di Magdi Cristiano Allam e Rita Coruzzi
Tratto da La Bussola Quotidiana

Nella 34esima Giornata nazionale per la vita dedico un capitolo tratto dal libro “Grazie alla vita” scritto insieme a Rita Coruzzi (2011, Edizioni Piemme).

E’ la storia di Debora, una mamma coraggio che sceglie di donare la propria vita per consentire alla figlioletta Alice di vedere la luce. Un sacrificio che solo chi eleva la vita a valore supremo può concepire, nel contesto di una concezione trascendente della vita stessa. E’ un omaggio ai giovani che oggi faticano in primo luogo ad esserci, sia per l’eccidio dell’aborto sia per il suicidio della denatalità, così come si ritrovano impossibilitati a ergersi a rigeneratori di nuova vita, sia per la disoccupazione o la precarietà lavorativa sia per l’imperversare di una cultura che li deresponsabilizza illudendoli che possano farsi largo rincorrendo solo i diritti e le libertà senza curarsi dei doveri e delle regole.

Magdi Cristiano Allam

Debora, un sorriso che non si spegnerà

di Rita Coruzzi

Tanti bambini, una famiglia numerosa. Questo è quello che Debora e suo marito Claudio avevano programmato. Si erano conosciuti tramite amici ed erano rimasti subito colpiti l’uno dall’altra, così Claudio aveva iniziato a corteggiare Debora proponendole di uscire, invitandola a cena, a serate in piscina. A poco a poco senza neanche accorgersene si ritrovarono innamorati, un amore grande più di quanto loro stessi potessero immaginare. Seguirono tre anni di fidanzamento in cui Debora avvicinò molto Claudio alla parrocchia, essendo lei molto praticante e avendo non solo una fede molto salda, ma anche un’indole molto buona, sempre pronta ad aiutare gli altri, chi era in difficoltà, chi aveva dei problemi, e disposta anche semplicemente ad ascoltare o incoraggiare in caso di necessità.

La cosa che colpì maggiormente Claudio e che tuttora si porta nel cuore è il suo sorriso. Era sempre sorridente, raggiante, radiosa. Dal suo sorriso traspariva luce, lei aveva il dono di illuminare le persone con la sua presenza e la sua umanità.

Insieme a Claudio cominciarono a seguire dei gruppi di ragazzi per il catechismo, a cui erano molto legati, non perdendo mai occasione per stimolarli e insegnare loro una fede forte e salda. Quello che più importava loro era che avessero a cuore i valori cristiani, la famiglia, gli amici, il non dire bugie, il non tradire e seguire sempre e in ogni circostanza gli insegnamenti di Gesù.

Fu così che la loro storia prese forma e il loro amore crebbe oltre misura, al punto da decidere di creare una loro famiglia. Si sposarono il 16 giugno 2002, il giorno più bello della loro vita, che adesso Claudio ricorda con occhi lucidi e voce rotta. Vissero due anni tesi a godere della reciproca compagnia e impostare la loro vita insieme, in cui si dedicarono senza sosta alla parrocchia, ai ragazzi, e ai loro amici, suscitando ammirazione per la loro unità e armonia. Chiunque li vedeva non poteva fare a meno di sorridere, vedendo quanto grande fosse il loro amore, il loro affiatamento e il loro stesso modo di pensare su molte cose.

Erano una famiglia felice, un esempio per molti nella loro parrocchia, soprattutto per i giovani che nel mondo odierno non vedono più famiglie unite, o molto poche, ma sentono piuttosto parlare di divorzi o separazioni, o di coniugi che si picchiano a vicenda giungendo talvolta perfino all’omicidio. Claudio e Debora erano un’ eccezione a tutto questo, una speranza per tutti coloro che credevano che poteva esistere davvero un’unione così se l’ amore è grande e se si è sorretti dalla fede.

Passati due anni decisero che era giunto il momento di allargare la famiglia, e di realizzare il loro grande sogno: avere bambini. Ne avrebbero voluti tanti, si immaginavano una famiglia numerosa, dove tutti si volevano bene e ringraziavano il Signore per ogni giorno che veniva concesso loro e per vivere così felici. Le loro preghiere furono esaudite molto presto, infatti subito lei rimase incinta e la loro felicità era davvero senza limiti. Avevano davvero tanto di cui dire grazie alla vita, cosa che Claudio non mancò di fare davanti alla grotta di Massabielle durante un pellegrinaggio a Lourdes al quale aveva partecipato con i ragazzi del catechismo che seguiva insieme alla moglie. Ringraziò la Madonna per il dono che stava facendo loro e pregava perché tutto andasse per il meglio. Entrambi non vedevano l’ora di poter stringere il loro bambino tra le braccia, pensavano che quello sarebbe stato il secondo giorno più felice della loro vita.

Ma il destino si abbatté su di loro e in particolar modo su Debora con crudeltà. Al quinto mese di gravidanza le venne diagnosticata una leucemia acuta mieloide, una delle forme peggiori. Dovevano intervenire subito con i trattamenti e i medici quel giorno terribile dissero loro di tornare il giorno dopo e a Debora di prepararsi a una lunga battaglia e a una lunga degenza. Era il 14 dicembre 2004, e dopo avere sentito la diagnosi entrambi si gettarono uno nelle braccia dell’altro, tenendosi stretti in un lungo, interminabile, disperato abbraccio. Erano sconvolti, ma nessuno dei due pianse, per dare conforto e sostegno all’altro. Persino in quel momento drammatico, nessuno dei due pensò per sé, ma erano entrambi concentrati sull’altro, sull’altra parte del loro essere, e sicuramente pensavano anche alla creatura che Debora portava in grembo.

Continuarono a tenersi abbracciati durante tutta la notte, in cui non chiusero occhio e Claudio bagnò sette magliette. Parlarono di come affrontare la battaglia, ma Debora ad un certo punto gli rivolse un sorriso, quel sorriso che lui amava così tanto e lo ringraziò per non avere pianto, per averla abbracciata e per averla sostenuta in quel momento terribile. Poi disse anche che erano stati molto fortunati. Claudio la guardò esterrefatto, e lei gli spiegò che era stata una fortuna che rimanesse incinta al primo mese in cui avevano cercato di avere il bambino, perché era l’ultimo mese in cui lei era ancora sana, e adesso già al quinto mese di gravidanza, non potevano più farla abortire, il bambino sarebbe nato prematuro, con dei problemi forse, ma sarebbe nato e questo era la cosa più importante per lei. Quindi anche in quel momento rese grazie alla vita per la gravidanza avvenuta al momento giusto, nel tempo giusto.

Il resto della notte lo passarono a pregare. Debora aveva sempre trovato una grande forza nella preghiera, che era per lei il toccasana dell’anima, l’unione più profonda con Dio.

Il mattino dopo, terrorizzati e tenendosi per mano, tornarono all’ospedale dove sarebbe iniziata questa lunga e difficile battaglia, da cui speravano di uscire vincitori: Debora voleva vivere ad ogni costo, voleva continuare a fare la moglie e diventare una buona mamma. Voleva vedere il suo bambino crescere e stargli vicino quando avrebbe avuto più bisogno di lei. Questi pensieri le diedero forza quando entrò in ospedale per restarci a lungo, quanto non lo sapevano. Ma più di ogni altra cosa Debora si preoccupava del bambino che portava in grembo, non avrebbe mai iniziato le terapie rischiando di fargli del male, era disposta ad aspettare il tempo necessario affinché potesse partorire anche prematuramente ma con più possibilità che il bambino si salvasse, piuttosto che iniziare subito con il pericolo di procuragli danni permanenti forse anche molto gravi. Ancora una volta non pensava a sé, ma agli altri, alla persona più importante per lei dopo suo marito: suo figlio, quel figlio che ancora non conosceva ma che stava crescendo dentro di lei e che lei aveva tanto desiderato. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggerlo, anche a costo di fare del male a se stessa, ma lei passava in secondo piano. Claudio e la sua creatura erano più importanti di lei stessa. La sua famiglia era la sua priorità.

Dopo una settimana di ricovero, il 22 dicembre 2004 nacque Alice Silvia, una bambina, la figlia che avevano desiderato e sognato e che avrebbe dovuto essere la prima di una lunga serie, su cui riversare tutto l’amore che avevano nel cuore. Claudio ricorda quel giorno come un giorno felice ma anche spaventoso: poteva perderle tutte e due e ritrovarsi solo. A quel punto cosa avrebbe fatto, senza più le sue ragioni di vita? Appena vide Alice, se ne innamorò come si era innamorato di sua madre tempo prima e rimpianse che la sua nascita non fosse più normale, come tante altre dove c’erano pianti di gioia e sorrisi e non preoccupazione e dolore con un contorno di gioia. Ma appena la vide, anche lui disse grazie, per aver avuto la possibilità di mettere al mondo quell’esserino così fragile e indifeso con la donna che amava e che da questo momento anche lei come la madre avrebbe dovuto lottare per vivere.

Infatti i problemi dovuti alla nascita prematura furono subito evidenti. Dopo pochi giorni Alice dovette essere operata al cuore e rischiò di morire e papà Claudio venne chiamato dall’ospedale dove si precipitò appena seppe quello che stava accadendo. Seduto ad aspettare e a pregare per l’esito dell’intervento, pensò che sua moglie era al piano di sopra, ricoverata in oncologia e non poteva dirle niente di quello che stava accadendo. Si sentiva solamente un po’ sollevato dal fatto che almeno per il momento Debora non era in pericolo di vita, quindi lui poteva pregare e concentrare le sue energie su Alice. Quando andava a trovare Debora non le diceva nulla di come stavano le cose in realtà, si limitava a dirle che la bambina era in fase di miglioramento, giorno per giorno stava sempre meglio. Questo le diceva, lei lo guardava sorridente, con gli occhi pieni d’amore, non sembrava affatto preoccupata, anzi diceva: “Non so se mi dici tutta la verità, o mi nascondi qualcosa, ma io so che Alice ce la farà. Ce la farà, vedrai, ne sono certa. Sarà così, l’ho affidata alla Madonna, lei la aiuterà”. Poi tornava a sorridere, quel sorriso che Claudio non si aspettava di vedere comparire ma che subito illuminò ogni cosa. Debora continuava a illuminare le persone, gli ambienti, a trasmettere luce con la sua serenità.

Vedendola così convinta di ciò diceva il marito fu sfiorato dal dubbio che lei avesse chiesto alla Madonna di salvare la bambina e non lei se era necessario, di aver chiesto la salvezza di Alice per la sua. Ma la sua perplessità non fu fugata e a questa domanda Claudio non ottenne mai una risposta. L’unica volta che ebbe il coraggio di domandarglielo, ottenne solo un prolungato silenzio e alla fine un luminoso sorriso.

Il primo gennaio Debora iniziò ufficialmente la battaglia con il cancro, iniziò il primo ciclo di chemioterapia che le sconvolse l’organismo e la fece stare male per giorni, ma lei non si lamentava, continuava a pregare, a sorridere, sostenendo che questo era solo l’inizio della sua battaglia per la vita, perché lei voleva a tutti i costi continuare a vivere. E chiedeva sempre di Alice, di quella figlia che non aveva potuto tenere in braccio nemmeno una volta e neppure attaccare al suo seno, ma che era diventata per lei insieme a Claudio il centro della sua vita e la sua ragione per vivere e lottare.

Decisero di battezzare la bambina. Nessuno poteva sapere se e quando sarebbero sopraggiunte altre complicazioni e se Alice le avrebbe superate, e pensarono che era giunto il momento di renderla partecipe della loro grande fede che permetteva loro di sentirsi più che mai uniti, una cosa sola, a lottare insieme contro un grande nemico come il cancro e con la sua conseguenza, la morte. Non era così che Claudio si era immaginato il battesimo di sua figlia, non certo in una camera sterile di ospedale e senza la presenza della mamma, ma solo del sacerdote della loro parrocchia che teneva in mano una provetta contenente l’acqua di Lourdes che Claudio aveva portato a casa solo da qualche mese prima dal pellegrinaggio, quando tutto andava per il meglio e loro aspettavano con impazienza la nascita di una nuova vita.

Tuttavia Claudio non avrebbe mai permesso che a Debora mancasse un momento così importante della vita di sua figlia, il momento in cui entrava a far parte della comunità cristiana e aveva in premio la salvezza eterna. Fu così che filmò tutto il breve rito, dopo di che andò in camera da sua moglie e le mostrò il filmato, che lei guardò commossa tenendolo per mano. In quel momento ringraziarono ancora per aver avuto la possibilità di fare battezzare la loro figlia e che comunque andassero le cose, adesso aveva un posto assicurato in Paradiso. Ma Debora, convinta che sua figlia ce l’avrebbe fatta, pensava già alla sua educazione cristiana, alla fede che lei e Claudio avrebbero dovuto trasmettere e radicare in lei, facendola crescere giorno dopo giorno, facendola diventare forte e salda.

Più che mai Debora nella situazione in cui si trovava, riscopriva ogni giorno quanto importante fosse avere fede, che era diventato l’appoggio su cui lei contava maggiormente per superare tutte le prove che la malattia la costringeva ad affrontare. Si rese conto di quanto vuota fosse una vita senza fede e si disse che a sua figlia non sarebbe mai dovuta venire a mancare. Anche lei avrebbe dovuto imparare a trovare nella fede il massimo sostegno e conforto, per affrontare al meglio la vita che aveva davanti a sé.

Da quel momento le condizioni di Alice migliorarono fino a stabilizzarsi, perlomeno non era in pericolo ogni giorno. Claudio notò come il battesimo le avesse dato anche forza, come se una volta diventata cristiana facendosi forte della fede dei suoi genitori che l’avevano affidata alla Madonna e a Dio, lei stessa avesse trovato la forza di sopravvivere e di lottare. Ma di questo Debora non aveva mai dubitato, lei era serena stesa sul suo letto, sapeva che sua figlia lottava, e che avrebbe vinto. Il suo unico rammarico era di non averla ancora potuta vedere e accarezzare. Ma questo avvenne, e quasi inaspettatamente, dopo che Debora ebbe finito il suo primo ciclo di chemioterapia. Il 22 gennaio, a un mese esatto dalla nascita, una dottoressa che capiva e ammirava Debora per il suo coraggio e dolcezza, e comprendeva il suo desiderio di madre di vedere la figlia, le concesse, anche se non era di prassi, di andare in neonatologia e di restare un poco con lei.

Fu un momento bellissimo, che non sarebbe dovuto finire mai. Debora guardò incantata quella creatura che lei stessa aveva messo al mondo e che non aveva ancora avuto la possibilità di conoscere se non tramite le foto, i video e racconti che Claudio non le faceva mancare. Ma vederla fu una felicità immensa. Passò tutto il tempo ad accarezzarla, infilando le mani nell’imboccatura dell’incubatrice. Non avrebbe mai smesso, voleva continuare ad accarezzarla, avrebbe continuato all’infinito. Sperava solo di avere una vita intera per farlo e rifarlo quando avesse voluto. Era il suo unico desiderio ora che Alice stava meglio, ora voleva solo guarire per fare la mamma, ma era sempre pronta ad accettare la volontà di Dio, qualunque essa fosse. Aveva infatti realizzato il suo sogno, dare alla luce un bambino.

Mentre osservava la scena Claudio era commosso e intenerito e pensava ai sentimenti contrastanti che esplodevano dentro di lui. Aveva una grande gioia e provava gratitudine di poter vivere quei momenti felici, ma c’era sempre l’ombra del cancro che incombeva scura e minacciosa, e oltre a questo le grandi preoccupazioni per le condizioni della piccola Alice, che pur migliorate restavano sempre gravi. La difficoltà fu proprio questa: gestire i momenti in cui si era felici ma anche tristi allo stesso tempo, sentirsi come spezzati in due, senza sapere quale parte avrebbe vinto, se avrebbe prevalso la felicità di quel momento oppure la tristezza che la situazione comportava. Claudio ha trovato molto conforto nel fatto che nessuna delle due donne si era mai trovata in gravi condizioni nello stesso momento; infatti si alternavano, sembrava quasi che tra di loro fosse scattata una sintonia, che una non si aggravasse quando era grave l’altra, dando così a Claudio il modo di occuparsi principalmente di quella che in quel momento aveva più bisogno della sua presenza e del suo sostegno. E di questo tuttora è molto grato. Così ha la sensazione di non aver tolto niente a entrambe, ma di aver dato tutto se stesso alle donne più importanti della sua vita, che amava oltre misura e di cui avrebbe preso volentieri il posto, pur di vederle sane e felici come avrebbe voluto, o come avrebbe dovuto essere.

Non mancava da parte sua neanche il pensare come sarebbe stata la loro vita se quell’ombra non fosse scesa sulla Debora e se tutto fosse continuato normale, ma era inutile pensarci, anche se perfettamente naturale. Egli stesso si rendeva conto che non poteva permettersi il lusso di fare il gioco dei se, sua moglie e sua figlia avevano bisogno di lui nel presente, in quello che era e non in quello che avrebbe potuto essere, e lui voleva essere loro vicino, perché le amava come non credeva possibile amare nessun essere umano. Fu proprio questo amore che gli diede la forza di andare avanti e di guardare sempre alla famiglia come al valore supremo, di trovare il modo di vivere nella migliore maniera possibile, nonostante la situazione fosse così drammatica e disperata.

Tuttavia non si è sentito mai solo, ha avuto tanti amici che l’hanno sostenuto e hanno cercato di aiutarlo per quanto era possibile, ma più di tutto aveva lei, Debora, che non mancava mai di fargli sentire il suo amore, o di dimostrargli quanto gli fosse grata per il modo in cui lui le stava accanto. Non hanno mai smesso di amarsi, neanche nei momenti peggiori, quando Debora peggiorava e si cominciava a temere di non vincere la battaglia, non mancavano mai di dirsi “ti amo”. Parole semplici, forse banali, ma non per loro, perché è facile dire “ti amo” quando tutto va bene, quando si vedono solo cose belle all’orizzonte, è molto più difficile invece dirlo nelle situazioni difficili, quando preghi ogni giorno che la parte complementare di te, quella che ami come te stesso, non ti abbandoni, ma le venga concesso un altro giorno, e un altro ancora, e un altro ancora.

Una volta Claudio in un momento banale della giornata, sentì il bip del suo cellulare, gli era arrivato un messaggio, appena lo lesse il suo cuore si sciolse, e i suoi occhi si inumidirono. Era lei dall’ospedale e gli scriveva:

“Ti voglio bene, prego il Signore perché aumenti sempre il nostro amore, ci protegga e ci mantenga sempre suoi testimoni. Grazie per quello che hai fatto, come l’hai fatto e continui a fare. Il Signore si manifesta in te”.

Questo messaggio, segno concreto dell’amore coniugale più sincero e della fede in Dio più incrollabile, è ancora salvato nel cellulare che Claudio non smette di usare e che ogni tanto rilegge, quasi per risentire la voce della moglie che gli sussurra queste parole di ringraziamento e di incoraggiamento.

Finito il ciclo di terapia, Debora finalmente tornò a casa. Era magrissima, provata dalla malattia e dalle terapie, e portava la bandana ma il suo sorriso non era spento. Continuava a sorridere e per Claudio era bellissima anche così, non esisteva parte di lei che lui non amasse, bella o brutta che fosse. Al suo ritorno a casa finalmente poterono essere una famiglia, tutti e tre insieme, e dopo tanto tempo passato in ospedale a Debora non sembrava vero di avere Alice e Claudio lì vicino a lei, di poterli vedere e toccare tutte le volte che voleva e di poter rivedere tutti i loro amici, che non mancarono di fare loro visita e di dimostrarsi solidali per quello che stavano passando. Anche con loro Debora diede prova di una forza e di un coraggio fuori dal comune: sempre serena, mai preoccupata, chiedeva notizie dei loro familiari, si preoccupava per loro e dimostrava ancora quella voglia incommensurabile di aiutare gli altri, mettendo in secondo piano se stessa.

Fu così che propose che nella sua parrocchia ogni lunedì sera si dicesse un rosario per tutti gli ammalati e a fianco dell’altare vi fosse un quaderno per raccogliere le intenzioni di quanti vi partecipavano annotando i nomi delle persone per cui pregavano. A chi le domandava perché non chiedesse di pregare per lei, rispondeva che ora più che mai sentiva il bisogno di pregare per tutti gli ammalati, non solo per se stessa, ma proprio per tutti, anche per chi stava in condizioni peggiori delle sue. E questa iniziativa continua ancora oggi: il lunedì sera in parrocchia ci si ritrova per il rosario degli ammalati. Anche questo, un segno della presenza forte e viva di una persona speciale che ha fatto dono della sua grande fede a quanti l’hanno conosciuta e che ha arricchito la comunità ecclesiale in cui ha vissuto e manifestato tutta la sua gioiosa certezza dell’amore di Dio.

Tutto il tempo che poteva, Debora lo trascorreva con Alice, e anche se spesso per la sua debolezza era costretta a letto, la teneva sempre con sé in braccio, o accarezzandola. Le sembrava un dono meraviglioso potere averla lì, le bastava voltare la testa e la vedeva, e questo le pareva ancora quasi un miracolo, dopo tanti mesi trascorsi lontano, ed era un altro motivo per dire grazie. Trascorreva gran parte del tempo stando vicino ad Alice, e a pregare e a meditare; ogni giorno pregava le lodi e meditava il Vangelo, e dopo aver riflettuto su quelle letture era solita mandare messaggi agli amici in cui li incoraggiava o inviava una particolare riflessione che voleva condividere con tutti.

Nel frattempo era in lista di attesa per il trapianto di midollo osseo, l’unica possibilità concreta di guarigione che veniva offerta, dato che anche i vari cicli di chemioterapia non garantivano la recidiva della malattia. Dopo una lunga attesa, durante la quale la speranza era sempre tenuta viva dalla preghiera, arrivò finalmente la notizia della disponibilità di un donatore compatibile nel settembre 2005. Così lei dovette di nuovo separarsi da Alice, ma questa volta era diverso, perché sperava realmente di tornare guarita e di non doverla lasciare mai più. Fu così che dopo averla abbracciata e baciata più volte, andò nuovamente in ospedale pronta a una nuova battaglia, che sperava fosse risolutiva. Sapeva che il trapianto di midollo avrebbe potuto portare ad una completa guarigione, come in molti casi avviene, ma comportava anche notevoli rischi essendo in ogni caso un organo estraneo al proprio fisico, rischi che variano a seconda dell’età del paziente, del suo stato di salute generale, e in particolare delle condizioni di organi vitali come il cuore, il fegato, i reni, i polmoni. Debora era ancora giovane, il fisico era provato ma stava reagendo bene e quindi era fiduciosa che tutto sarebbe andato per il meglio.

I medici iniziarono subito il trattamento previsto prima del trapianto, per preparare l’organismo e quindi appena fu possibile procedettero alla trasfusione del midollo, che avviene proprio come se si trattasse di una trasfusione di sangue. Il periodo seguente fu molto difficile, a causa delle conseguenze delle grandi trasformazioni all’interno dell’organismo, e per questo Debora dovette restare molto tempo in una camera sterile essendo a grave rischio di contrarre ogni tipo di infezioni.

Ma anche in quelle condizioni il suo pensiero era rivolto ad Alice e a Claudio, la sua famiglia: era quello che le dava la forza di sopportare tutto il dolore, tutte le prove che il suo fisico stava affrontando. Doveva tornare a stare bene per loro, non poteva arrendersi.

Nel frattempo Claudio, mentre si prendeva cura di Alice aiutato dai suoi genitori e dai suoceri, aveva preso l’abitudine di filmare tutto ciò che la bambina faceva durante la giornata, anche i momenti più banali, e di fare avere a sua moglie la registrazione, in modo che lei potesse guardarla mentre cresceva. Da parte sua Debora appena stava un po’ meglio, non mancava di farsi filmare a sua volta e di registrare dei messaggi per la bambina: le diceva quanto le voleva bene, quanto le mancava e che sperava di tornare a casa presto. Ma intanto le mandava tanti baci, e degli insegnamenti, voleva che Alice la conoscesse anche se lei era distante. Fu così che iniziò un rapporto tra madre e figlia, fu guardando quelle immagini che Alice cominciò a conoscere la mamma e cominciò a balbettare il suo nome, mamma, appena vedeva l’immagine apparire sullo schermo.

Debora intanto continuava a pregare, a imparare dalla sua malattia, a constatare come anche nella debolezza più estrema lei continuasse a sentirsi protetta, infatti non doveva temere niente, visto che il Signore era al suo fianco. Inoltre in quel periodo capì una cosa molto importante, che non mancò di esternare, cioè che il Signore non ci dà mai un peso troppo grande da sopportare. All’inizio lei non credeva di riuscire a sopportarlo, le sembrava troppo, ed effettivamente lo era, lo sarebbe stato per chiunque, ma dopo mesi in cui in qualche modo riusciva a sopravvivere e a tirare avanti, scoprì che poteva sopportarlo, conviverci, per quanto fosse sgradevole.

Poi, dopo mesi di sofferenze, arrivò finalmente la buona notizia: il cancro se ne era andato! Debora e Claudio non si erano mai sentiti tanto sollevati, sembrava che la battaglia fosse vinta e si poteva riprendere a sperare che Debora sarebbe vissuta fino a vedere Alice grande. Cominciavano proprio a contarci veramente e vissero momenti di felicità e di intensa armonia.

Un anno più tardi però, dovettero rinunciare di nuovo ai loro sogni e ricominciare a lottare. Quello che temevano e che nessuno aveva il coraggio di esternare, si era verificato: i rischi del trapianto di cui parlarono i medici a suo tempo e che avevano più o meno coscientemente allontanati dai loro pensieri, erano diventati reali e le conseguenze si manifestarono in tutta la loro gravità. Il fegato era distrutto e quindi ora era necessario un trapianto. Il loro calvario sembrava davvero non finire mai. Dopo una lunga attesa, una sera all’improvviso arrivò una telefonata che annunciava che c’era un fegato compatibile. Dovevano presentarsi immediatamente all’ospedale dove avrebbero fatto gli ultimi accertamenti sulla compatibilità, dopo di che effettuato l’intervento. Così iniziò una nuova tappa del loro Golgota, e stavolta le conseguenze dell’operazione furono se possibile ancora più devastanti e visibili della prima: la pelle di Debora era diventata gialla, e i capelli che stavano ricrescendo erano ormai completamente grigi. Tuttavia, nonostante questa radicale trasformazione del suo corpo, era sempre riconoscibile dal suo sorriso: quello non era cambiato, e nessun trapianto o conseguenza post-operatoria poteva spegnere. Anche in quelle condizioni Debora sorrideva, ma forse in cuor suo stava rassegnandosi alla possibilità di non vedere sua figlia crescere, per questo cercava di starle vicino il più possibile, quando le era consentito.

Dovette rassegnarsi definitivamente a questa realtà quando nel febbraio 2007, il giorno delle Ceneri, dopo essersi sottoposta ai consueti esami di controllo, venne a sapere che il cancro era ricomparso. Da quel momento lei e Claudio seppero che non c’era più niente da fare. Avevano fatto il possibile, due trapianti, tutti i cicli di chemioterapia possibili, ormai la battaglia era persa.

Debora sapeva e si sforzò di accettare la dura realtà, ma cominciò a preoccuparsi del futuro di Alice, che sarebbe dovuta crescere senza di lei. Scrisse una serie di lettere a lei indirizzate, che Claudio le darà quando verrà il momento, raccomandò al marito di educarla cristianamente, di insegnarle tutto quello che loro avevano imparato in quei cinque anni di vita insieme. Solo cinque! Ne avrebbero voluti molti di più, ma nonostante tutto erano entrambi grati al Signore per ciò che avevano avuto. Sarebbe stato peggio per entrambi non essersi mai conosciuti.

Infatti, nonostante la grande sofferenza di oggi e di ieri, Claudio è felice di aver vissuto cinque anni così intensi, di un amore grande, di cui non conosceva l’esistenza, soprattutto perché non solo ha amato tanto, ma è stato altrettanto amato. Debora lo ricambiava con un amore grande, unico, meraviglioso e lui non scambierebbe questi cinque anni, pur difficili, con niente altro. Se non l’avesse incontrata, non avrebbe amato così intensamente e non si sarebbe sentito amato. Lui stesso dichiara che nonostante tutto, se tornasse indietro risposerebbe Debora, e farebbe tutto ciò che ha fatto, senza rimpianti, pur sapendo a quali dolori andrebbe incontro.

Debora pose solo una condizione: voleva morire a casa sua, niente più ospedale, niente dottori, solo Claudio, Alice e i suoi genitori. Anche negli ultimi giorni, gli amici che andavano a trovarla, non sapendo cosa dire, la trovarono di una tranquillità disarmante. Lei continuava a chiedere notizie dei loro figli, dei loro amici in comune, della loro famiglia. Il suo penultimo giorno di vita, preparò persino dei regali per il migliore amico di Claudio, che la venne a trovare. E qualche giorno prima avevano organizzato una cena con gli amici, in modo che lei potesse dare il suo saluto. E fu solare come sempre, diede una buona parola a tutti, e fu felice di avere l’opportunità di salutarli. Il penultimo giorno, dovette salutare chi non avrebbe mai voluto, Alice. Non voleva che fosse presente al momento della sua morte, perciò avevano deciso di mandarla a casa dei nonni, ma prima che se ne andasse, la prese in braccio, l’accarezzò, la baciò, guardò di nuovo con amore infinito quella creatura che aveva dato alla luce e che non avrebbe visto crescere, ma che aveva fatto nascere.

Stette abbracciata a lei per tanto tempo, fino a quando non si decise a darla ai nonni. Non avrebbe mai voluto staccarsene, ma sapeva che era in buone mani. Claudio l’avrebbe allevata bene, sarebbe stato aiutato da entrambe le famiglie, ma soprattutto lei lo avrebbe aiutato, dal Cielo. E comunque sapeva che Alice l’avrebbe conosciuta, non nel modo in cui aveva sperato, ma il papà gliene avrebbe parlato e lei l’avrebbe chiamata mamma. Fu con questi pensieri che la lasciò andare, guardandola fino all’ultimo istante con un estremo, tenero sguardo benedicente. In fondo la sua priorità era che Alice vivesse, anche se lei avrebbe voluto viverle accanto. Ma era felice che la sua piccola fosse salva e che avesse una lunga vita da vivere, anche senza di lei.

L’ultimo giorno fu cosciente fino al primo pomeriggio, dopo di che entrò in coma, non prima però di aver dato l’ultimo saluto a Claudio, prendendogli la mano e stringendogliela come aveva fatto tante volte, e da quel gesto aveva sempre trovato conforto e sostegno. Ora quel gesto era un saluto, con le ultime forze che aveva, prima di abbandonarsi al sonno profondo.

Dopo una notte di incoscienza, alle cinque del mattino del 7 agosto 2007, Debora spirò, e il suo sorriso si spense. Ma non fu per molto. Ora Alice sorride allo stesso modo, e quando questo succede tutti rivedono in lei la madre così dolce, così coraggiosa e forte che lei non ha mai veramente conosciuto, ma da cui ha ereditato quel sorriso che ora illumina Claudio ogni volta che lo vede e gli dà la forza di continuare ad allevarla, e gli fa capire quanto sua figlia sia preziosa. Sarebbe perso senza di lei.

Ora Alice è cresciuta, da pochi giorni ha cominciato la scuola elementare, un altro momento importante e doloroso che Claudio ha vissuto, guardando le altre famiglie composte da una mamma e da un papà, mentre lui era solo a portare Alice davanti alla scuola il suo primo giorno. Stava male, un’amica se ne accorse, gli andò vicino, non gli disse nulla, non c’era niente che potesse dire, che potesse alleviare il suo dolore, così lo abbracciò molto forte, per fargli capire che gli era vicino e sapeva a chi lui stava pensando. Claudio subito dopo si precipitò sulla tomba di Debora per piangere, per dar sfogo al suo dolore, guardò intensamente la fotografia della lapide, che la ritrae raggiante in abito da sposa, il giorno del loro matrimonio, e appena vide quel sorriso si rese conto che non poteva mollare, non doveva lasciare che la tristezza lo sopraffacesse, doveva allevare Alice come le aveva promesso. Poi guardando il suo sorriso, si rese conto che quel sorriso ora era in sua figlia, realizzò che quel sorriso non si era mai spento e mai lo avrebbe fatto, finché Alice continuava a sorridere. Realizzò anche quanto fosse grato di averla, lei è il collante che lo tiene unito a Debora, ed egli pur sentendosi incompleto senza una parte di sé, è ugualmente felice di averla avuta.

Ora Alice e Claudio stanno bene, sono affiatati, si vogliono bene, lui ha lei e lei ha lui, anche se continuano sempre a sentire la mancanza di Debora, specialmente nei compleanni, nei Natali, nelle feste, nei momenti speciali come in quelli più quotidiani. Ciononostante sono grati per quello che hanno avuto e hanno un rituale per dimostrarlo: ogni giorno Claudio e Alice vanno al cimitero, a trovarla. Lui le porta una rosa e Alice le porta il suo sorriso, le porta la sua stessa persona, e stanno lì a guardare la lapide tenendosi per mano. Poi, sempre per mano escono, per continuare la loro vita, ma non smettono mai di rendere grazie al Signore per aver incontrato la persona alla quale ogni giorno fanno visita, perché lei con il suo amore e coraggio ha saputo trasformare e illuminare le loro vite.

La virtù suprema è l’amore per la vita

di Magdi Cristiano Allam

Ho immaginato una Banca del Tempo dove Debora si sarebbe potuta presentare per chiedere di vivere più a lungo. Non una Banca del tempo terrena dove si scambia la disponibilità a svolgere determinate mansioni in funzioni di specifiche competenze, contraccambiandosi vicendevolmente il favore. Ma una Banca del Tempo sovrannaturale, dove è Dio che nella sua infinita bontà e clemenza ci concede una deroga al percorso naturale della vita nel momento in cui implacabilmente la malattia o la vecchiaia ne determinano la fine.

Ho sempre creduto nell’esistenza di una giustizia terrena prima che si compia la giustizia divina nell’Aldilà. Sono convinto che prima o dopo ciascuno di noi ottiene ciò che si merita qui in Terra. Perché questo nostro passaggio terreno non può consumarsi con criteri contrastanti da quelli che il buon Dio ci riserverà nella vita eterna. Piuttosto qui sperimentiamo ciò che nell’Aldilà diventerà realtà certa. Ma attenzione: dobbiamo meritarcelo. Vuol dire che non c’è nessun automatismo nell’ottenimento della giustizia terrena. Solo se ci crediamo veramente, se ci impegneremo seriamente, se saremo determinati inflessibilmente, noi ce la faremo. E attenzione nuovamente: la giustizia non è obbligatoriamente quella concepita da noi umani, che è condizionata dai limiti spazio-temporale che possono tradursi in leggi anche ingiuste, al punto che i giuristi sanno bene che non sempre il diritto, inteso come l’insieme delle norme legali, coincide con la giustizia. Possiamo dire che il diritto è un percorso che tende alla giustizia, talvolta centrando il bersaglio tal altra deviando dalla retta via soggiogati da interessi di parte o comunque incapaci di individuare il traguardo della giustizia.

Debora è una donna pia che ha avuto il dono dell’amore assoluto per la vita e che si è meritata la giustizia terrena prima di essere confermata come meritevole della giustizia eterna. Dove la giustizia nel caso specifico è il trionfo della vita di Alice Silvia, la figlioletta nata prematuramente, che è riuscita a vincere tutti i mali fisici che accompagnarono la sua nascita. La giustizia è anche il trionfo dell’amore con il marito Claudio, realizzando un’intesa perfetta che di per sé è un successo che da un senso alla vita. Debora è una campionessa della virtù suprema dell’amore per la vita, un’eroina che non ha esitato a far primeggiare l’amore per la vita della figlioletta e per la serenità del marito sull’amore per la propria vita, donandosi totalmente fino al martirio impostole dal male incurabile.

Debora ci ha lasciato facendoci sentire orfani di una madre, di una moglie e di un’amica a tal punto straordinaria da farcene innamorare e volerla al nostro fianco, da affascinarci per la testimonianza di chi vive su questa terra con il fisico finché lo sorregge ma con l’anima sempre tesa all’Aldilà fortificata dalla fede incrollabile nel Signore. La vita di Debora sarebbe inspiegabile senza tener conto della sua fede cristiana.

Noi tutti le siamo infinitamente grati perché senza questi straordinari testimoni di valori non negoziabili ma anche della certezza delle regole, che in modo esaltante ma anche rigoroso ci affrancano dalla mediocrità di chi sopravvivere giorno dopo giorno trascinando il proprio corpo come una zavorra fino a diventare schiavo del materialismo e del consumismo. Grazie a Debora la vita diventa bella e affascinante, un’esperienza che merita veramente di essere vissuta perché ci consente di essere pienamente noi stessi sentendoci totalmente gratificati dentro e dando il meglio di noi stessi agli altri.

Ecco perché pur nella tragicità della storia di Debora, morta precocemente senza aver potuto vivere la gioia di far crescere da madre la piccola Alice e di condividere questa scelta di vita con il marito Claudio, lasciandoli su questa terra privi della sua presenza e del suo affetto, amo concepirla come una storia bella e affascinante di una testimone esemplare del nostro tempo. Grazie di cuore Debora!

(Ringraziamo la Casa Editrice Piemme per l’autorizzazione a pubblicare integralmente il capitolo “Debora” tratto dal libro “Grazie alla vita” di Magdi Cristiano Allam e Rita Coruzzi)