di Maria Grazia Marciani*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 7 settembre 2011

Sul piano esistenziale il vissuto della sofferenza è fondamentalmente diverso tra il credente e il non credente.

La Fede è un dono che Dio gratuitamente fa all’uomo. Chi la accoglie – il credente -, la vive e trova in essa la “via” per scoprire il senso e il valore del soffrire; coloro che la ripudiano – i non credenti – come afferma S. Paolo nella Prima lettera a Timoteo (1, 18-19) “hanno fatto naufragio nella fede”, non riusciranno a comprendere il significato del soffrire e percorreranno la via della “disperazione”. Frankl[1] afferma che «la sofferenza non distrugge l’uomo; lo distrugge una sofferenza senza senso». Si comprende come, sia per l’individuo fragile sofferente sia per l’operatore, il problema sta nella ricerca di come dare senso, trovando il valore alla sofferenza.

Per comprendere tutto ciò è fondamentale rispondere all’interrogativo: l’esperienza del soffrire cosa è per l’uomo? Se da una parte, come Pascal[2] affermava, l’uomo è “potenza d’infinito” per la sua intelligenza e volontà, dall’altro vive l’esperienza della finitudine e del limite: si scopre finito e limitato. L’esperienza dell’essere limitato gli deriva dal fatto che non è lui che si è dato la vita, né tantomeno ne è padrone. Sia la nascita che la morte, oltre ad essere un limite temporale, sono l’espressione della reale contingenza dell’uomo. La sua stessa libertà di agire è limitata sia da fattori esterni che interni. Ma l’esperienza del limite che più incide nell’esistenza dell’uomo è quella che egli fa prima di tutto nella sofferenza, per raggiungere il suo punto più alto nella morte. Proprio questa esperienza di finitudine e del limite portano l’uomo a spingersi oltre i propri limiti e questo desiderio ha le sue radici nel profondo del proprio essere. Di tutte le aspirazioni dell’uomo, quella di superare il limite della morte e del vivere per sempre è quella più intensa e profonda. Proprio questa esperienza di finitudine – di sofferenza, di malattia, di morte – pone il problema religioso come problema essenziale dell’uomo. Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris afferma che «tutto ciò che esprimiamo con la parola sofferenza sembra essere particolarmente essenziale alla natura dell’uomo», e continua «la sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo: essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso destinato a superare se stesso e viene a ciò chiamato in modo misterioso».

Ciò che il Pontefice scrive amplia il concetto di sofferenza intesa solo come “limite” dell’uomo. La sofferenza offre una possibilità misteriosa all’uomo di spingersi oltre il limite umano, di trascendersi in una prospettiva nuova in cui il soffrire stesso acquista un significato specifico e diviene per l’uomo, chiamato a vivere questa esperienza, fonte di realizzazione, di compimento. Una sofferenza dotata di senso è rivolta sempre al di là di se stessa e rimanda a qualcosa “per il cui amore” si soffre. In una parola: una sofferenza con pienezza di senso è il sacrificio. La buona notizia del “Vangelo della sofferenza” è che la sofferenza non è inutile ma può diventare un momento decisivo di crescita umana e spirituale. Quando la fragilità della condizione umana, che non è in grado di eliminare la malattia, il dolore e la morte, ci porta sofferenza, il Signore ci fa sentire di più la sua presenza viva al nostro fianco insegnandoci a vivere bene la sofferenza come momento di maturazione, mostrandoci attraverso la sua vita come egli abbia vissuto la stessa esperienza. Ma l’uomo fragile ha bisogno di essere aiutato a sentire la presenza del Signore, dell’umanità del Cristo che ha voluto sperimentare la sofferenza umana nelle sue manifestazioni più estreme, per condividere, con la sua fedeltà, il progetto di amore del Padre per l’umanità.

Ancora Giovanni Paolo II: «Cristo mediante la propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro a ogni sofferenza umana e può agire dall’interno di essa con la potenza del suo Spirito di Verità» (SD 26). Il compito del sofferente e del suo guaritore sarà quello di riconoscere e accogliere l’azione salvifica di Cristo che, partecipando la nostra sofferenza la vive in lui, e rivive la sua in noi, suo corpo mistico. L’Eucaristia, presenza reale e misericordiosa di Cristo, è il Pharmakon di salvezza, nella sua duplice realtà di significato essendo sia la vittima sacrificata sia il pane che guarisce.

Il medico, da guaritore ferito ma riconciliato, sentirà imperativa l’esigenza di prendersi cura della persona sofferente e non di curare la sola malattia, consapevole di essere testimone credibile del cammino della Croce fonte della guarigione dell’uomo. La stessa Croce che è anche simbolo di speranza. Il medico potrà così affiancare il paziente in questo cammino di dolore e sofferenza, offrendo sia la speranza della guarigione fisica, attraverso la sua competenza e professionalità, sia la Speranza che trascende la vita stessa. Il paziente che accoglie e vive questa Speranza potrà così scoprire il senso ultimo della sua condizione.

Il Papa Benedetto XVI, nell’enciclica Spe Salvi (nn. 31, 36), così descrive questa esigenza: Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre la sua vita e la sua realtà umana. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere da solo. (…) Questa grande speranza può essere soltanto Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, con le nostre sole forze umane, non possiamo raggiungere (…).

Note
1 V. FRANKL, La sofferenza di una vita senza senso. Psicoterapia per l’uomo di oggi. LDC, Torino, 1987.
2 B. PASCAL, Pensieri, Garzanti Libri, 2007.

———–
*Maria Grazia Marciani è Ordinaria di Neurofisiopatologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università, Tor Vergata.