di Paola Binetti
Tratto da cronache di Liberal del 29 settembre 2010

“Come Vescovi, sentiamo di dover esprimere stima e incoraggiare quanti si battono con abnegazione in politica…. ” Questa affermazione fatta dal cardinal Bagnasco parlando ai vescovi della Chiesa italiana lunedì scorso ci riempie di speranza e ci aiuta a sentirci ancor più responsabili del nostro ruolo di parlamentari che vivono un momento politico indubbiamente difficile. Le difficoltà oggettive che attraversa il Paese costretto a prendere atto ogni giorno di più della sua impotenza davanti ad una mancata ripresa delle nostre imprese, obbligato a fare i conti con una crisi economica che rivela ogni giorno di più aspetti nuovi e meno gestibili, si scontrano con la percezione soggettiva di una progressiva diffidenza che accompagna la perdita di stima da parte dei cittadini. La fiducia che gli italiani nutrono nei confronti della loro classe politica non è mai stata così scarsa. Sembra corrosa da una cultura del sospetto che pervade sistematicamente ognuna delle decisioni che si prendono, ognuno dei gesti che si compiono, ognuna delle posizioni che si assumano.

La stampa gioca un ruolo non indifferente in questa dialettica aspra e violenta che caratterizza il rapporto tra politica e cittadini e Bagnasco lo denuncia con chiarezza. «Anche l’innegabile influsso di una corrente di drammatizzazione mediatica, che sembra dedita alla rappresentazione di un Paese ciclicamente depresso, finisce per condizionare l’umore generale e la considerazione di sé. Dovremmo invece essere stabilmente capaci della giusta auto-stima, senza cesure o catastrofismi…». Il circuito che lega politica, società civile e stampa sembra volto a narrare gli aspetti peggiori di ognuno, quelli che si concentrano solo sulla demonizzazione dell’avversario, che strumentalizzano alcuni fatti per dimostrare una tesi piuttosto che per descrivere la realtà, che esasperano le differenze di opinione che sussistono all’interno dei vari schieramenti per contrapporle come se fossero altrettante dichiarazioni di guerra reciproca. Sono molto severe le parole che usa il presidente della Cei: «A momenti, sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole, e a quella divisione astiosa che agli osservatori appare l’anticamera dell’implosione, al punto da declassare i problemi reali e le urgenze obiettive del Paese». Il paese soffre per questa guerra interna che lacera i rapporti tra le persone e le istituzioni e sembra disinteressata davanti ai problemi reali che toccano le famiglie e le piccole e medie imprese, abbandonandole in una deriva in cui il fai-date sembra essere l’unica soluzione possibile, ma ormai rivela anche la sua drammatica impotenza. In questo clima pesantemente inquinato da una sorta di diffidenza globalizzata Bagna sco ha il coraggio di raccontare il suo sogno, un sogno che ci coinvolge tutti e ci trasferisce in una atmosfera magica in cui le difficoltà si dissolvono, le persone mettono in gioco la parte migliore di sé e come d’incanto al centro dell’azione politica torna il bene comune come sigillo di un impegno generoso e disinteressato, che coinvolge tutta la classe politica, abbattendo gli steccati dei pregiudizi. «In una recente occasione mi ero permesso di confidare un “sogno”, di quelli che si fanno ad occhi aperti: ossia che, senza disconoscere quanto di positivo già c’è, e magari con la cooperazione scaturente dalle esperienze presenti sul campo, possa sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che sentono la cosa pubblica come fatto importante e decisivo, che credono fermamente nella politica come forma di carità autentica perché volta a segnare il destino di tutti». Bagnasco sogna ciò che molti cattolici impegnati in politica sognano da tempo e soprattutto ciò che cercano di tradurre in pratica ogni giorno, collezionando fin troppo spesso solo insuccessi, senza incontrare né l’appoggio né i consensi che si aspetterebbero di trovare e scontrandosi frequentemente con un muro di indifferenza o peggio ancora con l’accusa di assumersi un impegno ingenuo e velleitario. Molti italiani resterebbero sorpresi se sapessero con quanta pazienza i cattolici che fanno politica provano a costruire reti di collaborazione e di solidarietà tra di loro, nei rispettivi schieramenti e tra gli schieramenti, attraverso intergruppi che hanno come obiettivo specifico la tutela dei diritti umani, il bene comune, o altre tematiche aggregative, che consentano di esprimere il volto buono della politica, quello in cui la carità di cui parla Bagnasco è il vero criterio orientativo. Ci troviamo per discutere disegni di legge: penso ad esempio a quello sulle Dat, per fare analisi delle difficoltà in cui si imbatte la nostra società: penso alle proposte per alleggerire la pressione fiscale della famiglia, per progettare delle iniziative in comune come avviene per alcuni convegni, per studiare ed approfondire i documenti del Magistero come è accaduto recentemente con l’ultima enciclica: la Caritas in veritate, per contribuire ad elaborare alcuni aspetti concreti della Agenda per la speranza come ta accadendo con le Settimane sociali, per capire cosa si aspetta da noi la Chiesa italiana, come accade nella riflessione su questo ultimo documento, ma non vorrei tralasciare neppure la comune partecipazione alla Santa Messa al mattino nella cappella della Camera e la preghiera che condividiamo in occasioni particolari. Siamo politici che provano a vivere da cristiani coerenti e che stanno in tutti, ma proprio in tutti gli schieramenti, e ci confrontiamo senza mai scivolare nella esasperazione dei toni e meno ancora nella rissa di un agire politico che tanto piace raccontare alla stampa. Gente normale, che in alcuni casi ha alle spalle esperienze di formazione vissute nei movimenti e nelle associazioni più diverse. C’è chi viene dall’azione cattolica e chi da Cl, c’è chi si riconosce più facilmente nel movimento dei focolarini, o nel rinnovamento dello spirito, c’è chi sente come propria la sensibilità del terz’ordine francescano e c’è chi come me è dell’Opus Dei. C’è davvero di tutto, ma la maggioranza porta nella memoria e nel cuore la formazione cristiana ricevuta in famiglia e approfondita in parrocchia. Molti hanno frequentato scuole e università caratterizzate da uno specifica carisma formativo di impronta cristiana… E mentre la diversità che ci caratterizza è segno di ricchezza, la stess ricchezza che da sempre connota la vita della chiesa, la libertà con cui si intreccia la nostra collaborazione può essere segno di speranza e forse un piccolo anticipo del sogno raccontato dal cardinal Bagnasco. Fa da filo conduttore al nostro impegno politico la dottrina sociale della Chiesa che cerchiamo di penetrare sempre meglio nella complessità delle questioni che ci pone, a cominciare dalla domanda di senso che ci pone con struggente intensità: la ricerca del bene comune. Ma saper riconoscere di volta in volta in cosa consista il bene comune non è cosa facile, soprattutto quando il bene comune visto nell’ottica di una determinata fascia sociale sembra configgere con il bene comune di un’altra vlasse sociale, soprattutto in tempi di risorse carenti. Vogliamo lavorare per il bene comune, ma anche noi abbiamo bisogno di criteri e di orientamenti più precisi, per superare il livello delle buone intenzioni e calarci nell’impegno della concretezza. Le differenze tra di noi non si pongono mai nell’orizzonte dei valori di riferimento, ma nelle scelte concrete che nascono da sensibilità personali e da cul ture politiche diverse. Per questo servirebbe una metamorfosi politica che ipotizzasse non solo una nuova classe di politici cattolici, ma un nuovo modello politico, in cui si ricomponesse, almeno in gran parte la diaspora dei cattolici e li trovasse uniti in un luogo condiviso, da cui far sentire la loro voce, per progettare insieme iniziative politiche e darsi da fare per realizzarle, uscendo dalla generalità delle grandi affermazioni di principio ed evitando la genericità sterile e deludente dei propositi che non si possono mantenere. Il discorso del cardinale di fatto continua dicendo: «Fin d’ora vorrei però dire quello che è il cuore, il motore di quanto andiamo ad auspicare: l’ideale cioè del bene comune (cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). L’Italia, nel suo complesso, ha bisogno di riscoprire la bellezza del bene comu ne perseguito nell’azione politica come nella vita quotidiana dei cittadini. Ha bisogno di una leva di italiani, e di cattolici, che senza presunzioni aderiscono al discrimine del bene comune, danno lucentezza alla sua plausibilità, così che aiuti ad individuare le soluzioni che meritano di essere perseguite». Non è facile però per nessuno di noi, che pure aderiamo al discrimine del bene comune e cerchiamo di dargli plausibilità con il nostro lavoro parlamentare quotidiano, riuscire ad individuare con sicurezza le soluzioni che meritano di comuessere perseguite. I dubbi appartengono all’ordinarietà delle azioni complesse e per superarli sarebbe necessaria non solo l’unità dei valori ma
anche l’unità politica tra di noi. Servirebbe una spinta più forte a rilanciare la motivazione a cercare di superare non solo l’attuale bipolarismo, i cui effetti deleteri sono visibili a tutti. Dovremmo ripensare la storia politica italiana di questi ultimi 20 anni per superare scissioni e separazioni e chiederci se per caso non è giunto il momento di ripensare il rapporto tra cattolici e politica. Attualmente siamo presenti in tutti gli schieramenti, ma siamo una minoranza che stenta a far sentire la propria voce, e quando riesce a farlo spesso non va oltre la semplice testimonianza personale. Dice Bagnasco: «Cambiare si può. Le famiglie reagiscono, le persone crescono, e anche la collettività può farlo nella misura in cui comprende che l’esito di progresso diventa pane condiviso. E bisogna far presto! Il nostro vigoroso invito a rilevare la moralità intrinseca ai processi di innovazione non nasconde alcun conformismo». Cambiare si può, si possono cambiare tante cose se si comprende il senso della posta in gioco che vincola ognuno di noi ad affrontare i processi di innovazione cogliendone la intrinseca dimensione etica. Cambiare si può e si deve se in questo modo aumentano le speranze di rendere un servizio migliore al paese, possono e debbono cambiare le persone, in questo caso i cattolici che fanno politica, cercando di vivere la loro vocazione di cristiani con maggiore coerenza e fedeltà. Ma il loro cambiamento personale deve raggiungere le istituzioni in cui lavorano e i modelli politico-sociali di riferimento, perché attraverso di loro si possa far emergere l’antica e rinnovata tradizione di un paese cristiano. Il rischio una volta di più è che si tratti sempre e solo di parole in libertà, di cui ci riempiamo la bocca e di cui parliamo volentieri, ma che non traduciamo in fatti concreti. “Svuotare le parole, o renderle equivalenti quando non lo sono, è – a modo suo – un furto. ” Ci piacerebbe che le parole di questa prolusione non fossero né strumentalizzate, né svuotate di senso; vorremmo penetrarne sempre meglio il senso, vorremmo mettere a confronto l’esperienza desolante dell’attuale quadro politico con il sogno in cui i cattolici tornano a far sentire in modo efficace la loro voce in politica per svolgere a tutto campo il loro ruolo. Non si tratta solo di difendere con energia e determinazione le questioni eticamente sensibili su cui li sfida continuamente una cultura secolarizzata e decisamente relativista, occorre aprirsi agli altri, per dialogare con tutti mettendo in gioco la propria capacità di ragionamento e di argomentazione. La difesa di questi valori non negoziabili ha il suo fondamento proprio nell’ansia di felicità che c’è nel cuore di ogni uomo, così come nel cuore di ogni uomo c’è quella legge morale che permette di distinguere tra bene e male. Ricordarlo non è solo compito dei cattolici, ma l’esperienza di questi anni mostra come se non lo facessero i cattolici spesso nessun altra voce si leverebbe in difesa di questi valori. E tra i cattolici presenti in Parlamento molte volte si è alzata la loro voce, molte volte ha cercato di farsi sentire e quando questa voce è diventata corale ha raggiunto i suoi obiettivi. Ma una testimonianza personale senza il sostegno generalizzato di colleghi che condividono queste posizioni, cattolici e non cattolici, nella logica della vita parlamentare non può raggiungere nessuno degli effetti che si propone, “Non dimentichiamo, infatti, che «la ragione è capace» di distinguere «ciò che è bene fare e ciò che è bene non fare per il conseguimento di quella felicità che sta a cuore a ciascuno, e che impone anche una responsabilità verso gli altri» ….. È proprio l’esperienza condotta dal di dentro delle cose, in nome della ragione e quindi della morale naturale, che diventa il giudizio più evidente sul relativismo secondo cui non ci sarebbero riferimenti etici da privilegiare né alcuna gerarchia di valore”. E poco più avanti il cardinale, riprendendo l’incessante catechesi di Benedetto XVI, pone una domanda chiave sui cosiddetti valori non negoziabili, una domanda che risuona con insistenza nella opinione pubblica e che tende a confinare i politici cattolici che le difendono in nicchie di minoranza, considerando le loro posizioni del tutto arcaiche e in aperto conflitto con la modernità: aggiunge: «Il Santo Padre si chiedeva se non fosse proprio qui il punto dov’è agganciata la spiegazione dei “valori non negoziabili”. Che tali sono non in ragione di una pregiudiziale cattolica, che vizierebbe la comprensione oggettiva dei fatti della vita…. ricordando la linea di confine oltre la quale l’umanesimo si fa apparente, e il progresso si rivela essere un regresso, non rispettando i valori primi e costitutivi della civiltà: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà educativa. Beni che sono il fondamento che garantisce ogni altro necessario valore, declinato sul versante della giustizia e della solidarietà sociale, che da sempre è nel cuore del Vangelo e della Chiesa». Sono valori che si traducono in temi e problemi, in disegni di legge, in interrogazioni parlamentari e in mozioni, su cui da sempre l’Unione di Centro ha mantenuto una posizione decisa e coraggiosa, proprio come schieramento in cui tutti condividono l’impegno politico su questi punti. È l’antica tradizione politica di un partito che ha selezionato anche su questa base i propri temi di impegno politica, ma indubbiamente c’è bisogno di rinnovare lo stile con cui fare politica anche da parte dei cattolici. Non basta difendere i valori non negoziabili per essere considerati cattolici coerenti in politica; occorre essere convincenti, occorre creare strategie efficaci per non permettere di essere messi in minoranza, evitando qualsiasi tipo di aggressione scritta o verbale. Occorre fare tutto ciò nel clima di una amicizia personale, di un rispetto reciproco, che riflettano quel valore della carità che è l’essenza di una visione cristiana della vita. Per questo ringraziamo di cuore il Cardinale che nella sua ultima prolusione ha voluto dirci: “Come Vescovi, sentiamo di dover esprimere stima e incoraggiare quanti si battono con abnegazione in politica; facciamo pressione perché si sappiano coinvolgere i giovani, pur se ciò significa circoscrivere ambizioni di chi già vi opera. Ai cattolici con doti di mente e di cuore diciamo di buttarsi nell’agone, di investire il loro patrimonio di credibilità, per rendere più credibile tutta la politica. “Continueremo a fare la nostra parte cercando di non sottrarci mai alla responsabilità che comporta, consapevoli delle difficoltà in cui ci imbattiamo e con un nostro sogno nel cuore: Insieme è meglio, potremo arrivare prima e potremo essere più efficaci….