tratto da Avvenire, di Roberto Beretta

«Ora et labora». Se qualcuno dicesse che dalla crisi si esce così, rischierebbe pomodori a scena aperta. Ma se lo afferma un consulente specializzato nella formazione manageriale, che ha inventato «Abbey Programme» – corso motivazionale per dirigenti d’azienda ispirato alla Regola benedettina –, ci ha scritto sopra un manuale (Ora et Labora, la Regola benedettina applicata alle strategie d’impresa e al lavoro manageriale, edizioni Xenia) ed è autore freschissimo dell’e-book Perché investire in formazione esperienziale in tempi di crisi (gratis sul blog www.formazionezero.blogspot.com) allora forse il discorso potrebbe acquistare una diversa credibilità. Paolo Giuseppe Bianchi è appunto tutto questo. 46 anni, comasco, da tre lustri conduce dirigenti e manager nelle abbazie (come del resto in altre situazione fuori dal comune) per insegnare loro tecniche inusuali nell’ambiente aziendale e nemmeno in tempo di recessione rinuncia ad applicare il suo metodo: «Passare dalla crisi alla speranza significa vedere e re-inventare tutto con occhi nuovi, per fare in modo che quanto sembrava una sconfitta possa diventare una via d’uscita».

Facile dirlo. Ma san Benedetto che consigli darebbe ai disoccupati o agli imprenditori sull’orlo della chiusura?
«”Compiamo ora ciò che ci potrà giovare in eterno”: così recita la Regola nel prologo. Vuol dire che, anche in un momento di crisi, la soluzione sta nell’operare oggi con la massima attenzione l’investimento che permetterà di raccogliere risultati al momento dovuto. Ci sono industriali e manager che lo stanno applicando».

In che modo?
«La crisi esiste, però non deve fermare la voglia di cambiare le cose. Incontro imprenditori che nel futuro vedono soltanto maggiori difficoltà di fare reddito (c’è pure chi ha utilizzato la recessione per evitare di fare investimenti nella formazione o nel rinnovamento), ma anche tanti altri che hanno usato la crisi per valutare la loro attività e la stessa vita in maniera più obiettiva, riscoprendo valori che sembravano perduti. Perché nei momenti drastici l’uomo è capace sia di tirar fuori il peggio di sé, sia di sfoderare cambiamenti radicali».

Dalla crisi si potrebbe dunque uscire più cinici oppure più generosi. È così?
«Sì. Secondo me, da una parte assisteremo a un rinascimento della centralità della persona nell’azienda, e dall’altra avremo invece imprenditori ancor più spietati nello spremere i sottoposti. Non ci saranno molte vie di mezzo. Si distingueranno in maniera netta le aziende rivolte alla persona da quelle indirizzate al solo profitto».

E chi vincerà?
«Questo non lo so. So invece che se un imprenditore non si fa fermare solo dagli aspetti economici, se forma le persone in maniera continua a lavorare in gruppo, creando una filosofia comune e accettando di inserirsi in questo modo di pensare, fa crescere una squadra che potenzialmente può vincere qualunque crisi. L’investimento maggiore è dunque educare uomini che sappiano far fronte alle difficoltà quotidiane in maniera passionale, amando profondamente il loro lavoro, non fermandosi davanti ai problemi, sviluppando le proprie competenze all’interno di un gruppo».

Di solito si dice che sopravviverà chi si specializza molto, chi sa destreggiarsi con le tecnologie più avanzate.
«Può essere, io credo molto nelle tecnologie. Ma ricordo che dietro le macchine stanno sempre esseri pensanti: su di loro si deve lavorare. Una volta a Bill Gates hanno chiesto se servono più filosofi o più ingegneri, e lui ovviamente ha scelto la seconda categoria; io penso invece che ne servano tanti degli uni quanti degli altri».

Non basta saper vendere?
«Un’altra tendenza oggi emergente è considerare il consumatore non più come un allocco da spremere, ma assecondarne le necessità con dedizione profonda. Vedo aziende sempre meno orientate alla vendita fine a se stessa e sempre più a fare un po’ di strada insieme ai clienti. Proprio la crisi ha convinto molti – invece di usare i soliti espedienti economici – a puntare sul cliente come persona, aiutandolo a realizzare le sue esigenze, dunque legandolo a sé perché soddisfatto».

Ma queste strategie «umanistiche» reggono poi alla prova economica, alla concorrenza?
«No, perché nell’immediato vince la spunta chi offre il prezzo migliore… Ma vincono alla lunga, perché l’imprenditore può contare su elementi che sapranno affrontare qualunque sfida. Certo, ci vogliono industriali disposti a pensare più in grande e persino a rinunciare a benefici immediati, manager fiduciosi che – investendo sul capitale umano – avranno un ritorno. D’altra parte pure i dipendenti devono cambiare atteggiamento: è finito il periodo in cui solo il padrone si metteva in gioco; occorre una disposizione a condividere non tanto i rischi, quanto i sogni d’impresa. Così si ribalta totalmente il concetto: non più la ditta che dà lo stipendio in cambio di qualche servizio, ma l’azienda che chiede al dipendente cosa può offrirgli per migliorarla. È chiaro però che occorrono motivazioni forti».

Anche economicamente parlando…
«È corretto. Tant’è vero che alcuni imprenditori accettano di condividere la crescita dell’azienda con i dipendenti dando loro addirittura la possibilità di accedere, dopo un certo tempo, al pacchetto azionario e quindi di diventare soci. Ci vogliono ovviamente uomini illuminati, disposti a venir meno a logiche di puro potere, ma questa è la filosofia vincente: chi educa uomini che sanno condividere il sogno, produce meglio e si garantisce lunga durata. Se invece le persone smettono di sognare, diventano morti viventi: anche in azienda».

Sembrano idee dettate da motivi religiosi, o almeno da un’etica.
«Lascerei da parte queste motivazioni. Semplicemente rifletto che chiunque crede molto in qualcosa, come un imprenditore, deve pensare a farlo durare il più a lungo possibile. E siccome siamo limitati, nel tempo e nei talenti, aumentando il flusso di idee e di azioni attraverso i collaboratori, crescono anche le possibilità che il sogno possa perpetuarsi maggiormente».

Lei è dunque ottimista…
«In cinese la parola “crisi” è composta da due ideogrammi: il primo, wei, significa “problema” o “pericolo”; il secondo, ji, vuol dire “opportunità”. Gli orientali hanno una visione più positiva della crisi. Quanto a me, tra pessimismo cosmico e ottimismo superficiale, ricordo che esiste un sano realismo il quale considera seriamente i problemi ma resta aperto al futuro. Ricordate san Benedetto? “Facciamo oggi ciò che ci potrà giovare in eterno”. La Regola è chiara».