Bocciata dai giudici la delibera della giunta Vendola che puntava a discriminare i ginecologi che fanno obiezione di coscienza, negando loro l’accesso ai consultori pubblici «Una procedura discriminatoria e irrazionale». «Ora la Regione – spiega l’avvocato Mastropasqua – dovrà garantire il 50% dei posti ai medici non obiettori»
di Daniela Pozzoli
Tratto da Avvenire del 15 settembre 2010

I medici obiettori di coscienza pugliesi hanno messo a segno una vittoria piena. Il Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Puglia ieri si è infatti espresso a favore del loro ricorso contro il bando della Regione in cui si aprivano le porte dei consultori pubblici solo a medici non obiettori, così da «bilanciare» il personale e garantire il «diritto» delle donne ad abortire. Nei fatti introducendo una grave discriminazione che aveva messo in allarme Ordini e associazioni.

Una sentenza di 21 pagine emessa a tempo di record (l’ultima udienza è stata giovedì scorso) che obbliga la Regione Puglia a «riservare» il 50% dei posti nei consultori pubblici agli obiettori in quanto «la presenza o meno di medici obiettori – scrivono i giudici amministrativi – è assolutamente irrilevante visto che all’interno dei consultori non si pratica materialmente l’interruzione, bensì soltanto attività di assistenza psicologica e di informazione/consulenza della gestante, ovvero vengono svolte funzioni di ginecologo che esulano dall’iter abortivo».

Si chiama «Potenziamento del percorso di nascita», ma la delibera della Regione Puglia del 13 marzo scorso nascondeva ben altro. Il provvedimento, voluto dall’assessore alla Sanità Tommaso Fiore, si basava sulle indicazioni contenute nel Piano regionale di salute 2008-2010 e parlava di «un progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza». È su questo punto che le associazioni erano insorte ricorrendo al Tar e parlando di «discriminazione» bella e buona.

Anche per l’avvocato Nicolò Mastropasqua, che ha rappresentato in giudizio i medici obiettori, «il fatto è scandaloso sia perché va contro un diritto umano, non solo tutelato dalla legge 194 sull’aborto ma anche dalla Costituzione e dal diritto internazionale, sia perché si nasconde dentro una delibera lunga e dal titolo fuorviante».

Secondo la memoria presentata da Mastropasqua in occasione della presentazione del ricorso, «accettare la normativa della giunta Vendola significa aprire la strada legale perché gli obiettori siano espulsi anche dalle farmacie e dagli ospedali». Sulla fondatezza del ricorso Mastropasqua non aveva dubbi e scriveva: «L’obiezione è espressione della libertà di coscienza e non il capriccio di un circolo di intellettuali egoisti e annoiati.

Avversare e ostacolare l’obiezione determina un grave illecito morale e giuridico».

«Una procedura selettiva – gli danno ragione i giudici amministrativi – che escluda aprioristicamente i medici specialisti obiettori dall’accesso ai consultori appare discriminatoria oltre che irrazionale poiché non giustificata da alcuna plausibile ragione oggettiva».

Impressiona pensare che i consultori siano nati per rimuovere le cause dell’aborto, mentre oggi sono «sempre più utilizzati per lo scopo inverso – sosteneva nei giorni che hanno preceduto la sentenza Lodovica Carli, del Forum delle famiglie pugliese –. E avere il coraggio di arrivare persino a mettere per iscritto la discriminazione è davvero troppo». «Annullati gli atti la Regione – conclude l’avvocato dei medici obiettori – dovrà provvedere ad assicurare nei bandi questa ‘riserva’ di cui parla la sentenza e lo dovrà fare entro 30 giorni dalla notifica».

Casini: non più rinviabile la riforma dei consultori

di Enrico Negrotti

«Almeno tre ragioni di soddisfazione e qualche inquietudine dalla sentenza» è il commento di Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, alla decisione del Tar pugliese di accogliere il ricorso dei ginecologi obiettori di coscienza. «In primo luogo – sottolinea Casini – si stabilisce un punto fermo per la possibilità dei medici obiettori  alla legge 194 di lavorare nei consultori. Inoltre per la seconda volta al Movimento per la vita viene riconosciuto il diritto di partecipare come ente di rilevanza pubblica a procedure giudiziarie in cui sia in gioco la difesa della vita. Infine, dal punto di vista politico, si tratta di una conferma della improcrastinabile necessità di procedere a una riforma dei consultori familiari, che devono tornare a essere organismi per difendere la vita, anche in un sistema che ha depenalizzato e tollerato l’aborto».

Qualche perplessità invece, viene dal fatto che «nella sentenza si dice che nel consultorio non si pratica l’aborto: è vero, però si rilascia il certificato che autorizza l’interruzione di gravidanza, un atto da cui gli obiettori sono esentati. Il tutto sembra poi contraddittorio con l’indicazione di riservare nei consultori una quota di posti agli obiettori».