L’«Osservatore romano» dedica un feroce ritratto allo scrittore portoghese: «Insonne al pensiero delle Crociate, zitto sui Gulag». E intanto al-Fatah lo commemora con tutti gli onori. Forse per le sparate di sapore antisemita
di Alessandro Gnocchi
Tratto da Il Giornale del 20 giugno 2010

Gli israeliani non meritano più «comprensione per le sofferenze patite durante l’Olocausto.  Vivere nell’ombra dell’Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni». Parola di José Saramago, premio Nobel per la letteratura scomparso venerdì scorso a 87 anni. Sarà forse per questa frase, dal retrogusto antisemita, che al-Fatah, l’organizzazione palestinese fondata da Arafat, ha espresso ieri il suo cordoglio per la morte dello scrittore portoghese con toni davvero fuori dal comune. Oppure sarà per quest’altra uscita, altrettanto ispirata (si fa per dire): «Mi risulta difficile comprendere come il popolo ebraico abbia scelto per testo sacro l’Antico Testamento. È un tale miscuglio di assurdità che non può essere stato inventato da un uomo solo. Ci vollero generazioni e generazioni per produrre questa mostruosità». Fatto sta che Nabil Shaath, Capo del dipartimento per le relazioni estere di al-Fatah, non ha usato parole di circostanza per celebrare «il compagno Saramago». Egli, infatti, «ha mostrato al mondo che la Causa palestinese ha carattere universale e può essere condivisa da chiunque aderisca ai principi di libertà, eguaglianza, pace e giustizia. José è stato fra questi, ed è stato anche uno dei nostri». Quindi le condoglianze ai famigliari con la solenne promessa: «Il nome di Josè Saramago resterà scritto a lettere d’oro nella storia del movimento di solidarietà al popolo palestinese».

Libertà, eguaglianza, pace e giustizia. In questi settori, a detta dell’Osservatore romano, Saramago era in realtà lacunoso. Il quotidiano della Santa Sede ha pubblicato ieri un ritratto feroce dello scrittore appena mancato. E quindi inconsueto, non solo perché la moderazione è la cifra «stilistica» del Vaticano. Ma anche perché chi muore è sempre bravo, bello e buono come prescrive il galateo un filo ipocrita delle commemorazioni. In questo caso invece il giornale va giù duro, con solidi argomenti a favore. «Un populista estremistico come lui – si legge – che si era fatto carico del perché del male del mondo avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico-politiche a socio-economiche». Invece la sua indagine era troppo partigiana: tra le «storte stutture» metteva senz’altro la Chiesa e la società aperta. E tutto il resto? Niente. «Si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle “purghe”, dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi».

Le polemiche antireligiose di Saramago sono invece rubricate alla voce «sconfortante semplicismo teologico». Al materialismo libertario (cioè al marxismo) sempre più radicale, corrispondeva una «destabilizzante banalizzazione del sacro» col quale liquidare ogni problema: «Se Dio è all’origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l’effetto di ogni causa». Con un salto triplo verso «il peraltro aborrito piano metafisico» per «incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza».

Forse Saramago, se fosse in vita, obietterebbe di voler essere giudicato, almeno nel giorno della sua dipartita, per le sue qualità di narratore. Anni fa, in seguito alle polemiche suscitate dal suo Il Vangelo secondo Gesù, aveva scritto: «Il Vaticano non deve pronunciarsi sui meriti letterari di chicchessia. Io non appartengo alla Chiesa, non sono credente, il mio lavoro è il mio lavoro». Giusto. Però gli artisti entrano nel dibattito pubblico in virtù delle loro opinioni politico-religiose, e anche per quest’ultime vengono ricordati. Saramago è entrato eccome nel dibattito, con sparate eccezionali. Lasciamo perdere la politica italiana, e quel Quaderno rifiutato da Einaudi e pubblicato da Bollati Boringhieri in cui Berlusconi era definito «delinquente», «corruttore» e «capo mafioso». E veniamo alle questioni religiose, in questo caso legate alla libertà d’espressione.

Nella fortunata carriera di opinionista di Saramago, resta clamoroso lo sfoggio di doppia morale in occasione di una mostra fotografica finanziata dai contribuenti dell’Estremadura in cui erano esposte leggiadre immagini quali una Madonna con un maialino in braccio. I suddetti contribuenti mandarono a quel paese gli amministratori, e Saramago in buona compagnia si inalberò: che diamine, è censura, è oscurantismo. Peccato che pochi mesi prima, lo stesso Saramago avesse inveito contro i disegnatori delle famigerate vignette danesi, rei di aver offeso il profeta Maometto e quindi degni di lapidazione secondo i manifestanti musulmani. Un atteggiamento a senso unico, a meno che la libertà d’espressione valga a seconda di chi chiede la parola.

In questo senso la cecità di Saramago è la cecità di una buona fetta degli intellettuali europei. Disposti a chiudere entrambi gli occhi quando c’è di mezzo l’ideale (spesso il comunismo) sempre più forte della realtà. In questo senso, il Nobel è una figura che appartiene al secolo appena trascorso. Quello in cui legioni di autorevoli letterati tornavano dall’Unione Sovietica o dalla Cina convinti (convinti?) di aver visitato il paradiso in terra. (E chi alzava il dito, facendo notare che le cose non stavano così, veniva zittito: vedi il Gide di Retour de l’Urss, apostrofato da Togliatti con un bel «torni a occuparsi di pederastia, che se ne intende»). Quello in cui l’America era criptofascista, e i Gulag erano un’invenzione della propaganda, al punto che l’esilio del dissidente Solzenicyn fu considerato in Italia dal Pci una misura severa ma giusta, anzi un filo accomodante. Quello in cui, sepolto il sogno dalla caduta del Muro, la rivoluzione ha fatto trasloco dalle piazze alle camere da letto, spalancando le porte al laicismo radicale, intransigente e intollerante. Basta lotta di classe, ateismo (forzato) alle masse. E chi non ci sta è un oscurantista.