Dal numero di febbraio di “Pagine ebraiche” – il mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale – anticipiamo un commento sulla visita di Benedetto XVI alla comunità ebraica di Roma.

di Lucetta Scaraffia

L’importanza della visita di Papa Benedetto XVI alla Comunità ebraica di Roma non è paragonabile a quella di nessun’altra sua visita, e l’emozione che suscita nell’anima di ebrei e cristiani non ha uguali. L’incontro ufficiale fra comunità religiose che da due millenni cercano di discernere gli insegnamenti di Dio negli stessi testi, che pregano con le stesse parole dei Salmi e che da quasi duemila anni vivono insieme nella stessa città – proprio come i fratelli dei racconti biblici, che però spesso sono stati divisi da rancori e violenza, come ha ricordato rav Di Segni nel suo discorso – costituisce un momento intenso che non ha precedenti. Al di là delle recenti schermaglie su Pio xii, delle polemiche su Israele, delle infami affermazioni di un vescovo lefebvriano.
Il particolare iter culturale e teologico di Joseph Ratzinger, più che la sua origine tedesca, segna questo incontro. Benedetto XVI infatti è uno dei protagonisti principali di quella corrente di studi che ha rimesso il rapporto con l’ebraismo al centro della ricerca teologica  sull’Antico  Testamento  e sulla vicenda storica di Gesù. E questa vicinanza è al cuore del suo discorso:  “È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il  proprio  profondo  legame  con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola”.
A ebrei e cristiani il Papa indica quindi il compito di vigilare sulla Bibbia intesa come “un “grande codice” etico per tutta l’umanità”. In particolare sul decalogo ricevuto da Mosè, costituito dalle “Dieci Parole” che “gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana”. E Benedetto XVI traccia una proposta per il compito assegnato alle due comunità religiose:  “Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un  servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme”, perché secondo l’insegnamento dello Shemà – riaffermato da Gesù nel Vangelo – “tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo”. Possiamo allora dire con il Papa, ebrei e cristiani insieme, che “se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra”.

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)