Cosa cercano i fedeli in un parroco? Un testimone capace di dare la vita

ROMA, lunedì, 31 agosto 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’articolo apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il cosmopolita”.

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Da qualche mese siamo entrati nell’Anno dedicato ad approfondire la figura e la spiritualità del sacerdote, inteso nella sua accezione di ministero ordinato. Il rischio di cadere in facili schematizzazioni è in agguato se non si tiene nel dovuto conto l’intera pro-esistenza del sacerdote chiamato a servire i fratelli nella piena fedeltà all’unico Cristo (cfr. Mt 23,8.10). La pro-esistenza ha il significato di una vita completamente spesa per gli altri. Tale atteggiamento nasce dall’assenza di ogni autoreferenzialità per “essere-per-gli-altri”. Un parroco che si spende incondizionatamente per la gente diviene testimone credibile dell’amore di Dio. Solo l’amore è infatti credibile. I fedeli non vogliono vedere un parroco arroccato nel mondo dei suoi affari, ma desiderano incontrare un uomo che si sporca le mani conquistando i cuori delle persone. Il sacerdote è chiamato a ricalcare in tutto le orme (cfr. 1Pt 2,21) di Colui che per noi si è fatto povero (cfr. 2Cor 8,9); egli è pertanto immagine del Cristo, servus caritatis: «Il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28; Mc 10,45). Il servizio del sacerdote si pone nel dinamismo di spoliazione delle proprie vedute personali per portare gli uomini all’incontro con Colui che si è spogliato delle prerogative divine: «Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in “ladri delle pecore” (Gv 10,1ss.), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare» (Benedetto XVI).

Come il Servo del Signore

Gesù Cristo, Colui che si è abbassato fino in fondo alla condizione umana, è il Servo che si è seduto a mensa con l’uomo peccatore chiamato alla riconciliazione con il Padre. Nel gesto della lavanda dei piedi il Cristo, Servo di Jhwh, si china davanti all’uomo annunciando quel sacrificio redentivo che si sarebbe consumato sul legno della Croce. Sembra quasi che con tale comportamento Gesù metta in atto le sue stesse parole: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Egli, il Grande, si è fatto servitore (cfr. Mc 10,43). Cristo si è lasciato consumare nel torchio della storia per ricondurre l’uomo a riconoscere il volto d’amore di un Dio che non ha avuto paura di divenire nostro compagno di viaggio. Cristo è il Servo che, posto come fondamento dell’intero edificio, sostiene ogni realtà. Il Crocifisso morto per noi è il culmine più alto di una vita spesa per gli altri e noi, come sottolinea san Paolo, siamo chiamati a farci imitatori di Cristo (cfr. Fil 2,5-8). È il Figlio stesso che liberamente si dona e per amore. Si tratta di un atto di totale abbandono nelle mani di Colui che lo avrebbe risuscitato dai morti. Cristo ha caratterizzato tutta la sua esistenza terrena come un dono costante per gli altri, come un vivere totalmente per gli altri, in vista di una comunione che vuole stabilire con essi. Il sacerdote, lasciandosi vivificare dalla diakonía, si comprende realmente come immagine del Cristo se segue le orme del suo Maestro, unico Capo della Chiesa. Noi siamo membra ed organi molto diversi gli uni dagli altri. Ciascuno è importante nel luogo in cui si trova come rilevanti sono gli altri nel loro luogo. Il presbitero deve correre verso l’identificazione con Cristo perché la sua esistenza non gli appartiene, ma egli è di Cristo come Cristo di Dio (cfr. 1Cor 3,23). La gente vuole vedere un prete che, nell’umiltà, sa trattare con tutti. Egli deve porsi a servizio dell’intera parrocchia e comunità: dai bambini fino a quelli che stanno lontani. Nessuno deve essere escluso. Spesso il parroco si imbatte in situazioni difficili: il prete è chiamato a farsi carico delle sofferenze delle persone che incontra, portando quella consolazione che solo Cristo può dare.

Profondo nella liturgia, aperto nella testimonianza

Cristo, sommo Sacerdote, è il Liturgo sempre vivente che il sacerdote è esortato a imitare. Pur restando vero che il Signore Risorto per realizzare nel nostro tempo la sua opera perenne di salvezza, si fa sempre presente nella sua Chiesa ed in modo speciale nelle azioni liturgiche (praesens semper adest et operatur), tuttavia non dobbiamo dimenticare che la vera liturgia è quella che Egli celebra quale nostro Sommo Sacerdote «sempre vivente» in una perenne intercessione presso il Padre in nostro favore (Eb 7,25; Rm 8,34). Vedere un sacerdote che celebra bene e con profonda devozione è per i fedeli un efficace segno che suscita stima, rispetto e adesione. Una liturgia vissuta fa comprendere al popolo che colui che presiede si lascia cogliere da quell’unico Mistero d’amore che è venuto a salvarci. Il sacerdote deve essere la testimonianza del Testimone per eccellenza. La testimonianza del sacerdote, per essere credibile, deve radicarsi nella testimonianza della Chiesa. La propria libertà si radica nel servizio della testimonianza che la Chiesa deve offrire al mondo annunciando il Risorto: è solo Lui il Signore (cfr. 2Tm 1,8). Essa è chiamata ad essere testimonianza tangibile del Cristo venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità (cfr. Gv 18,37). Il sacerdote ha il ruolo di essere luce, sale e lievito nel cuore dell’umanità. Il sacerdote è chiamato a farsi eucarestia e parola, spezzando la propria vita per coloro a cui è inviato. Ci troviamo di fronte alla piena e concreta realizzazione della promessa di Cristo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Da parte dei fedeli c’è il richiamo pressante che invita i sacerdoti a ricuperare la vita interiore. Il cuore del consacrato deve essere un cuore sacerdotale. Sempre, senza interruzioni. I fedeli intuiscono il profondo ruolo della missione sacerdotale soprattutto quando sono gli stessi ministri a offrirla integra e attraente, capace di interessare e suscitare simpatia. La perfetta configurazione del sacerdote a Cristo Sacerdote genera la santità di vita del consacrato, il quale non ha bisogno di ostentarla, perché sono gli stessi fedeli a cogliere nel loro pastore questa dinamica di fedeltà a Dio e agli uomini nell’essere sacerdote.

La perfetta configurazione dell’apostolo Paolo a Cristo Sacerdote deve permettere al sacerdote di affermare: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Allora il sacerdote è realmente alter Christus.

Michele Delle Foglie