Dopo un blitz sono state chiuse trenta aziende cinesi. L’idea del sindaco Cenni: i cinesi comprino i nostri prodotti.
Andrea Sartori (Insegnante)

Sono trentamila su una popolazione di 180mila persone, e rappresentano il 15 per cento della popolazione. Hanno creato una borghesia potente grazie alla loro capacità imprenditoriale (di dubbia etica). Sono i cinesi di Prato. Ma un blitz delle forze dell’ordine ha chiuso trenta loro aziende per riscontrate irregolarità.

Suonano piuttosto ridicole le proteste del console cinese a Firenze Gu Honglin che è arrivato a paragonare la polizia italiana alle SS naziste (quando lui rappresenta il governo dei laogai, i lager cinesi, della repressione in Piazza Tienanmen, dei genocidi in Tibet e nel Turkestan orientale e dell’appoggio al genocidio di Karthum nei confronti del Darfur). Eppure Prato non ne può più dell’invasione cinese della sua città. I cittadini pratesi non ne possono più dei laboratori-dormitorio e hanno applaudito quando le forze dell’ordine hanno sigillato le aziende. Ma chi sono i cinesi di Prato?
Le prime avanguardie della silente invasione cinese di Prato sono arrivate negli anni Novanta da Weng Zhou, località nei pressi di Shanghai. Oggi quei cinesi rappresentano una borghesia che possiede aziende anche da 15 milioni di fatturato, specializzandosi nel business del tessile. La ricetta del boom cinese è sempre la medesima. Contraffazione, prezzi bassi, e schiavitù.  Il modello cinese si chiama “pronto-moda”. In cosa consiste? Praticamente sono cinquecento aziende che copiano stilisti e catene di successo, lavorano sette giorni la settimana per venti ore al giorno vendendo i prodotti sul mercato a prezzi stracciati. Gli imprenditori cinesi comperano le stoffe dalla Cina, risparmiando parecchio rispetto all’acquisto di stoffe locali toscane, e producono attraverso una catena di laboratori conto-terzisti che sfruttano il lavoro di altri cinesi. Senza eufemismi: il boom cinese si basa sulla pirateria commerciale e sullo schiavismo di altri cinesi, sfruttati fino all’osso e pagati con un pugno di riso. E questo accade anche in Cina. Perché tante aziende occidentali hanno delocalizzato nel territorio della Repubblica Popolare? Spesso per avere a disposizione lavoratori-schiavi. Poi bisogna anche rilevare la scarsa creatività cinese, che pure fu un popolo che, prima che Mao distruggesse la cultura cinese con la criminale Rivoluzione Culturale basata sulle farneticazioni contenute nel Libretto Rosso, arrivò a produrre un’arte raffinatissima. I cinesi non creano più, “copiano”.

E’ scoppiata a Prato la prima “guerra del tessile”. Il ministro degll’Interno Roberto Maroni ha parlato di un “modello Prato” che lotto contro le irregolarità tipicamente cinesi. Questo modello è basato sulla risoluta azione del sindaco pratese Roberto Cenni, il quale ha chiesto uomini e mezzi per stroncare l’illegalità cinese portando avanti 500 controlli sulle aziende. Inoltre è stato proposto l’obbligo per le aziende cinesi ad acquistare i tessuti di Prato in cambio di intese con le firme di distribuzione. Così non si avranno più le “cinesate”, ovvero i prodotti contraffatti a prezzi stracciati e di scarsa qualità. Ogni giorno la borghesia cinese di Prato accumula una quantità tale di denaro da potersi mangiare letteralmente la città toscana. Ogni giorno rimesse per 500 mila euro partono per il Far -East (il nuovo Far West: solo che se l’Estremo Occidente dei cowboys era regolato dall’anarchia dei pistoleros, l’Estremo Oriente è dominato da un più sottile banditismo di tipo commerciale). Cenni, uomo di business, vuole premere sui cinesi per costringerli a tale accordo. Solo che si triva davanti un osso duro. Ricordiamo che lo stratega cinese Sunzi, il cui pensiero è molto apprezzato nel management, consigliava una strategia basata sull’inganno e sul disorientamento del nemico, più che su una battaglia leale (la differenza tra la mentalità cinese, che pratica la strategia della pazienza e dell’inganno, e quella giapponese, basata sul bushido e quindi combattiva e sensibile al concetto di onore e lealtà anche in campo commerciale).
Quello che in piccolo accade a Prato è ciò che in grande accade nel mondo. La forza della Repubblica Popolare è basata sulla contraffazione, il lavoro schiavile e il Dao (via) dell’inganno, per parafrasare Sunzi. Stando alle stime, la Cina ha superato il Giappone come Pil, aggiudicandosi il secondo posto tra le potenze mondiali, ma il tenore di vita, dato anche dal Pil pro capite, resta molto più alto nell’Impero del Sol Levante.

Solo qualche giorno fa le autorità cinesi hanno di nuovo sequestrato partite di latte alla melamina. Questo riporta ad altissimi livelli l’allerta per il “Made in China”.
Il modo per riportare la concorrenza cinese a livelli “terrestri” è quello do costringere il mercato cinese a rispettare le regole. Quindi niente contraffazione. E anche a rispettare i diritti dei lavoratori (anche se una lavata di capo se la meriterebbero anche diverse aziende italiane che hanno delocalizzato in Cina).

Per questo il “modello Prato” è un modello da esportare. Per poter avere finalmente una concorrenza umana e leale.