di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 30 giugno 2011

Il 29 giugno, nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e nella ricorrenza del sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, Benedetto XVI ha presieduto la concelebrazione con quarantuno Arcivescovi Metropoliti ai quali ha imposto come di consueto il pallio.

Oltre a insistere sul significato del pallio come legame speciale dei Metropoliti con il Vescovo di Roma, il Pontefice ha proposto una commovente riflessione sui suoi sessant’anni di sacerdozio e su che cosa significa per lui, e per tutti i sacerdoti, essere prete, incentrata sulla nozione di amicizia con Dio.

Il Papa è partito dalle parole «Non vi chiamo più servi ma amici» (Gv 15, 15), «che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale [Michael von] Faulhaber [1869-1952], con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati».

«”Non più servi ma amici” – ha confidato il Pontefice -: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare».

Di qui nasce il legame particolarissimo e immediato tra sacerdozio e confessione. Il Signore «conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore.».

Se dunque la confessione è nei ricordi del Papa al centro della sua prima percezione, dopo l’ordinazione, della grandezza straordinaria del sacerdozio, subito la consapevolezza si estende alla liturgia. Sì, ha ricordato il Papa, con l’ordinazione sacerdotale Dio stesso «si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà».

L’importanza della nozione di amicizia con Dio, che è così speciale per il sacerdote, è sottolineata dal Papa con accenti davvero molto personali: «”Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10, 14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10, 3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale».

Con parole che contengono un’analisi di tutte le crisi contemporanee del sacerdozio, il Pontefice si chiede se a questa amicizia i preti siano sempre disponibili a rispondere nel modo più adeguato. Sì, il Signore mi conosce, ma «io conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso».

Nell’epoca di Facebook della parola amicizia si fa certamente un uso molto disinvolto. Eppure qui, a proposito dei sacerdoti, il Pontefice rivendica la parola in tutta la sua grandezza. «L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso».

Questo dovrebbe valere per ogni amicizia seria, ma l’amicizia del sacerdote con il Signore ha qualche cosa in più. «Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15, 13; 10, 15)». Così, ritornando sulla metafora della vigna del Signore, a lui carissima e cui aveva dedicato le sue prime parole da Pontefice, Benedetto XVI afferma che «la parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri». Essere operai nella vigna del Signore non è facile. Implica che si superi «la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo».

E – la metafora si muove appunto in questa direzione – l’albero di una vita buona sacerdotale si riconoscerà dai frutti. «Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino». E di questa immagine, vero marchio di fabbrica del suo sacerdozio e del suo pontificato, il Papa propone un’esegesi articolata. «Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo».

In chiave autobiografica, il Papa afferma dopo sessant’anni di sacerdozio che «volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta». E tuttavia l’esegesi dell’immagine della vite continua: «Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico».

Il compito – il Papa lo ricava dalla sua stessa esperienza – non è facile, e accanto al momento della dolcezza c’è quello dell’amarezza e della prova, che presto o tardi arrivano per ogni sacerdote. Ma «solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno [540-604] ha detto una volta: “Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli” (cfr H Ev 1, 6, 6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno».

Dopo sessant’anni di sacerdozio, il Papa vuole trasmettere ai fratelli sacerdoti «una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia».