di Don Antonello Iapicca

Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

IL COMMENTO

La Parola di Dio scende nel deserto. La storia incede attraverso i capi delle nazioni, e le coordinate spazio-temporali sono quelle delineate dall’incipit del Vangelo di questa domenica. I grandi governano, ma la Parola di Dio sembra non curarsene, e scende nei bassifondi della storia, lontana dagli abbagli di chi crede di orientare gli eventi con la sua sola forza e intelligenza. La Parola plana nel deserto, nel luogo meno probabile secondo la sapienza della carne.

Ma Israele ne aveva già fatto esperienza. La Parola è scesa su Mosè nel Deserto mentre sfuggiva alle guardie egiziane, ed era la risposta al grido di afflizione del Popolo. La Parola scende come lingue di fuoco e si fa Alleanza nel deserto, sul Monte Sinai, e sarà alleanza eterna, una proessa che nulla avrebbe mai potuto cancellare. Nel deserto Dio ha parlato la suo Popolo, rincorrendo le sue mormorazioni e i suoi indurimenti. Perchè il deserto è la verità sull’uomo, è la storia, e la storia, anche quando sembra innalzarsi superba, resta bene inchiodata ai suoi bassifondi.
Con il peccato Adamo ed Eva si sono infilati nella storia dalla porta della morte, della solitudine, dell’angoscia. Basta rileggersi il capitolo 3 della Genesi per rendersene conto, le Parole di Dio sono inequivocabili; esse dicono del dolore e del sudore, del dominio e della lotta, di una storia che si fa deserto per l’invidia del diavolo, di cui ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
“Vi sono tante forme di deserto. Vi e’ il deserto della poverta’, il deserto della fame e della sete, vi e’ il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi e’ il deserto dell’oscurita’ di Dio, dello svuotamento delle anime senza piu’ coscienza della dignita’ e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perche’ i deserti interiori sono diventati cosi’ ampi”. Così parlava Benedetto XVI iniziando il suo ministero petrino, illuminando la nostra condizione. Per questo la Parola scende su Giovanni Battista, il profeta che indicherà la Salvezza, proprio nel deserto, sulle rive del Giordano, laddove la superficie della terra scende al suo punto più basso. La Parola si fa profezia nelle parole di Giovanni per farsi carne in Colui che annunciava. La Parola profetica e la Parola incarnata scendono entrambi alla fine del mondo, all’ultimo gradino compiuto dall’uomo, all’estremo deserto della sua anima. La Parola percorre, inaugurandolo, un catecumenato sino alle voragini della morte e del peccato, alla stessa schiavitù che strozza le nostre vite. In ebraico, per la durissima esperienza fatta dal Popolo d’Israele, la parola Egitto è arrivata ad essere sinonimo di deserto.
E’ qui che scende anche oggi la Parola di Dio. All’Egitto nel quale viviamo schiavi obbligati dagli inganni del demonio a raccogliere terra e a far mattoni, affamati e stanchi. Ogni giorno a cercar di cucire rapporti umani sempre più sfilacciati, a renderci presentabili e rispettabili, a tentar di avere quel po’ di successo che dia sapore alle nostre ore; e denaro, riposo, i figli, il matrimonio, il condominio, il lavoro, mattoni che trasportiamo con angoscia a costruire le piramidi degli altri. E nulla tra le mani, se non questa schiavitù che ci opprime.
La Parola scende e si fa profezia attraverso la Chiesa, i suoi apostoli e gli stessi fratelli, e ci annuncia la Salvezza, la vita nel nostro deserto. E’ la voce di Giovanni che grida oggi nel nostro deserto a risvegliarci alla speranza, a muovere il nostro cuore alla conversione. Essa infatti si realizza nel preparare il cammino del Messia cui ci invita il Battista, il luogo per incontrare il Salvatore. La sua strada, i suoi cammini, così si esprime Giovanni. E qui è nascosto il segreto. La conversione non è principalmente un fare cose, uno sforzarci, un pianificare. Convertirsi in questo Avvento, come in ogni istante della nostra vita, è preparare un cammino nel deserto, aprire in noi uno spazio perchè si faccia strada il Signore. Per questo siamo chiamati ad un battesimo di penitenza, di metanoia, letteralmente cambiare mente, guardare diversamente le cose, noi stessi, la nostra vita. E’ innanzi tutto accettare che la nostra vita è un deserto; e, di conseguenza, raddrizzare i criteri sbilanciati per cui quello che normalmente crediamo sia giusto e vero è ingiusto e falso. Azzerare tutto e attendere, è questo l’Avvento. Spogliarci della menzogna e aspettare la alvezza. Schiudere il cuore con un grido, e lasciare che il Signore faccia in noi il suo cammino di vita e di amore, a colmare e a raddrizzare, a umiliare e a salvare.


APPROFONDIRE

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI SAN DOMENICO SAVIO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

II Domenica di Avvento, 7 dicembre 1997

1. “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (cfr Lc 3, 4.6).

L’eco della predicazione di Giovanni Battista, la “voce . . . che grida nel deserto” (Lc 3, 4; cfr Is 40, 3), giunge fino a noi in questa seconda Domenica di Avvento. Egli, che è il Precursore, colui che ricevette la missione di preparare il popolo eletto alla venuta del Salvatore promesso, continua ancora oggi a invitarci alla conversione, per andare incontro al Signore che viene.

Ci invita, alle soglie ormai del terzo millennio cristiano, a preparare la via del Signore nella nostra vita personale e nel mondo. Disponiamo il nostro cuore, carissimi Fratelli e Sorelle, a celebrare nella festa del prossimo Natale il grande mistero dell’Incarnazione, nella prospettiva del grande Giubileo dell’Anno Duemila, che si avvicina a grandi passi!

2. Nel presentare il Precursore e la sua missione in riferimento alla manifestazione pubblica del Messia, san Luca ha cura di inserire questi fatti nel loro preciso contesto temporale. L’Evangelista, infatti, mostra grande sensibilità storica quando, all’inizio del suo racconto, menziona i principali dati che aiutano a collocare nel tempo i fatti che si accinge a raccontare: il quindicesimo anno dell’imperatore Tiberio, l’amministrazione di Ponzio Pilato in Giudea, la tetrarchia di Erode, Filippo e Lisania ed i sommi sacerdoti Anna e Caifa (cfr Lc 3, 1-2).

In questo modo san Luca àncora la vita ed il ministero di Gesù ad un punto preciso all’interno dello scorrere del tempo e della storia. Il grande avvenimento della manifestazione del Salvatore ha solidi agganci temporali con gli altri fatti dell’epoca. Noi ci volgiamo con grande interesse a quegli eventi, ben sapendo che con essi è collegata la salvezza nostra e del mondo. In particolare, il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo ci vede particolarmente attenti, perché costituirà il cuore del Giubileo dell’Anno Duemila, al quale ci stiamo rapidamente avvicinando.

3. Carissimi fratelli e sorelle della Parrocchia di san Domenico Savio! Mi piace salutarvi facendo mie le parole dell’Apostolo Paolo, che abbiamo ascoltato nella seconda Lettura: “Prego sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo” (Fil 1, 4). Ogni giorno, infatti, vi ricordo al Signore, insieme con tutte le comunità parrocchiali della Diocesi. Tanto più prego per voi in questo tempo della Missione cittadina, in cui l’impegno apostolico per preparare la via del Signore (cfr Lc 3, 4) nella città di Roma è più intenso e, per certi aspetti, si fa più faticoso. Confidando “che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento” (Fil 1, 6), vi invito ad annunciare con coraggio il Signore che viene, al di là di ogni difficoltà ed ostacolo che si opponga al vostro impegno di portare a tutti la verità e l’amore di Cristo.

Vi saluto tutti con affetto. In particolare saluto il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, il vostro amato Parroco, Don Marco Saba, ed i Sacerdoti, figli di san Giovanni Bosco, che condividono la responsabilità dell’animazione pastorale di questa bella ed attiva Comunità.

La vostra Parrocchia, sorta nel 1961 con nuovi insediamenti di numerose famiglie giovani, ha assistito poi alla partenza delle nuove generazioni, che andavano a risiedere in zone ove fosse meno gravoso acquistare o affittare una casa. La popolazione della Parrocchia è così gradualmente mutata, anche se si registra ora l’arrivo di nuove famiglie nella zona di Prato lungo – Via Rosaccio. Queste difficoltà non indeboliscono certo il vostro impegno pastorale. Esorto, in particolare, i numerosi gruppi parrocchiali a proseguire con slancio apostolico e gioia il loro indispensabile contributo alle attività della Parrocchia. Come san Domenico Savio, siate tutti missionari del buon esempio, della buona parola, della buona azione in casa, con i vicini e con i colleghi di lavoro. A tutte le età infatti si può e si deve testimoniare Cristo! L’impegno della testimonianza cristiana è permanente e quotidiano.

4. So che state cercando di rivitalizzare l’Oratorio, per favorire la crescita umana e cristiana dei giovani e in particolare dei ragazzi dopo la Cresima. Mi rallegro e mi compiaccio di questo vostro generoso sforzo per la formazione delle nuove generazioni. A voi, ragazzi e giovani, desidero proporre il luminoso esempio del vostro Patrono, il giovane discepolo di Don Bosco san Domenico Savio. Rivolgendosi nella preghiera a Gesù e a Maria, egli chiedeva loro di essere i suoi amici e di farlo morire piuttosto che gli accadesse la disgrazia di commettere un solo peccato. “La morte, ma non i peccati!”, amava ripetere. Non dev’essere questo anche l’ideale della vostra vita, cari giovani? Impegnatevi, con il suo aiuto, a fuggire il peccato e ad amare fortemente Dio.

Nella Lettera che ho scritto ai giovani di Roma l’8 settembre scorso vi esortavo, cari ragazzi e ragazze, a non rassegnarvi alla menzogna, alla falsità, al compromesso. Scrivevo così: “Reagite con vigore a chi tenta di catturare la vostra intelligenza e di irretire il vostro cuore con messaggi e proposte che rendono succubi del consumismo, del sesso disordinato, della violenza, sino a spingere nel vuoto della solitudine e nei meandri della cultura della morte” (Giovanni Paolo II, Lettera ai giovani di Roma, 8 settembre 1997).

Vi ripeto quest’oggi: reagite al peccato! San Domenico Savio, che si lasciò plasmare dallo Spirito e rispose con generosità piena all’universale chiamata alla santità, vi aiuti a farvi santi, a riscoprire ogni giorno il valore della vostra persona, dove lo Spirito di Dio dimora come in un tempio. Aggiungevo nella mia Lettera ai giovani: “Imparate ad ascoltare la voce di Colui che è venuto ad abitare in voi mediante i sacramenti del Battesimo e della Cresima” (Ibid.). L’Oratorio diventi, pertanto, la vostra migliore palestra per allenarvi a vincere il male ed a compiere il bene!

5. Care famiglie di questa Parrocchia, insieme a tutte le famiglie di Roma voi vivete un anno a voi particolarmente dedicato. Perseverate nella fedeltà e nell’amore. Ponete il Vangelo di Cristo al centro della vostra esistenza, cercando di assicurare ai vostri figli, grazie pure all’apporto prezioso dei nonni, un ambiente sereno, consono agli insegnamenti di Cristo.

Care famiglie, i giovani attendono da voi una esemplarità di vita. Guardano a voi anche quanti sono meno fortunati, perché non hanno alle spalle una famiglia che sappia sostenerli ed aiutarli efficacemente. Sappiate essere per loro testimoni dell’amore di Cristo. Vi illumini e sostenga in questo impegno lo Spirito Santo, che invochiamo incessantemente in questo secondo anno di immediata preparazione al grande Giubileo del Duemila.

6. “Rivéstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio” (Bar 5, 1). Con questa esortazione, all’epoca dell’esilio babilonese, il profeta Baruc invitava i suoi concittadini ad incamminarsi sulla via della santità. Egli continua ad incoraggiare anche noi a non cessare di tendere alla santità, per andare incontro con le opere di bene al Signore che viene. A tal fine, infatti, siamo chiamati a spianare “ogni alta montagna e le rupi secolari” ed a “colmare le valli” (Bar 5, 7).

Gli fa eco il profeta Isaia, le cui parole sono riferite da san Luca alla missione del Battista. Esse esortano a raddrizzare i sentieri dell’ingiustizia ed a spianare i luoghi impervi della menzogna, ad abbassare i monti dell’orgoglio ed a riempire i burroni del dubbio e dello scoraggiamento (cfr Lc 3, 4-5).

Così, seguendo le indicazioni della Parola di Dio, prepariamo, carissimi Fratelli e Sorelle, la via del Signore. Egli, che nella nascita del Salvatore ha compiuto grandi cose per l’intera umanità, porti a compimento il suo piano d’amore. Ed ogni uomo potrà vedere la salvezza di Dio, salvezza donata ad ogni uomo in Cristo Gesù!

Amen!

© Copyright 1997 – Libreria Editrice Vaticana