di Mattia Ferraresi da www.tempi.it

Farlo perché lo fanno tutti o soltanto perché “succede”. Farlo come un pomeriggio di studio o come un’ora di palestra. Il rapporto seriale produce una generazione di giovani infelici 

end_of_sexIl sesso è diventato sterile, è appassito, si è affievolito ed è morto. Non è stata una morte violenta, ma l’esito di un’agonia lenta, un peggioramento graduale e prevedibile, di quelli che rendono sopportabile il trapasso per chi sopravvive. A dirla tutta nessuno si è accorto di nulla, o quasi, e per non sbagliare alla cerimonia funebre si è fatto molto sesso con il mal posto proposito di riportare il morto in vita. E, in effetti, a forza di produrre attriti il cadavere si è rianimato, ma era un essere rabberciato, con i pezzi tenuti insieme da cuciture e gli arti mossi da scosse elettriche indotte, un claudicante eros in formato Frankenstein. Il risultato è apparso sulle prime deludente, poi l’abitudine ha scacciato i cattivi pensieri e tutti hanno ripreso a farlo, il sesso, come se niente fosse.

Donna Freitas, professoressa di studi religiosi alla Boston University, racconta la fine del sesso nel suo The End of Sex: How the Hookup Culture is Leaving a Generation Unhappy, Sexually Unfulfilled, and Confused About Intimacy, uno studio sociologico basato su 2.500 interviste anonime a studenti universitari americani. La fine del sesso non ha nulla a che vedere con l’astinenza, ça va sans dire. È piuttosto la bulimia che domina la cultura di una generazione ad avere inaridito l’esperienza sessuale, soffocandola nella banalità di uno scambio di sudore. Nei campus la cultura dell’hookup, dell’aggancio, del rimorchio rapido e indolore, è parte integrante della norma: non c’è bisogno alcuno di conoscersi per finire a letto insieme, e per la verità non c’è nemmeno bisogno del letto, basta un corridoio, l’ascensore, il tavolo da biliardo, nessuno dice “fai piano che ci sentono”, ché nella stanza accanto altri fanno lo stesso e nessuno ci fa caso. Le regole d’ingaggio sono fissate da un contratto non scritto che esclude categoricamente appuntamenti galanti, frappé con due cannucce, lume di candela, passeggiate e altre finzioni del corteggiamento che possono indurre la tentazione del coinvolgimento emotivo. Bisogna concentrarsi sull’obiettivo, raggiungerlo e possibilmente non salutare, che magari in quell’ultima occhiata scorre l’ipotesi di una continuazione che complica le cose. Meglio piacersi, fare sesso e astenersi dalle domande.

«Non ci sono legami. Lo fai e basta, e quando lo hai fatto puoi dimenticartene», dice una ragazza che frequenta il primo anno in un’università cattolica. Se l’esperienza è stata abbastanza indifferente emotivamente è consentito ripeterla con la stessa persona. L’hookup è diverso dalla “one night stand”, l’ancestrale botta e via che si pratica dalla notte dei tempi, non è l’amplesso incidentale alla fine di una serata con troppo alcol, promiscua ma a suo modo rituale. È un poke su Facebook, un tacito accordo, un volantino sulla parete del bagno come quello rappresentato sulla copertina del libro, uno scambio ben regolato che si basa sulla padronanza di domanda e offerta: non si offre più di ciò che si cerca, soddisfazione liofilizzata che non lascia traccia.

Un altro impegno in agenda
Dalle migliaia di interviste condotte per la ricerca Freitas distilla tre caratteristiche fondamentali per definire cosa è “hookup” e cosa non lo è: serve un incontro intimo che va dal bacio con la lingua al sesso orale fino al rapporto completo; il gesto è breve, può durare pochi minuti o alcune ore durante una notte; ultima, ma non meno importante caratteristica, è la natura esclusivamente fisica del rapporto. Le parti convengono di evitare qualunque accenno che possa generare una scintilla emotiva. Lo scenario descritto dalla studiosa mette voglia di tornare non si dica al kamasutra, arte amatoria scolpita su uno sfondo sacro, ma anche alla ritualità terragna di un “bunga bunga”, nel quale per lo meno si rintracciano gli accenni di una trama. Cena, conversazione, travestimento, spettacolo e tutto il resto. Nei college americani prevale la riduzione all’atto sessuale in sé, depurato da qualunque traccia di significato.

Quello di Freitas non è un libro prescrittivo né un manualetto di educazione sessuale uguale e contrario al Make Love di Ann-Marlene Henning e Tina Bremer-Olszewski, autrici tedesche che danno indicazioni dettagliate per l’appagamento reciproco e compilano un preciso organigramma del piacere. Il punto di vista della professoressa cattolica cresciuta nella cultura liberal e femminista non è dissimulato ma l’intenzione dell’opera è essenzialmente descrittiva. È nell’apparente freddezza delle statistiche che si rivela la potenza dell’autrice.

Il 75 per cento degli studenti intervistati, scelti con metodologia scientifica fra università cattoliche e secolarizzate, dice di avere partecipato alla cultura dominante del sesso serialmente occasionale, ma – e questa è l’osservazione che ha mosso la studiosa a descrivere il fenomeno – il 50 per cento degli intervistati si dice insoddisfatto. Insoddisfatto della riduzione del sé (e in seconda battuta dell’altro) a puro mezzo, insoddisfatta dell’assenza di legami che la sbrigliata banalizzazione sessuale comporta: «Le conversazioni con i ragazzi – scrive Freitas – rivelano un’intensa ricerca di significato. Cercano un rapporto sessuale significativo, relazioni significative, appuntamenti significativi, e i loro compiti in classe presentano una devastante analisi del modo in cui la “hookup culture” priva gli studenti della possibilità di soddisfare i loro veri desideri e di sperimentare un’esperienza sessuale positiva. Molti rimangono isolati e soli durante la loro esperienza universitaria».

A forza di riempire l’agenda di fugaci incontri sessuali senza conseguenze («nella cultura universitaria di oggi il sesso è una cosa che gli studenti mettono in agenda, come lo studio e la palestra») la vita dei giovani tende a svuotarsi e spesso la frequenza degli “agganci” è direttamente proporzionale alla delusione che segue l’orgasmo. Eppure la grande macchina del sesso va vanti a tutto vapore, con la sua bulimia che tutto consuma e rigetta senza soluzione di continuità. Nei dormitori dei college «il sesso è veloce, distratto, spensierato, meccanico. La cultura universitaria promuove sesso noioso, sesso ubriaco, sesso che non ti ricordi, sesso di cui non t’importa nulla, sesso in cui il desiderio è completamente assente, sesso che ti trovi a fare soltanto perché “lo fanno tutti gli altri” o perché “succede”». La mentalità comune insegna che «diventare sessualmente intimi significa diventare anche emotivamente vuoti; per innalzarsi e afferrare il sesso occorre allo stesso tempo drenare via i sentimenti. I ragazzi sono portati a credere che considerare il sesso un accidente, una casualità, è un dovere».

Dalla donna all’uomo oggetto
La constatazione più amara del libro riguarda l’abisso fra il comportamento pubblico e i giudizi privati degli studenti. La pressione sociale alimenta il moto perpetuo della sessualità, ma protetti dall’anonimato i ragazzi sputano la frustrazione per una pratica sociale diventata «normativa», una cultura «monolitica dalla quale i ragazzi faticano a sfuggire». Certi meccanismi hanno un che di paradossale. Le ragazze, secondo lo studio di Freitas, promuovono la cultura del sesso occasionale quanto le loro controparti maschili, ma all’interno delle mura femminili chi salta troppo facilmente da un letto all’altro paga la disinibizione con il giudizio negativo delle amiche. C’è una sanzione sociale per chi interpreta in modo troppo disinvolto la norma. Eppure la condanna va espressa in forma esclusivamente privata, ché nessuna in pubblico si può permettere di fare la figura dell’educanda che fa la ramanzina alle ragazze facili.

Qualcuno sostiene che la cultura dell’hookup sia essenzialmente alimentata dalle donne e la veterofemminista ringiovanita Hanna Rosin, profeta di un’altra fine, quella degli uomini, dice che è giusto così: per millenni la donna è stata l’oggetto sessuale dell’uomo, ora è arrivato il momento in cui le parti si rovesciano. Nella visione di Rosin l’uomo è la pura fonte di appagamento fisico che avrebbe dovuto essere fin dall’alba dei tempi e che non è stato soltanto perché si è imposto con la forza nella grandiosa lotta dei generi. La promiscuità banalizzata e resa norma è il ritorno alla natura delle cose, e ogni tentazione di costruire una relazione sul piacere momentaneo è una figura criptomaschilista da esorcizzare: «Per le ragazze che vanno al college un corteggiatore troppo serio è l’equivalente di una gravidanza indesiderata nel 19esimo secolo: un pericolo da evitare a qualunque costo», scrive Rosin.

Problema: gli studenti talvolta rimangono impaniati in una trama amorosa. Provano un interesse per l’altra persona che valica i confini della pura strumentalità, e accanto alla chimica del desiderio biologico spunta il sentore nostalgico di una relazione stabile, con gli appuntamenti al cinema, i regali di compleanno, le passeggiate al parco e tutto il resto. Magari non è l’immagine di una famiglia la prima a materializzarsi – la legge della promiscuità è un ritardante dell’ingresso nel mondo adulto: e dire che in quell’epoca lontana in cui il sesso era legato alla procreazione i momenti tendevano a coincidere – ma nelle testimonianze raccolte da Freitas riluce una dinamica ricorrente. Il gioco sta tutto nel soffocare la pulsione. Come? Facile: serve altro sesso, altra dispersione, altro disimpegno, altra disincarnazione, un nuovo amplesso per facilitare l’oblio.

Se l’altro è un cappio
In fondo ai racconti cinici, ansiosi o disperatamente spensierati dei ragazzi non c’è soltanto la fenomenologia dello spirito odierno del college americano, c’è una concezione del mondo nella quale il legame con l’altro si trasforma necessariamente in un cappio. L’altro inteso come fine è un limite insopportabile alle passioni, una zavorra che trascina verso la terra mentre tutto il mondo tende verso un cielo sbrigliato e senza vergogna (tranne quella sancita nel privato della tribù); in fondo la hookup culture in cui il sesso e lo spinning sono nella stessa lista delle cose da fare è una gigantesca operazione di riduzione dell’altro (e di sé) a puro mezzo, per assecondare felicemente la dimensione immediata della vita e appiattire la complessità intollerabile dell’esperienza. Per essere finalmente autonomi e soli.