua morte testimonia il deterioramento della condizione femminile in Afghanistan e allunga la lista delle donne uccise solo perché colpevoli di militare in politica o semplicemente di lavorare. La ballerina Shabana è stata assassinata in gennaio nella valle dello Swat. Poco tempo fa, ancora a Kandahar, da sempre la roccaforte del potere talebano, è stata uccisa la poliziotta Malalai Kakar. Nel 2007 erano state assassinate le giornaliste Shikeba Sanga e Zakia Zaki e nel 2006 l’esponente politica Safia Amajan.

Non è un segreto che gli eserciti alleati non riescano più a controllare i gruppi di estremisti che stanno riconquistando potere, soprattutto nelle province lontane da Kabul, dove le condizioni di vita delle donne sono tornate ad essere quelle del tempo dei taleban. Il burqa ormai se lo sono rimesse quasi tutte le donne afgane e per le bambine che vivono nei villaggi è divenuto impossibile frequentare le scuole, perché le famiglie non hanno il coraggio di farle uscire di casa senza un’adeguata protezione militare, come raccontava già un anno fa, a Roma, la giornalista afgana Jamila Muhjaed.

Di questi giorni è la notizia dell’approvazione della legge che di fatto legalizza lo stupro all’interno delle famiglie sciite. È l’iniziativa che ha suscitato la protesta delle donne di cui parliamo in prima pagina. Barack Obama ha chiesto pubblicamente al presidente afgano, Hamid Karzai, una revisione del testo di legge, ma sembra difficile che ciò avvenga in tempi brevi. Il Governo afgano ha infatti sottoposto il testo, oltre che all’attenzione del ministero della Giustizia, all’approvazione degli ulema.

A Roma risiede da molti anni India di Afghanistan, figlia del re Amanullah Khan, considerato il più grande riformatore del Paese. Nei dieci anni del suo regno – dal 1919 al 1929 – oltre a rendersi indipendente in politica estera dal controllo dell’impero britannico, Amanullah Khan promulgò la costituzione nel 1924, costruì gran parte della capitale e aprì la prima biblioteca nazionale. Introdusse inoltre numerose riforme contro la schiavitù e a favore dell’istruzione obbligatoria per le bambine insieme all’abolizione dell’obbligo di indossare il burqa.

Alla principessa India, ottantenne di incredibile vitalità, abbiamo chiesto di raccontare l’Afghanistan di questi giorni, soprattutto dal punto di vista delle donne, per le quali lei rappresenta una speranza di riscatto sociale e un simbolo nazionale. La sua casa romana è ingombra di maglioni impilati fino quasi al soffitto, di cappotti, sciarpe e cappellini di lana pesante. “Mi preparo – esordisce – a spedire tutte queste cose con un aereo della Croce rossa italiana in alcune province del nord dell’Afghanistan, dove è molto freddo e dove le donne non hanno i vestiti necessari per proteggersi dal clima rigidissimo dell’inverno”. Il problema principale delle donne afgane – aggiunge – “è stato e rimane l’estrema povertà in cui vivono. La mancanza totale di istruzione ne è la causa più immediata”.

India, chiamata così perché nata nel Paese omonimo subito dopo l’esilio del padre, torna spesso nel suo Paese, grazie agli aerei italiani. “Tramite organizzazioni di donne locali sostenute finanziariamente da alcuni Paesi occidentali – racconta – sono stata in alcuni centri di ricovero per ragazze. Sono luoghi segretissimi. A volte si tratta appena di bambine, sottratte alle loro famiglie perché maltrattate o fatte sposare per debiti a uomini molto più anziani di loro. Alcune donne si trovano in questi luoghi perché sono riuscite, miracolosamente, a fuggire dopo violenze terribili. Per loro in questi istituti si cerca una sistemazione all’estero, in Australia come in Canada o in alcuni Paesi europei”.

India conferma anche la notizia della ripresa della pratica della fustigazione da parte dei taleban. “Ho parlato – afferma – molte volte in pubblico a Kabul e nelle province afgane della necessità di emancipare la vita delle donne. Osservando il pubblico, scorgo chiaramente l’approvazione delle donne e il poco rispetto che hanno di me e delle mie parole la maggioranza di molti degli uomini presenti”.

Il percorso è lunghissimo per le donne afgane. Ma è importante che non siano lasciate sole. India racconta la vicenda di una donna chirurgo a Kabul, che negli anni del potere talebano non ha mai indossato il burqa, senza che nessuno abbia mai osato importunarla per questo. “Era l’unico buon chirurgo di Kabul – racconta India – diceva che con il burqa non avrebbe più operato”.

Proprio per offrire una possibilità di lavoro alle donne afgane, India sostiene dall’Italia, alcune organizzazioni femminili. Per aiutare le donne vedove di Herat, commercializza insieme a un’associazione le sciarpe di seta che loro lavorano al telaio. Altri gruppi di aiuto da lei sostenuti hanno aperto in Afghanistan scuole per donne e delle falegnamerie dove le ragazze imparano a costruire mobili. “Ho chiesto ai ministeri afgani e alle istituzioni locali di arredare le loro stanze con i tavoli, le sedie e tutto quello che costruiscono queste artigiane. Io ho visto i risultati del loro lavoro e sono veramente molto brave”.

“L’Europa e tutto l’occidente – conclude India – sono ossessionati dal burqa, ma il male peggiore delle donne afgane è la povertà. Il burqa o lo chadary, a seconda di dove le donne vivono, è solo l’ultimo anello di una catena di miserie. Ci sono donne malate, addirittura lebbrose, senza cure, donne tenute in prigioni senza neppure un bagno e senza il cibo sufficiente per loro e i loro figli”. Un mondo in apparenza distante, ma un mondo di oggi.