Il suicidio assistito non solo per i malati terminali ma anche per le persone sane che, per ragioni personali, intendono porre fine alla loro vita. Potrebbe essere questa la prossima frontiera dell’eutanasia o almeno è questa la battaglia legale che Dignitas, la clinica svizzera specializzata nella “dolce morte”, intende portare avanti. “Conosco una coppia canadese, lui è malato e la compagna mi ha confidato: ‘se mio marito muore, vorrei morire insieme a lui’. Questo per noi costituisce un problema legale e dovremo rivolgerci alla magistratura per risolverlo” ha spiegato il fondatore della clinica elvetica, Ludwig Minelli, aggiungendo che non dovrebbero sussistere restrizioni nel procurare la morte a chi lo desidera. “Credo che il suicidio rappresenti una possibilità incredibile per l’essere umano perché gli permette di uscire da una situazione inalterabile. Il fatto di avere una malattia terminale non deve rappresentare la condizione necessaria. In quanto avvocato per i diritti umani sono contrario all’idea di paternalismo. Non possiamo decidere per gli altri” ha spiegato ancora Minelli. Finora sono circa cento i britannici – riporta il Guardian – che si sono rivolti alla clinica Dignitas, vicino a Zurigo, per il suicidio assistito. Tra i casi più noti quello del giovane giocatore di rugby Daniel James, 23 anni, paralizzato dal torace ai piedi in seguito ad un incidente sul campo da gioco, morto lo scorso settembre e più recentemente, a febbraio, la coppia di Bath, Peter e Penelope Duff entrambi malati terminali. Sebbene in base al Suicide Act del 1961 nel Regno Unito il suicidio non rappresenta più un reato, aiutare qualcuno a morire può essere punito con una condanna di reclusione fino a 14 anni. Eppure malgrado i numerosi recenti casi, la magistratura inglese non ha perseguito legalmente i parenti delle vittime in cerca della dolce morte, la maggior parte dei quali affetti da gravi patologie terminali, come tumori e malattie degenerative, ma anche da disagi psichiatrici come la ciclotimia (depressione bipolare). Sebbene possa sembrare cinico parlare di tornaconto al sistema sanitario nazionale, secondo Minelli bisogna ricordare anche i benefici del suicidio assistito: “per ogni 50 tentativi di suicidio, uno solo arriva a termine con le altre 48 persone gravemente danneggiate che il più delle volte devono ricorrere a cure lunghe e costose a carico dello stato”. Mentre Dignitas si prepara dunque ad allargare le maglie per l’accesso al suicidio assistito, le autorità svizzere starebbero però pensando di rivedere le leggi in materia di dolce morte che potrebbe rendere d’ora in poi più difficile per gli stranieri ricorrere ad una fine indolore.